ANGELO GATTI.
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IL MERCANTE DI SOLE.
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1942. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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CAPITOLO 13.
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Erano trascorsi alcuni giorni, e i nostri personaggi s'andavano pian piano assestando ad Alliano e a Villalta.
Veramente, Augusta Sammartino cercava d'affrettare la partenza dal castello, non ostante che i signori Gonzllai le dimostrassero in tutti i modi il piacere d'averla con loro. Ci sono case a Torino antiche e discrete, dove le nobili signore, sole e decadute, si uniscono a vivere gli ultimi loro anni, con le rendite d'una piccola dote versata alla cassa comune; le ospiti hanno la stessa nascita, la stessa educazione, le stesse amicizie, gli stessi ricordi; prolungano nei quieti colloqui i tempi della giovinezza e della prosperit. I titoli sono religiosamente conservati, le precedenze rispettate, la marchesa ha il passo sulla contessa, che va innanzi alla damigella. La mattina si celebrano le funzioni sacre, e monsignor canonico o vescovo torna nel pomeriggio a far quattro chiacchiere con le vecchie amiche; ma c' anche la gran dama volteriana, dalla parola tagliente, qualche volta sboccata, che tutte riveriscono per la nascita, pur dissentendo nelle opinioni; a sentire tanti nomi illustri, sembra d'essere in un libro vivo del Risorgimento. Augusta conosceva due o tre di quelle case adatte a lei, e ne discuteva i vantaggi e gli svantaggi con Cuordileone, tenendo conto principalmente del non grosso capitale che le sarebbe rimasto, pagati i molti debiti; scelto il luogo, conclusi i patti, avrebbe lasciato Villalta.
Il castello era in piena trasformazione. Si succedevano gli architetti, gli artisti, gli operai; qui si abbatteva e l si alzava; arrivavano a carri casse e mobili; tre o quattro domestiche straniere giravano su e gi per i corridoi e le stanze, senza capire n farsi capire; Marta le guardava, graziose e ben vestite, e scuoteva la testa. I padroni per molti giorni erano rimasti a Torino; Marziano guidatore aveva scritto che all'ospedale Gloria era stata sull'orlo della morte, ma un altro giorno il padre, la madre e la figlia erano tornati a Villalta, e la giovane non aveva tradito con altro segno il pericolo corso, se non col pallore del viso, in cui rilucevano pi del solito i grandi occhi desiderosi e tristi. Intorno a lei s'erano ristretti la signora Teresa e il Gonzllai; il cane Titn continuava la guardia feroce; e quando Gloria passeggiava stancamente, o sedeva nel parco, la bestia sommessa e violenta era pronta ad assalire chiunque s'avvicinasse. Alessandro in modo speciale suscitava ogni giorno pi l'avversione del custode. Ma singolare sopra tutto era la freddezza, quasi il timore di Susetta per Gloria. La piccina, cos buona, cos amica, cos "socia" con tutti, non riusciva a dire alla giovane, che pure la cercava e la carezzava, una di quelle parole, fatte di nulla e piene d'anima, che incantavano gli altri: un'oscura forza le impediva ogni effusione. Il suo sguardo ansioso cercava il padre; e, quando l'aveva trovato, ella si stringeva a lui, come se temesse di perderlo. Invece, voleva sempre pi bene ad Augusta Sammartino e a Marta; ed era diventata la prediletta di monsignor curato di Villalta. Per onorare la partenza del vescovo, alla fine delle vacanze i bambini di Villalta, diretti dalle suore dell'asilo infantile d'Alliano, preparavano una rappresentazione sacra, nientemeno che "la passione di Cristo"; e al curato era parso che nessuno meglio di Susetta avrebbe potuto essere Maria. Perci nel pomeriggio la piccina rimaneva spesso in canonica a provare la sua parte.
In quanto a Cuordileone, aveva lasciato l'Osteria del Commercio", con molto dispiacere di Filomena e d'Antonio, che decantavano ai villani la bont, la cortesia, il cuore generoso del vecchio signore, e la sera, nello stanzone, indicando il posto occupato da lui, ripetevano i suoi pi cordiali discorsi: "gente nobile; non ce n' pi come quella," commentavano i contadini. Non ostante il malvolere della Gatta e di Giovanna e gli ostacoli frapposti, il marchese s'era aggiustato, un po' bene, un po' male, nelle quattro stanzette della cascina; e cominciava finalmente a respirare.
Quella mattina, nello studio, riempiva accuratamente di numeri con una elegante matita d'oro un grazioso taccuino; di tanto in tanto zufolando s'appoggiava allo schienale della sedia, e, in equilibrio instabile, guardava lo scritto un po' da lontano, come fanno i pittori per giudicare l'effetto del quadro. La sedia, restata un minuto in bilico, ricadeva sulle quattro gambe; Cuordileone si divertiva al gioco, e ricominciava. S'era accinto ad un lavoro non affrontato mai sul serio sino ad allora, che dava al suo viso un'aria insolitamente grave: faceva i conti di cassa.
Tra la magra eredit paterna e i risparmi aveva messo insieme forse duecentomila lire, che trattava come certi mariti trattano le mogli; le stimano, forse anche le amano, ma non si occupano di loro. Piaceva a Cuordileone d'avere in serbo un piccolo gruzzolo, in una cassetta d'una banca sicura; quando si ricordava, faceva una capatina nel sontuoso palazzo, salutando agli sportelli gli impiegati, che per lunga consuetudine erano diventati suoi amici, domandando notizie dei prezzi di Borsa, esaminando e scegliendo i titoli da intenditore; in realt, aveva sempre capito poco nei segreti della grande finanza. Alcune massime fondamentali, per, che a parole regolano la buona condotta degli affari, gli erano rimaste nel cervello; e spesso di esse discuteva una mezz'oretta con gli impiegati, che l'ascoltavano condiscendenti; alla fine si scoteva come un cane cascato in un padule, e via. Per conto suo, ritardava senza sbagliarne una le riscossioni delle cedole, fino al giorno in cui la negligenza non diventasse vergogna; quei due o tre affarucci di "tutto riposo", come diceva agli amici scrittori con linguaggio tecnico, in cui s'era imbarcato, avevano fatto ignominioso naufragio. Non importa; una mattina di poco lavoro in casa Mainoldi, l'accenno noncurante: "vado un minuto alla banca," gl'imprimeva un sigillo di signorilit. Giunto alla scalinata, magari tornava indietro, a godersi un po' di sole.
Quella volta, guard i numeri scritti, rilesse i nomi dei titoli e rifece le somme. Sempre le rifaceva due o tre volte, per diffidenza di se stesso, e per il piacere di rassicurarsi, addizionando dal basso in alto, dopo avere addizionato dall'alto in basso. Vide che tutto quadrava, e che, anche nei libretti del conto corrente, c'era denaro bastante ai bisogni immediati; pens quali titoli, caso mai, avrebbe dovuto vendere, se le spese avessero superato le previsioni, ma tutti erano eguali per lui, sicch alla fine s'alz, ripose il taccuino e chiam:
"Tonina."
Nessuno rispose. Comparirono invece alla finestra le mezzadre, con le teste scarduffate e maligne, che bisbigliarono fra loro: "non c'." Pazientemente, Cuordileone richiam; e una voce umile e allegra usc dall'altro lato della siepe che limitava l'aia.
"Vengo."
"Tonina," l'ammon il padrone, "bisogna che tu sia puntuale. La puntualit non  soltanto la cortesia dei re, come tu non puoi sapere;  anche il dovere dei domestici, e questo non lo dovresti ignorare."
"Mettevo il concime sui gerani," rispose Tonina, senza capire il riferimento storico; "venite a vedere come crescono belli."
Quando Cuordileone aveva informato Augustina che sarebbe rimasto ad Alliano, chiedendole una serva, la Sammartino e Marta gli avevano mandato Tonina, con gran dispetto della Gatta e di Giovanna; e oramai da cinque o sei giorni la ragazza era in casa. Al richiamo del marchese, port la colazione, che aveva gi preparata, e cominci a ordinare le stanze. A tratti cantava: "Vieni con me," ma, forse perch nessuno veniva, si fermava al puro invito; poi ricominciava: "Vieni con me."
Il giorno innanzi, a Cuordileone era giunta dai Mainoldi una lettera, con la quale Michelino, il pi giovane dei fratelli, gli annunciava una visita; e questa seconda lettera, come la precedente, gli aveva fatto passare una notte insonne. Sbollito il primo sdegno, pur rimanendo fermo nella risoluzione di troncare ogni rapporto d'affari con gli antichi padroni, non pensava pi alla vendetta; i Mainoldi non meritavano la sua ira. Ma la nuova lettera gli pareva singolare. Era ambigua, breve, e, sopra tutto, di persona risentita. "Risentita di che?" si domandava Cuordileone; "d'avermi licenziato sui due piedi? Di avere trovato uno che non si lamenta, che non d fastidi? Sarebbe bello." Poi gli era nato un dubbio. "Oppure, amico mio, saresti diventato tu diffidente? Perch t'hanno fatto torto, crederesti tu, che volessero suscitare con una nuova prepotenza una tua rivolta, a giustificazione o scusa del proprio sopruso? Cuordileone, non lasciarti traviare dal dispetto." Ma, mentre dava a se stesso questi saggi avvertimenti, la parte pi cordiale della sua natura gli giocava uno dei suoi tiri, ispirandogli una commozione, dalla quale rinasceva insistente una speranza: aveva un bello scacciarla, tornava come una mosca. Certo, il congedo dall'antico posto non sarebbe stato revocato; la gente d'affari non ritorna sulle decisioni prese, specialmente se fanno risparmiar danaro; forse, per, la visita di Michelino Mainoldi preludeva ad un addolcimento, ad un accomodamento. Potevano avere istituito nella Casa un nuovo ufficio, dove fosse necessario un uomo onesto, d'esperienza e fidato; chi sa, anche, i ragazzi, cos stretti, cos affezionati a lui per tanti anni, s'erano pentiti dello sgarbo. "Cuordileone, ricordati i tuoi propositi di star lontano, Cuordileone non t'illudere. Ti far male alla salute; aspetta il colloquio, sai che ti succede sempre a rovescio dei presentimenti (e questo era proprio vero; Cuordileone aveva una particolare bravura per imbroccarle tutte a rovescio)" diceva la parte cauta, ragionatrice della sua natura. Ma l'altra, la fidente, la fantasiosa, insorgeva chiamando con sottigliezza in aiuto il vantaggio commerciale; "non per amor tuo, si capisce, per loro utilit;" e in quel miscuglio e in quel tumulto di desideri reticenti e di rifiuti imposti dalla dignit, Cuordileone sentiva quasi le ossa dolergli, come dopo un ruzzolone.
"Tonina," richiam, e di nuovo nessuno rispose; soltanto ricomparirono le teste delle mezzadre. "Tonina."
Alla seconda chiamata, la voce di Tonina usc dal fondo del pagliaio, dove il cane Floc, legato tutto il giorno, saltellava rabbioso dalla fame; e la ragazzotta compar con un piatto in mano, ancor sudicio di zuppa.
"Gli ho portato da mangiare; mi fa pena.
"Brava; ma un'altra volta aspetta quando sar fuori. Ascoltami bene: vado a prendere un signore alla stazione di Montechiaro; per le dodici e mezzo prepara il desinare. Siamo intesi."
"S, signore," rispose la ragazza, guardandolo con i suoi occhi tondi e obbedienti.
Ma Cuordileone non pot avviarsi, perch un grosso uomo gesticolante e barcollante, che a prima vista il marchese non riconobbe, entr nell'aia e gli fece con due ditacce l'imperioso invito di tornare indietro. Entrato in casa, Cuordileone si trov innanzi quel Pinzone, impiegato del catasto d'Asti, che alcuni giorni prima, andando con la Lombarda a prendere la posta, aveva lasciato moribondo nel suo letto.
Ansava, e il fiato, scendendo e salendo, sembrava portare su e gi secchie di catarro. Aveva la faccia verdastra, le occhiaie verdastre, le mani verdastre, pareva tutto tinto di verde. Serb in testa un cappellaccio calcato fin sulla collottola, che spingeva in fuori le orecchie come i manichi d'una pignattona; si sgomitol lentamente da uno sciarpone che, non ostante il caldo, gli girava due o tre volte intorno al collo; sbotton un primo corpetto, poi un secondo, e apparve la pelle, con un odore di selvatico, che subito si diffuse nella stanza. Sussultando e strabuzzando gli occhi si butt in una poltrona; disse: "Dio, non ne posso pi;" altre due o tre soffiate, e guard fiso Cuordileone, quasi per osservare se la rappresentazione del suo male fosse stata convincente. Il marchese, ripreso dalla piet e dalla diffidenza della volta innanzi, gli rese un'occhiata incerta.
"Che cosa c'? Perch siete venuto in queste condizioni?"
"Lasciatemi rifiatare," implor l'altro, che s'era abbandonato nella poltrona, sicch il pancione si disegnava a tutto tondo; la poltrona scricchiolava. Sempre anfanando, prese di tasca una sigaretta, l'accese, assicur: "mi calma", ne aspir alcune boccate, parve quietarsi, ma di nuovo grid con voce roca: "Pochi giorni da vivere. Non ho pi speranza. Tutti i medici d'Asti e di Torino sono d'accordo: finito. Mi fa male qui, e qui, e qui, e qui;" e si sfior appena la fronte, la gola, il petto, l'addome, come se temesse di arrostirsi la punta delle dita.
"Non bisogna mai disperare," sugger Cuordileone, sempre incerto; ma l'altro scosse il capo.
"Ho in corpo duemila iniezioni di morfina e d'eroina, sono come una grattugia." Si sarebbe detto superbo delle bucature. "Non c' pi rimedio per me. Non tentate d'illudermi, non mi dispiace di morire: che felicit mi ha concesso la vita? E forse..."
Fiss di nuovo il marchese, e mettendoglisi di faccia e prendendolo per la giacchetta, gorgogli:
"E forse voi non credete che io soffro. Che intere notti non dormo. Che non riesco a tenere pi nulla nello stomaco."
Di verdastro era diventato livido, e tutto il corpo tremava, come scosso da una corrente elettrica. Non c'era dubbio: quell'uomo, anche, pativa.
"Ma," esclam il Pinzone, e con un balzo improvviso acchiapp tra le sue una mano del marchese, cascandogli dinanzi in ginocchio, "voi dovete vendicarmi. Dovete farmi rendere giustizia. Quando ho saputo che rimanevate ad Alliano, ho avuto un sogno. Non vi sarete offeso se l'altro giorno vi ho congedato cos bruscamente. Ho sbagliato, perdonatemi; sono uno stupido. Una voce stanotte mi ha detto: "va' dal marchese, sar il tuo vendicatore.""
Cuordileone cercava di sprigionar la mano, che l'altro serrava sempre pi, baciandola di tanto in tanto, come si fa a un vescovo; e, ad ogni bacio, quelle labbra umide e quelle guance setolose lo facevano trasalire. Finalmente riusc a liberarsi, rialz l'implorante, lo rimise a sedere nella poltrona, gli batt amichevolmente la pancia; ma il Pinzone rotava sempre pi gli occhi e respirava sempre pi stridendo. In qualunque momento e positura, aveva tenuto una mano sopra una cartella di cuoio, rimpinzata di lettere, di appunti, di elenchi, di circolari e di giornali; il titolo a svolazzi diceva: "La grande infamia." Ora, di mano in mano che, nel racconto dei suoi casi, un personaggio o un fatto si profilavano, tirava fuori i documenti illustrativi; quasi sempre, per, il marchese s'era potuto accorgere, il personaggio e il fatto non avevano nulla da spartire col documento. Per dimostrare la sua diligenza e l'importanza conseguita nell'ufficio, il Pinzone sventagliava in faccia a Cuordileone la lettera di un conte Mongiardino, con la quale questi gli chiedeva una informazione su un numero della mappa. Ad attestare l'obbrobrio di quel tal superiore, c'era un fascetto di giornali; nel primo, Cuordileone sbirci il saluto della citt d'Asti al funzionario che arrivava. Tutte quelle povere carte strambe, eteroclite, che avrebbero dovuto incendiare come fulmini, e non s'accendevano nemmeno come fiammiferi, erano tenute in ordine scrupoloso, numerate a matita rossa, distinte con grossi: "importante," "importantissimo," "essenziale." Quando le ebbe chiosate fino alla copertina, l'ammalato, con un ultimo spasimo di sofferenza e di passione, concluse: "Adesso sarete convinto anche voi."
E siccome Cuordileone non rispondeva:
"Sarete convinto anche voi," ripet con selvaggia energia. "Chi nega queste prove  un vile; approfitta della mia povert e della mia solitudine."
C'era di nuovo tanto suono di sofferenza in queste parole, che Cuordileone, il quale con un'estrema resipiscenza voleva rispondere: "ma ho proprio una faccia cos sciocca?" soffr anche lui. Sapeva che molte volte l'essere povero e solo, se non provoca l'ingiustizia, nemmeno accresce indulgenza a manchevolezze e a colpe, che nei ricchi e nei potenti sembrerebbero lievi. Inoltre, l'aspetto fra truculento e moribondo del Pinzone, vestendo d'originalit il dolore, gli suscitava con la piet il sorriso; e sorridere dispone a indulgere. Per consolare l'ammalato, e anche Tonina, che oramai singhiozzava in un angolo scoppiettando come una mitragliatrice, disse:
"Sono qui per aiutarvi. Che cosa debbo fare?"
Il Pinzone doveva avere nervi d'una tempra mirabile perch all'offerta amichevole le membra convulse fulmineamente si calmarono.
"Ho pensato io per voi; ne ho avuto tempo, in tanti giorni di pena. Oggi  marted, sabato andrete ad Asti, a portare i miei documenti al prefetto. Se non mi dar ragione, ve l'ho gi detto, domanderete un'udienza al ministro. I vostri amici di Roma saranno contenti di rivedervi. Non vi chiedo niente altro. C' un Dio, e quel signore andr in galera."
Riabbottonati febbrilmente i corpetti e stretto di nuovo il cravattone intorno al collo, calc sulla nuca il cappellaccio che nella foga del discorso era andato per traverso, e senza ascoltar pi nulla usc.
Il dubbio punse per l'ultima volta Cuordileone, che domand a Tonina:
"Ti sembra che io sia un brav'uomo, o un bonomo?"
"L'uno e l'altro," rispose la ragazza, e Cuordileone perplesso, prese la strada di Montechiaro, per andare a ricevere Michelino Mainoldi. Dinanzi a lui camminava il Pinzone, che di tanto in tanto si fermava, sputava appoggiandosi ad un albero o a un palo, e nel ripigliare la via vacillava. Malato, e forse gravemente, doveva essere; e ancora una volta, la piet attut in Cuordileone il dispetto dell'inganno. "Meglio essere imbrogliato, che far patire. Andr dal prefetto d'Asti;  mio vecchio amico," spieg a se stesso per salvare la sua dignit; "e poi, bisognava pure che un giorno o l'altro facessi una scappata in citt."
Quando, alla stazione, Michelino Mainoldi salt gi dalla littorina, per abbracciare il vecchio amico, il suo contegno fu riservato, quasi freddo.
"Che cos'hai," domand il marchese. "Non ti senti bene?"
"Ho, ho... Ma  meglio che te lo dica subito. Ho che mio fratello  in collera con te. E io anche."
"Lui? Tu? Voi due?" domand il marchese. L per l credette ad uno scherzo, ma s'accorse che il giovane parlava sul serio, forzando il tono, come fanno i giovani quando rimproverano; non ci sono abituati.
"S, noi due. Ti scriviamo una lettera gentile, affettuosa, permettimi che aggiunga generosa. La nostra decisione pu averti dato dispiacere; ma la necessit non ha legge. Perch non hai risposto?"
A tutto aveva pensato Cuordileone, ricevendo la lettera, salvo che a rispondere. Ma subito trov la ragione a cui aveva obbedito.
"Dovevo rispondere? E che cosa? Che vi ringraziavo del congedo?"
"Ecco il tuo solito orgoglio. Col tuo silenzio hai voluto dimostrarci che t'infischiavi di noi. Ci hai offesi."
"Della generosit, come dici tu, s, vi avrei ringraziato a cose compiute," ribatt Cuordileone, cominciando a riscaldarsi.
"Ah," comment Michelino, e la sua voce si fece lievemente sprezzante; "ecco un'altra offesa. Ci avresti ringraziato dopo. Volevi assicurarti, che avremmo mantenute le promesse."
"Michelino," l'interruppe calmo Cuordileone, "Michelino, fermati pure. Conosci la favola del lupo e dell'agnello? Il lupo che vuol mangiare l'agnello, eccetera, eccetera. Ma io," continu Cuordileone lisciandosi i baffetti e guardando negli occhi il giovinotto, "io, persuaditi subito, non sono l'agnello, caro. Io ho allevato il lupo, lo conosco da piccino, se mi d noia lo prendo per l'orecchia. Non mi si cambiano le carte in tavola, a me. L'offeso sono io. L'arrabbiato, se ce ne deve essere uno, sono io. Discorsi chiari, amicizia lunga."
Sulla punta dei piedi, come un galletto all'assalto, Cuordileone stava di fronte a Michelino; da principio il rimprovero l'aveva sorpreso, poi divertito, infine irritato; e adesso bastava. Chi sa, se in questa dimostrazione di dignit non entrasse un po' di pentimento per l'acquiescenza al Pinzone? Michelino tent di scherzare.
"L'agnello, il lupo. Sempre il solito romantico."
Il nome, che detto da Augustina era piaciuto a Cuordileone, ora l'irrit.
"E se mi piacesse d'esserlo? Se romantico significasse leale, affezionato, pietoso, cavaliere; quelle virt che oggi stanno passando di moda, se pur altre ne avete? Romantico: ridicolo superstite d'un mondo di sogni, vuoi dire, sepolto dalla realt. Ebbene, per essere del vostro mondo reale, non ti rammento quel che ho fatto per tuo fratello e per te, n la mia et: ubbie, con giovinotti spregiudicati. Ti dico invece che voi due non avete capito nemmeno il vostro vantaggio: un altro Cuordileone non lo trovate pi. Ccciati bene in testa le mie parole, Michelino, non lo trovate pi. E adesso che te le ho dette, e puoi ripeterle ad Antonio, tronchiamo il discorso. Sei mio ospite, e desidero di farti godere una bella giornata. Che c' da ridere?"
Col procedere del discorso di Cuordileone, Michelino era passato dal corruccio alla meraviglia e all'allegria; alla fine, una risata giovane giovane gli era uscita di bocca.
"Bravo, bravissimo.  proprio bene troncare. Vedi, dovevo dirti quelle cose; dispiaceva anche a me, ma dovevo obbedire ad Antonio. Te le ho dette, non parliamone pi; ritorniamo gli amici di prima."
Come se niente fosse successo, mise il braccio sotto quello di Cuordileone.
"Che stupendo paese," prosegu. "Non avevo idea di queste colline cos ariose, leggere, diverse. Noi siamo abituati alla citt; non  da disprezzare, ma  tanto eguale e brumosa. Questo, in confronto,  il paradiso. T'invidio, Cuordileone."
Il marchese si lasci invidiare senza rispondere al giovane, che continu a parlare velocemente. Non abituato alla campagna vera, ora che ci si trovava risentiva per essa l'ammirazione dei cittadini, e la smania di goderla tutta. Il marchese, contento di quella gioia cos fresca, indic, un poco da padrone di casa, i luoghi pi ridenti, poi fece salire Michelino nell'automobile sgangherato di Cicco, che dalla stazione di Montechiaro conduceva i contadini a tutti i paesi circostanti. In pochi minuti Cicco li port alla cascina; l scese, apr la porta e si lev il berretto come aveva visto fare in citt, salut Tonina con gli occhi strabici, scocc un ardito complimento a Giovanna, si dolse che Floc non fosse ancora morto, e rapido com'era venuto, cigolando e barcollando ripart. Sarebbe tornato pi tardi a riprendere il viaggiatore.
"Che casa," esclam Michelino, dopo aver rimesso a posto le braccia e le gambe sballottate e peste, "che vista, che pace. Ave rus. Quando penso che tu, possedendo questo delizioso cantuccio, ti sei rassegnato a restar sepolto per tanti anni nell'ufficio di Milano."
Poich avevano relegato Cuordileone in campagna, Michelino, che era di buon cuore, desiderava proprio di sapere l'amico in un paradiso terrestre, e glielo fabbricava. Continu: "Lascia vivere laggi noi, destinati come i galeotti alla catena; qui  la felicit. Ti affacci alla finestra, vedi quei monti, quei colli, quelle valli, respiri il profumo di questi meli... se sono meli... passi tra queste vigne, assaggi un chicco qui, un chicco l; senti l'usignolo cantare..."
"Di notte."
"Di notte, si capisce; mentre noi cittadini scendiamo nelle cantine, perch ci bombardano, col lume in mano, come fantasmi. Uomo fortunato. Ce li avevi descritti belli i tuoi paesi; ma sono ancor pi belli veduti che descritti."
"Aiutiamo questo povero Michelino," pens Cuordileone, seppellendo senza rimpianto i sogni notturni e mattutini, ora che sogni s'erano dimostrati; "il disgraziato cerca di liberarsi dai rimorsi, e io non voglio che perda l'appetito. Sono bei posti davvero," riprese ad alta voce, "e da un pezzo ci volevo tornare."
"Chi sa che accoglienze ti avranno fatto."
Cuordileone immagin Michelino nella stanza della direzione, a Milano, raccontare la sua visita al fratello e agli amici; e volle rimanere con maest nella memoria degli antichi compagni. Un po' rammentando, un po' inventando, rispose:
"Avresti dovuto essere qui al mio arrivo: mezzo paese era sugli usci: io sono ancora, per loro, il signor marchese. Passo per istrada; mi par d'essere mio nonno, il ministro di Carlo Felice, e con la coda dell'occhio guardo se la berlina mi segua. In otto giorni mi hanno proposto tre o quattro uffici, tra cui l'uno di presidente d'una grande societ per la raccolta e l'esportazione delle pesche, con milioni di capitale. Li ho rifiutati tutti. Voglio riposarmi un poco, riprendere fiato; perch adesso ti posso confessare la verit: in casa tua, non ho goduto n domeniche n vacanze per tanti anni..."
"Ricordiamo la tua devozione e la tua diligenza."
"Non voglio encomi, come il soldato del Piave," interruppe Cuordileone con un sorriso un po' malinconico, che Michelino scambi per lusingato. "Questi terreni intorno sono i resti dei miei; non molto vasti, ed ora mal tenuti; ma li migliorer. Diventer gentiluomo di campagna. Tonina. Certo, bisogner mutare un po' la coltivazione. Tonina. Meno vigna e pi campo; sar un bene o un male? Tonina."
La ragazzotta apr il cancelletto del giardino, e con le maniche rimboccate, pi paonazza del solito, compar tra i fiori. Il giardino non ne ostentava di rari o costosi; i comuni, per, crescevano vividi e robusti. In quel principio d'agosto, gli alberelli portavano bocci di rose, a mazzi polputi come carne. Le dalie, con le innumerevoli linguette accartocciate, parevano grossi piumini da cipria; le zinie, fiori poveretti e legnosi, ma solidi e durevoli, le copiavano alla buona. Margherite giganti, dalle foglie metalliche, giungevano a petto d'uomo; gli steli troppo lunghi e sottili degli astri, non potendo sostenere i fiori, piegavano come colli d'ammalati. Si cominciavano ad accendere nelle aiuole le fiammelle delle salvie splendide; i gerani, nel pieno della fioritura, incupivano le tinte; sulle cime dei rami, gli oleandri cullavano i bottoni rossi e rosa. E tutto quel rosso e quel verde era cos armoniosamente fuso, da ispirare insieme una lietezza e una pace profonda.
"Tonina," disse Cuordileone, "Dio ti benedica, metti in tavola, perch moriamo di fame. A tavola, Michelino, scoprirai altri piccoli piaceri e altre minute sodisfazioni di noi campagnuoli. Pane della madia, vino della cantina, galline del pollaio, verdura e frutta dell'orto. Un difetto solo: qui le fragole, le ciliege, le mele, le pere, le susine, i fichi maturano tutti insieme; i pomodori, le zucche, i cocomeri, i peperoni, i cavoli hanno la stessa furia; bisognerebbe avere una pancia badiale per goder tutto. In campagna non c' disciplina di produzione," concluse Cuordileone con un indulgente appunto alla natura.
Nell'udire l'amico parlare con tanta foga, Michelino, che, mangiando gagliardamente, ancor pi gagliardamente beveva quelle freise, quei grignolini, quelle barbere, che nelle vecchie bottiglie polverose conservano un'aria bonacciona di famiglia, ma spennellano d'un allegro, animoso colore la vita, sentiva svanire del tutto il rimorso, gi lieve, dell'ingiustizia commessa. Il quasi astemio Cuordileone, invece, era un poco umiliato. Qualche ora prima il Pinzone aveva chiesto il suo aiuto contro un supposto sopruso: lo stimavano dunque potente; ora il vessato era lui. E chi sa se anche al Pinzone non fosse stato fatto veramente torto? Volle uscire con nobilt da quella scontentezza, ed alzando il bicchiere brind alla fortuna della Casa Mainoldi, e alla salute di Antonio e di Michelino, amici carissimi.
"Cuordileone," balbett il giovane, e, tirato fuori di tasca un assegno bancario, si rizz in piedi. Appoggiandosi con una mano, lieve lieve, all'orlo della tavola, cominci solennemente:
"Con questo piccolo assegno mio fratello ed io non abbiamo in nessun modo creduto di compensare l'opera dell'amico, che aiut prima nostro padre, poi noi, bambini e giovinetti, finch non fummo in grado di guidarci da soli. La prosperit della Casa  in molta parte merito tuo;  notorio. Quanti, in questi giorni, non trovandoti al tuo solito posto, ci hanno domandato di te."
"Davvero?" disse Cuordileone; ma lev la mano, come per allontanare quella folla.
"Ti dir alcune cose, che ti piaceranno. Sai in quanti sbrigano il lavoro che facevi da te solo; e non hanno il tuo garbo e la tua esperienza? in tre, dico in tre. Il Salli, poi, che s' insediato nel tuo ufficio, ha preteso che gli cambiassimo i mobili. Vedi com' la gente d'oggi, Cuordileone; non fidarti, ricordati; prima, accetta qualunque patto, poi sfodera mille pretese. Ah, se si potesse... ma basta. Gradisci dunque questa somma come dimostrazione d'affetto, non come compenso. E se non ti parr sufficiente, di' quello che chiedi; mio fratello mi ha raccomandato di accontentarti. Anche lui ti vuol bene, con tutta la sua ruvidezza."
Si capiva che avrebbe volentieri continuato: "Su, vecchio Cuordileone, prendi la tua valigia, torniamo insieme a Milano; fingiamo che tutto sia stato uno scherzo," e Cuordileone gli vide le parole sulle labbra; ma non uscirono. Il marchese gett una occhiata sull'assegno, appena un'occhiata.
"Va benissimo," rispose riponendolo in tasca con la dignit solita; e siccome, dopo l'ultimo sfogo, Michelino non sapeva pi che cosa dire, ed era sceso il silenzio della fine d'ogni colazione copiosa, il marchese, perfetto padrone di casa, mise sotto gli occhi del giovane un bicchiere ancora colmo di barbera.
"Sai come si chiama questa barbera?"
"No," rispose l'altro con voce sonnolenta; "dimmelo."
"Si chiama barbera beverina, perch invita a bere. Guardaci dentro: non ci vedi niente? Proprio niente? Non una schiumetta, leggera come una nebbiuzza, quella che noi viticultori chiamiamo panna? Michelino, diffida della barbera che, quando stappi la bottiglia, schiocca e spumeggia; soltanto questa schiumetta, questa nebbiuzza, questa panna, cos discrete, tacite, volubili, rivelano la nobilt del vino. Questa  natura, l'altro  artificio."
Non riusciva a trovare un discorso nuovo; fortunatamente, dal folto degli alberi ricant l'uccello, che aveva accompagnato il colloquio con la Gatta; le chiacchiere degli uomini o esaltavano, o davan noia alla bestiola.
Il canto, quasi un grido, filato, pieno, prepotente riemp la campagna; Michelino, con gli occhi imbambolati, alz la testa e trattenne il fiato. Quel canto si rafforz rapidissimo, divenne squillo: l'aria rimase immobile, la terra tacque, le foglie smisero di frusciare, i calabroni volarono senza rumore; a Michelino, che continuava a non respirare, il viso divenne paonazzo. A un tratto il canto si spezz; e con due grida d'allegrezza, come se dicesse: "ol, ol, di che cosa sono capace;" l'uccello chiuse il becco. Il vento riprese allora a muoversi, la terra a crepitare, le foglie a frusciare, i calabroni a ronzare; Michelino tir un gran respiro. Ma il canto proruppe di nuovo, sal, divenne gagliardo, e tutto si riferm; l'uccello ripet: "ol, ol", smise sul serio, e tutto ritorn a muoversi. La cascatella fra cielo e terra s'inarid.
"Che cos'? Un cardellino?" domand con voce malcerta il giovane. "Un fringuello? Un merlo? Cuordileone, guardami in faccia. Non sono ubriaco. Ho bevuto, ma ragiono. Sto in piedi senza traballare. Non mi hai fatto sentire l'uccellino della radio, per burlarti di me? No, sei troppo amico; sei un uomo per bene, non come noi, canagliume. Ma devi dirmi come si chiama quell'uccello, e farmelo vedere. Andiamo. Hai paura che capitomboli? Sbaglieresti di grosso: guarda, sto su una gamba sola. Lasciamelo portare a casa. Avrai in solaio una gabbia vecchia; regalamela. Mi hai sempre voluto bene, e anch'io te ne voglio. Non tener conto di quelle parole che ti ho dette all'arrivo; sciocchezze, roba da ragazzi. Io voglio vivere in campagna, con te."
Cicco strabico, arrivando con l'automobile per riportare i due alla stazione, tronc le effusioni di Michelino. Dinanzi all'estraneo il giovane s'impett, e disse gravemente:
"Peccato, stavo cos bene qui. Ma torner presto. Cuordileone, prima della vendemmia, o alla vendemmia, sar ad Alliano. Questo bravo giovinotto," aggiunse con una manatina protettrice sulla spalla di Cicco, che rispose con una riverenza, "mi ricondurr; siamo amici. T'avverto, per, che non mi fermer soltanto un giorno; mi dovrai sopportare per tutte le vacanze."
Pure tra la nebbia del vino sapeva che non sarebbe tornato, e cercava d'illudersi con le promesse abbondanti; dal canto suo Cuordileone, convinto che ad Alliano non l'avrebbe pi riveduto, gli rispondeva: "Bravo, sicuro. Adesso che sai la strada, ti aspetto. Milano  a due passi. Ma," chiam preoccupato; "Tonina, Tonina, Tonina. Che cosa brucia sui fornelli?"
Alla terza chiamata, secondo l'abitudine ormai stabilita, la serva compar con la faccia sgomenta.
"Ho mangiato troppo, soffoco. Se non mangio, svengo; se mangio mi gira la testa. Sono di complessione debole. Mi sto facendo una camomilla; aiuta a digerire," e tir fuori la lingua alla Gatta e a Giovanna, che bisbigliavano: "Ha mangiato troppo."
"Ingenuit della campagna," mormor Cuordileone a Michelino, aiutandolo con un po' di fatica a salire nell'automobile; il giovane rispose:
"Naturalmente. In campagna si mangia sempre troppo... e si beve. Non c' altro da fare. Io, per, ricordati, non sono ubriaco."
Cicco, in mezzo minuto, aveva dato un pizzicotto a Tonina, che non se l'aspettava perch gli occhi traditori del giovane guardavano da un'altra parte, ripetuto una barzelletta salace a Giovanna, e appioppato l'ultimo calcio a Floc, che gli si avvent con gli occhi di bragia, ma rimase impiccato alla catena e gua; compiuti questi obblighi, via come un razzo. Il ritorno per fu piuttosto malinconico, perch Michelino cadde in letargo, e Cuordileone si mise a ripensare al passato, che quel giorno scompariva del tutto. A Montechiaro, il Mainoldi discese dall'automobile a fatica, come a fatica c'era salito, riconferm a Cuordileone di non sentirsi affatto ubriaco, e giunta la littorina, dal sedile rivolse l'ultima parola all'amico.
"Cuorone," disse con la lingua grossa, chiamando il marchese come usava da piccolo, "l'altro giorno il Cantagalli sosteneva che ti saresti messo col Parenti, contro di noi. Non ci crederei nemmeno a vederti. Certe cose possiamo farle noi; ma sono indegne di te."
Con mezzo braccio fuori dal finestrino ripet: "A rivederci, a rivederci a Milano;" poi si riaddorment; la storia registra che, passato all'ora giusta da Asti, all'ora giusta fu anche a Milano, senza sapere che cosa avesse fatto per istrada.
Cuordileone pagato Cicco, riprese a piedi la via di Alliano. Il giorno era stato pieno di fatti, ed egli desiderava di calmare il corpo e lo spirito.
"Signor marchese," chiam monsignor curato di Villalta, quando Cuordileone fu arrivato, a passo a passo, sotto la chiesetta, "che bella combinazione. Volete venir su?"
"Che c'?"
"La prova generale della "Passione di Cristo"", rispose con un certo compiacimento il sacerdote, "che dopodomani andr in iscena, alla presenza di monsignor vescovo, prima del suo ritorno ad Asti. La contessa Sammartino  gi in sala; ma i consigli e il giudizio d'un uomo come voi, vissuto sempre tra arte e artisti, saranno preziosi per tutti;" e Cuordileone accett l'invito.
In fondo ad un vecchio stanzone nudo, attiguo alla canonica, era stato eretto una specie di palcoscenico, col sipario di carta; dinanzi, stavano allineate panche di tutti i tempi e di tutte le forme, che rivelavano la speranza di un pubblico numeroso. Le tre monache dell'asilo erano, con la Sammartino, le sole persone adulte l dentro; e l'una scriveva in rosso con un pennello il cartellone della "Passione di Cristo", l'altra finiva d'intagliare nel cartone la corona del re Erode; la terza era la direttrice di scena. Due crocchi di ragazzetti stavano di fronte, ma separati; l'uno tutto rosso, con gli scudi e le spade rosse, gli elmi rossi, le bandiere rosse, rappresentava i Romani; l'altro tutto verde, con le tonache verdi, i libri verdi e i cappelli verdi, i Giudei. Fra gli uni e gli altri Susetta, con un vestitino azzurro, era Maria; vicino, le tre altre Marie con la Veronica; pi in l Ges, Pilato ed Erode, che si tenevano per mano. I ragazzetti si osservavano con calma curiosit, immobili; ma i personaggi principali sapevano evidentemente di contare pi della minuzzaglia. Il pi vecchio della truppa poteva avere dodici anni; per uno spilungone, cresciuto come un asparagio, s'alzava sui compagni come il campanile della chiesa sulle case del borgo, e approfittava delle sue manacce per distribuire scapaccioni, di nascosto dalle suore.
Non appena monsignor di Villalta entr col marchese, la direttrice di scena ordin: "Silenzio". La scrivana rimase col pennello e la tagliatrice con le forbici in aria; Susetta invece fin la sua riverenza a Cuordileone. Era tanto piccina, eppure aveva proprio della Madonna: quell'aspetto giovane, innocente, diafano che hanno le pi belle Madonne, bambine consapevoli del dolore e della morte. Ad un secondo ordine della direttrice ognuno torn a sgomitolarsi, e la prova della rappresentazione cominci.
Gli atti erano brevi; e, ogni volta, per far capire agli spettatori quando finissero, gli attori fatto un inchino, uscivano dal palcoscenico; stavano un momento fermi e zitti, poi tornavano; era perci un continuo andare e venire. La suora pittrice e l'intagliatrice avevano smesso il particolare lavoro, e, dai due lati dello stanzone, avviavano al posto l'una i Romani, l'altra i Giudei; la direttrice, nel mezzo, guidava i protagonisti. Si udivano le voci sommesse delle donne fluire con il bisbiglio dell'acqua in un prato; non s'alzavano mai, sembravano litanie.
Il primo atto fu una specie di prologo. Disposti a semicerchio guardando ora il soffitto, ora i tre spettatori, i Giudei verdi disputarono sulla venuta del Cristo. Le ragioni favorevoli e contrarie non erano molto peregrine; in fondo si riepilogavano in queste due affermazioni: "S, Cristo  comparso," "No, Cristo non  comparso;" che, dette da principio con voce bassa, salirono a mano a mano di tono, finch le due parti s'accalorarono, le vocette diventarono acute, e tutti stonarono. Allora, un soldato romano, rosso, si fece avanti, con lo scudo rosso che era un fondo di tinozza dipinta, e la lancia fatta d'una canna con un fiocco rosso in cima, e tronc la controversia dicendo: "Eccolo." All'annunzio, tutti smisero di gridare e uscirono.
Ges entr; l'avevano precedentemente incoronato di spine, perch qualcuno dei compagni, mettendogli dopo la flagellazione quella corona, vera e di spine lunghissime, non gli facesse male. La direttrice bisbigli ai Romani: "Inginocchiatevi." Un Romano, camminando con le mani e coi piedi, come un gatto, per dimostrare che era zoppo, implor la guarigione; subito Ges gliel'accord, dicendo: "Sei guarito." Gli altri Romani esclamarono: "Oh," alzando e battendo gli scudi e le lance, a testimonianza dell'immensa meraviglia, del terrore, quasi, suscitato dal miracolo; espresso il sentimento, di nuovo, tranquilli, tutti uscirono.
Cominci il terz'atto, e Ges con gli Apostoli sedette all'ultima Cena. Aveva sempre la corona di spine, che ora gli dava noia; con una manina cercava di sollevarla, e la monaca gli suggeriva: "Non toccare, ti farai male". Gli Apostoli erano i Giudei di prima, che avevano per assicurato con spilli attorno ai capelli un cerchietto di cartone, evidentemente l'aureola. Giuda, separato dagli altri, teneva il viso al riparo d'una specie di mantellina, per lasciar subito capire chi era; gli altri lo guardavano con placido raccapriccio, ma egli, altero della sua parte, non chinava gli occhi; si sentiva cattivo e potente. Quando Ges annunci: "In mezzo a voi c' uno che mi tradir," gli Apostoli, ad uno alla volta, gli domandarono: "Forse io?" e Ges scosse la testa per rispondere: "No;" alla fine, rimasto muto soltanto Giuda, lo chiam, finse di dargli il pane intinto nel vino, e con un gesto severo lo conged. All'uscita di Giuda segu l'uscita degli Apostoli; ultimo scomparve Ges, pensieroso.
Ora Giuda, nel quarto atto, discuteva il prezzo del tradimento con i Giudei, che erano gli Apostoli sfrondati dell'aureola; cont fino a trenta, spicciolando con le dita d'una mano nell'altra, per dimostrare d'aver ricevuto la somma pattuita. Poi, a capo dei Romani, che aspettavano disciplinati il turno d'entrare da un lato del palcoscenico, si fece incontro a Ges, che si trovava da quelle parti, e lo baci in fronte. Levando ancora gli scudi e le lance, i Romani marciarono per due a imprigionare Ges; mentre lo conducevano alla carcere, Ponzio Pilato solo soletto venne avanti, e si stropicci le mani, dichiarando: "Mi lavo le mani." Tir fuori di tasca un fazzolettone bianco, e se le asciug; per l'ultima volta tutti uscirono.
Giunto alla fine della sua giornata terrena, Ges saliva il Calvario con una croce alta quanto lui, e Susetta era in mezzo alla scena. Qui la storia si faceva un poco confusa, e lo stesso monsignor curato confessava che una ripassata sarebbe stata opportuna. Maria stava ferma, attorniata dalle pie donne; e Ges, preceduto dai Romani sempre ordinati per due, e seguto dalla folla schiamazzante dei Giudei, le girava intorno, ad ogni giro pi lentamente e faticosamente, per far intendere che saliva il monte, e che la strada era ripida, a chiocciola e lunga. Tre volte cadde, e tre si rialz; la Veronica allora, staccandosi da Susetta, gli terse il viso con un asciugamano, listato di verde. La direttrice avvert: "Fallo vedere," e la Veronica lo mostr nel diritto e nel rovescio; apparve un disegno rosso, che la Veronica addit: "Guardate il suo volto divino." La processione usc dal palcoscenico, perch la morte di Cristo non doveva contristare gli spettatori; ma il bambinetto che rappresentava il Redentore, esclam dalle quinte: "Mi hanno crocifisso." Allora tutti: ragazzi, pie donne, Apostoli, Romani e Giudei, presi da un'improvvisa frenesia, rientrarono a precipizio in iscena, saltarono, gridarono, cozzarono gli scudi l'uno contro l'altro, batterono le mura con le lance: imitavano il terremoto, annunciante alla terra la morte del Salvatore. Ma questi, a un certo punto, facendosi largo fra gli elementi, riapparve al proscenio, s'inchin, e volto l'ultimo sguardo in giro inform: "Sono risorto." La rappresentazione ebbe fine.
Non c'era stata ombra d'irriverenza nella festa; tutto si era rivelato gentile, ingenuo e puro, dalle monache ai bambinetti a monsignore di Villalta. Susetta apriva gli occhi lucidi di pianto, la Sammartino taceva, Cuordileone, dimenticati gli avvenimenti della giornata e le sue delusioni, sorrideva un poco.

 CAPITOLO 14.
La guerra che sconvolgeva mezza Europa pareva sfiorare appena il paese d'Alliano: l'enorme zuffa, dove gli aeroplani nel cielo, le navi sul mare, i carri armati e le artiglierie in terra si rincorrevano in uno spaventoso carosello, sembrava nel borgo piuttosto una visione dell'Apocalisse, che una realt.
Di tanto in tanto, a notte, i contadini rivedevano dalla parte di Torino e di Novara scendere i razzi inglesi e salire le granate italiane, il cielo imbraciarsi di mille fuochi; qualche volta, bench rara, udivano che uno degli aeroplani nemici, sbagliando strada, o liberandosi del carico per fuggir meglio, aveva distrutto un cascinale nei pressi di Asti o d'Alessandria. Le radio del Municipio e del Dopolavoro ripetevano quattro volte al giorno i bollettini di guerra. E la Lombarda, spesso, tornava dalla stazione con cinque o sei cartoline di chiamata alle armi; l per l si faceva un gran discorrere delle partenze e, nelle case dei giovani, la madre, la moglie o la sorella cercavano di nascondere le lagrime. Ma le incursioni inglesi erano rade e lontane, i combattimenti propizi, i richiami parziali; quella guerra non somigliava alla precedente, in cui tutti i giovani erano partiti insieme, ed ora, sulla piazzetta, dinanzi alla chiesa, s'allineavano trentadue acacie, ognuna col nome d'un morto. N l'ufficio della posta e del telegrafo, in piazza grande, sbrigava maggior lavoro del solito; la signora Mellito, una genovese trapiantata nel borgo da vent'anni, dopo aver scritto tutto il giorno moduli d'assicurazioni, o distribuito lettere, ripeteva ogni sera la sua passeggiata salutare fino a Villalta, non un passo pi in l, poi tornava indietro. Il barbiere preposto all'ufficio telefonico, o lavorava in campagna, o quand'era in casa aveva il telefono guasto, e nessuno si lagnava; del resto, c'erano ad Alliano tre telefoni in tutto, compreso quello del Municipio, e il dottore e il notaio Chirone, possessori degli altri due, per scambiarsi le novit si chiamavano dalla finestra. A diffondere le notizie bastavano i parenti tornati le feste dalle citt grandi, i fornitori d'olio, di burro o di formaggio alle bottegucce, i braccianti girovaghi nelle cascine, per la mietitura o la falciatura; e quelle notizie, quasi sempre bizzarre o esagerate, sodisfacendo un confuso desiderio d'avvenimenti meravigliosi e terribili, in pochissimo tempo diventavano vangelo. Scese gi senza risonanze e fermentate sotto una calma o un'indifferenza apparenti, improvvisamente ribollivano, rigurgitando. Cuordileone aveva notato il curioso carattere contadino di ascoltare senza rispondere, ricevere senza dare, consentire senza abbandonarsi. Quella gente sembrava incompiuta; capace a modo suo di pensare e di sentire, non riusciva a dire se non una piccola parte dei pensieri e dei sentimenti. La solitudine d'ognuno, rivelata dalle parole e dagli sguardi, formava la solitudine delle famiglie e del paese. Alliano viveva chiuso in s, separato dai villaggi vicini; Asti appariva lontana, Torino lontanissima, l'Italia un nome.
In fondo, la ragione d'essere dei contadini era il lavoro, continuo, necessario. Dalla mattina alla sera, con i denti di ferro delle zappette larghe non pi di due spanne, mordevano le colline e le valli, le sbriciolavano, le rivolgevano, le spianavano. Venivano oggi al punto preciso dove ieri s'erano fermati, e domani a quello d'oggi; stagioni dopo stagioni, cieli d'inverno dopo quelli dell'estate; sempre, con la loro zappetta, i contadini frantumavano colli e valli, e il grano succedeva all'erba, e l'uva al grano. Colmi i fienili, il grano e il granturco deposti nei magazzini comunali, il vino a riposare in cantina, le bestie ingrassate nelle stalle, sentivano d'aver compiuto il loro dovere. Se qualcuno dei soldati, tornato in licenza dalla fronte, passava i pochi giorni all'osteria, i pi non erano ancora giunti, che ripresi i vecchi abiti, con la falce o la roncola scendevano ai campi. Sembravano obbedire ad un ordine tacito e inesorabile di ricuperare il tempo perduto. Sulla strada della vigna, o riuniti a veglia, raccontavano i fatti di guerra a cui s'erano trovati; e il viso era pi scavato, lo sguardo pi fermo, la parola anche pi cauta di quando erano partiti. Ma senza dilungarsi in ricordi; si sarebbe detto, invece, che soffrissero nel riconoscersi cos presto sostituiti nelle opere. Scuotevano la testa, malcontenti del lavoro altrui: le vigne pullulanti di gramigna, molti prati in attesa ancora della falce, l'uva intristita dalla filossera non curata a tempo; no, le donne e i bambini non bastavano a lavorare bene la terra. Le notti delle incursioni i soldati rimanevano a letto; un po' perch ne avevano sopportate tante, un po' per mostrare la loro indifferenza.
La nazione combatteva, la campagna le forniva il nutrimento. Da quaranta giorni, nella gran canicola, la trebbiatrice di Costantino passava di cortile in cortile, a riempire la case di grano e le tettoie di paglia. Era giunta notizia che Menico, il meccanico, non ostante il dissanguamento che avrebbe finito un bue, continuava a migliorare all'ospedale, e fra non molto sarebbe tornato. Intanto, il figlio maggiore di Costantino conduceva con alte grida la macchina; qualche volta, nelle salite pi ripide, una o due coppie di buoi aiutavano a tirare muggendo, e i contadini, gridando anche loro, incitavano le bestie; era uno schiamazzo iroso e lieto, tra il polverone pesante. Quando poi al primo vento palpitava la sera fino allora immobile, un profumo aspro di grano e d'erbe s'effondeva, come il fiato della terra. Pane, verdura, vino, anche carne aveva Alliano, per s e per la patria; e da questa ricchezza, duramente raccolta e non confessata, anzi nascosta sotto un continuo lamento di stanchezza vera, traevano la forza e l'orgoglio intimi i contadini. Alla gente della citt il danaro; ma, nei pomeriggi tranquilli, le donne del borgo passavano con i canestri della pasta lievitata sulla carriola, andando al forno; s'erano lavate, messe le calze, vestite a festa: la cottura del pane era un rito; e portavano seduti sulle stanghe i bambinetti sgambettanti, che ad ogni mossa minacciavano di capitombolare. Il forno antichissimo, scavato nel tufo, ardeva come un antro di streghe; il fornaio cantando in falsetto preparava il pane; le donne, ritornate con le carriole, ci mettevano sopra i canestri, e un odore caldo e cordiale le seguiva. Sulla soglia delle quattro o cinque botteghe s'allineavano sempre pi fitte e ricche le ceste dei peperoni, dei pomodori e delle melanzane, con le altre dei cavoli rugosi, dei fagioli variegati, delle pesche e delle albicocche coperte di peluria, delle prugne polpose; i colori vivaci risaltavano sullo sfondo scuro delle botteghe. E, rigovernate le bestie, uscivano dalle stalle le ragazze e i vecchi col secchiello del latte appena munto; dopo qualche minuto, sulla tavola la polenta fumava presso le ciotole colme.
In quel piccolo mondo, placido, operoso ed uguale, viveva Cuordileone, cercando di formarsi un'anima paesana, per capire e farsi capire meglio. La seconda met dell'agosto era venuta; e ogni mattina, alle cinque, la trombetta del raccoglitore di latte per il deposito di Montechiaro puntualmente lo svegliava. Nella notte la vecchia casa, con i mobili annosi s'era riempita di sospiri, di bisbigli, di schiocchi bizzarri. In solaio, proprio sopra la testata del letto, qualcuno o qualche cosa, a lunghi intervalli, aveva battuto un colpo secco: forse una faina o un uccellaccio affamati s'erano mossi nel nido; ma Cuordileone non era riuscito mai a scoprirli. Parecchie volte, anche, gli era sembrato di sentir camminare o discorrere cautamente nell'aia, e s'era affacciato; nessuno, bench un'ombra sembrasse scivolare in un angolo, o la siepe frusciasse senza vento. Tonina nella stanza accanto alla sua, la Gatta all'altra estremit della cascina, russavano rumorosamente; era l'unica cosa in cui andassero d'accordo; dunque egli s'ingannava. Eppure, certe mattine avrebbe giurato che qua e l gli arnesi non fossero al posto della sera precedente.
Si vestiva pian piano, ripensando alle sue ultime vicende; ma gli amici, il lavoro, la casa di Milano gli apparivano lontani. La citt, un tempo tanto viva, sfumava deserta in una nebbia umida, irriconoscibile. S'era fatto mandare dalla portinaia, per ripugnanza d'andarli a riprendere, gli abiti, la biancheria, i libri pi necessari; e con quella roba aveva messo un po' in ordine le sue quattro stanze. Senza nulla di deciso, contava di rimanere ad Alliano l'intero ottobre, e tornar poi in citt; ma i giorni gli parevano lunghi. Per di pi, una guerra coperta s'era accesa non solamente fra la Gatta, Giovanna e Tonina, ma fra questa e Giorgio, e fra la Gatta e Giorgio; l'uomo, evidentemente d'accordo con Giovanna, s'atteggiava a padrone. Improvvise liti scoppiavano negli angoli della corte fra i quattro, ancora contenute, sebbene Tonina, dopo ognuna, spesso piangesse; e Cuordileone prevedeva che presto avrebbe dovuto intervenire per far cessare quel bailamme. Col sole, per, molti fantasmi svanivano; ed egli usciva di casa, vestito con la stessa cura di Milano, quando andava all'ufficio.
Le otto. L'orologio della chiesa, sonoro e lento, suonava le otto, e l'ortolano, presso il carro della verdura, avvertiva col suo grido le massaie dell'arrivo. Cuordileone, all'entrata del paese, sostava un minuto a guardarsi intorno. Le casette addossate l'una all'altra, con le finestre che si spiavano, le porte vicine, i balconi di legno correnti lungo tutta la facciata, formavano intorno alle corti tanti piccoli borghi nel grande. Nessuno poteva muoversi o parlare, senza che il vicino vedesse o udisse; le zuffe, le paci, le disgrazie, i disegni, le speranze, gli affari erano in comune. Di solito, per, i discorsi e i casi altrui non interessavano molto; rade parole vi accennavano quando le famiglie si riunivano a pranzo o a cena; la vicinanza e quasi la promiscuit, con l'egoismo naturale, avevano generato quell'indifferenza. E se, nel mezzo della notte, il marito ubriaco batteva la moglie, o due fratelli litigavano fra grida di spavento o di rabbia, i vicini non se ne davano intesi; n, la mattina seguente, una parola tradiva lo scompiglio notturno.
Qualche volta, quegli agglomerati di case erano covi di serpi. Dinanzi alla corte dei Mussa, la prima entrando in paese, anche quella mattina Giuseppe Mussa ferm il marchese, per lagnarsi di Michele Gallia. Da dieci anni i Mussa e i Gallia erano mortali nemici, a causa d'una scala unica scendente nelle due cantine, che, in antico, avevano appartenuto ad un solo padrone. I Gallia, dopo aver trascinato gli avversari dinanzi a tutti i tribunali protestando che la scala era loro, li avevano obbligati a costruirne un'altra. Le due parti, consumati i pochi risparmi, s'erano riempite di debiti; quando la lite pareva risolta e la tranquillit tornata, Gavello, il terzo proprietario del cortile, aveva tirato fuori un atto notarile di quarant'anni innanzi, che dichiarava il suo diritto, unico ed assoluto, alla parte dell'aia contesa; e i processi erano ricominciati. Ora, i tre capifamiglia, vecchi, stanchi, curvi sino a terra, nella corte si sfioravano, o sedevano l'uno di fronte all'altro, fingendo di non vedersi; ma in casa e nella stalla sputavano parole velenose, e di nascosto incitavano il cane a correre addosso alle galline dei pollai nemici. Anche i figliuoli non si parlavano, e i nipotini, incontrandosi in piazza o nella strada, si tiravano sassi. Quel giorno il vecchio Mussa, pur non avendo niente da dire, parlott un pezzo con Cuordileone, per insospettire e irritare gli altri due. Infatti, a un certo punto, il Gavello sbatt l'uscio e scomparve; il Gallia, invece, quando Cuordileone riprese il cammino, lo salut ironicamente. Cuordileone con gran cortesia si cav il cappello.
Pi in l Lucia, la vecchia settimina, curava un ragazzotto che nel falciare s'era tagliato un dito; gli aveva messo sulla piaga una foglia, biascicando una preghiera. La nascita le aveva conferito il privilegio di guarire e di far ammalare, e la gente veniva da lontano a consultarla; nella casa, dove viveva solitaria e vestita di nero, c'era chi aveva veduto sul pavimento d'una stanza una corona di fiori e d'erbe a forma di cuore, con un coltello piantato nel mezzo. Cuordileone la salut, e la vecchia gli ricambi il saluto con rispetto, non disgiunto da una certa confidenza. Fine d'ingegno, tenace di memoria, con due occhietti a punta di spillo, si sentiva un po' della stessa specie del marchese. Nell'occhiata che gli diede ci fu un lampo di malizia allegra; poi torn seria a biascicare la sua preghiera.
Una donna con i capelli grigi era intanto uscita incontro a Cuordileone da un'altr'aia, mormorando che doveva dirgli una parola.
"Sono qui," rispose il marchese, e segu la contadina in una stanzuccia che era un po' di tutto, cucina, stanza da pranzo, granaio e guardaroba.
"Vorrei," cominci semplicemente l'altra, "che faceste ritornare il mio figliuolo dalla guerra."
Cuordileone la considerava un po' indispettito e un po' commosso. Con tanto vigore di braccia quella gente non riusciva a sbrigarsi nelle faccende comuni; il primo suo moto era sempre di rivolgersi al potente, o stimato tale. Anche quando aveva un diritto, confidava nella forza o nell'imbroglio per conseguirlo; siccome Cuordileone era il discendente degli antichi signori, gli raccontava i pi diversi casi, le pi intime e strambe pretese, con la speranza d'un aiuto, magari d'una complicit. Ma se egli rispondeva che gli era impossibile accontentarla, lo fissava incredula con lo sguardo triste, che a poco a poco diventava diffidente e poi ostile: il signore non voleva soccorrerla. Anche questa volta la donna mormor:
"So bene perch non mi aiutate."
"Oh perch," domand meravigliato il marchese, ma l'altra non volle spiegarsi fino a quando Cuordileone non fu sull'uscio. Allora disse:
"Sono la sorella del Rissone, e voi il Rissone non lo potete soffrire. Per colpa vostra  sulla strada."
Rientr, mentre Cuordileone la guardava trasecolato. Lui ce l'aveva tanto col Rissone? Senza nemmeno tentare di chiarire la verit, con una seconda scappellata prosegu la via. Personaggio ragguardevole, godeva l'affetto degli amici; doveva pur soffrire i nemici.
Le nove. L'orologio della chiesa, sonoro e lento, batt le nove. Il podest Ponzio, ascoltando senza rispondere un contadino che gli parlava concitatamente, s'avvi al municipio. Veduto il marchese, lo salut, ma senza fermarsi; Cuordileone ebbe anzi l'impressione che volesse scansarlo. Il marchese era cos arrivato nella piazza, vastissima tra quelle del circondario, e teatro, nei giorni di festa, delle pi memorabili partite di palla al tamburello.
Gran traffico nelle bottegucce, e tintinnare continuo di campanelli; dal suono si poteva distinguere se l'avventore era entrato da Berto o da Vigio macellai, da Marchino tabaccaio o da Bettina pizzicagnola. L'impastatrice di Pietro continuava a girare e a battere i suoi colpi uniformi; giorno e notte girava e batteva; Cuordileone sarebbe impazzito ad abitare l vicino, ma i contadini non se ne davano per intesi. Seduti presso l'uscio del piccolo negozio, cucivano il sarto e la sarta, marito e moglie; il marchese si sofferm a guardar dentro. Stavano in bell'ordine sugli scaffali i panni e le tele dai vivaci colori; le ragazze entravano con gli occhi lucidi di desiderio, facevano tirar gi dieci pezze, le spiegavano palpandole, le trovavano belle ma le sprezzavano; poi, pagata sospirando la roba, se la portavano via, stretta sotto il braccio come un tesoro. Invece, dinanzi alla casa seguente Cuordileone pass senza fermarsi. I tre calzolai zoppi, padrone, padrona e garzone, ci vivevano, lavorando, mangiando e dormendo insieme; e i due uomini spesso s'azzuffavano e si battevano, per gelosia della donna. Paralizzati dalle reni in gi, nella lite furiosa il sangue saliva loro alla testa; afferrandosi e tenendosi fermi con un braccio, con l'altro si sculacciavano a mano aperta; ma le natiche morte non sentivano dolore, e le smorfie di rabbia sembravano ghigni di scherno; la gente si divertiva a guardarli. All'ombra della chiesa, il vicario, con un occhio nel breviario e l'altro a braccare in giro, sorvegliava senza parere i detti e i fatti dei parrocchiani. Sulle grondaie della canonica i passeri e le rondini sporgevano un istante i capini irrequieti, poi, subito, al posto delle teste, senza nessuna riverenza per l'uomo grave che camminava sotto, voltavano le code.
Le dieci. L'orologio della chiesa, sonoro e lento, sgran le dieci. Il vecchio Collino, attravers la piazza, parlando fra s, per andare alla vigna. Nessuno sapeva che cosa armeggiasse tra i filari; veniva da una cascina lontana un'ora, restava dieci minuti sul suo pezzo di terra, tornava a casa; ma ogni giorno rifaceva il viaggio.
"Buongiorno, signor marchese; sempre bene, non  vero?" domand il vicario quando Cuordileone gli fu vicino; scambiavano spesso quattro chiacchiere.
Il gran caldo dava fastidio al prete, che passata oramai la settantina, e non riuscendo quasi pi a digerire, faticava a dir messa. Il suo primo discorso, con tutti, era intorno alla salute; al brav'uomo, in regola col cielo, dispiaceva di lasciare la terra.
"Un sepolcro imbiancato, reverendo, un sepolcro imbiancato," rispose Cuordileone, consapevole del conforto che ad un infermo vero o immaginario d chi, sembrando robusto, confessa i propri guai. "Anch'io ho i miei malanni. La notte non dormo."
"Come me," disse rallegrato il vicario. "Il caldo. Non posso respirare. Ma a voi manca il respiro?"
"Purtroppo, reverendo, purtroppo."
"E che cosa vi dice il medico," domand il vicario, accomunando con molta speranza la propria sorte a quella del marchese.
"Che camper ancora cent'anni;" e il marchese se ne and contento, con una terza scappellata, che il prete gli rese, inchinandosi fino a terra. Si sentiva gi meglio; guard con pi letizia intorno, perfino sorrise, come da qualche tempo non usava pi; poi accompagn con occhi grati l'amico, mormorando: "Brav'uomo."
Finalmente, nella casetta del maestro, sotto il campanile, Cuordileone ud la voce flebile e arrochita, da vecchio catarroso, dell'antico harmonium; buss ed entr. Allo strumento stava Matteo, il ragazzo del clarinetto, e ripeteva le scale: "do, re, mi, fa, sol," le grosse spalle protese innanzi come se tirasse un carro. Dietro lo scrittoio dell'angolo sedeva col maestro Barbara, la sorella di Jango; parlavano sottovoce, consultando un vecchio quaderno; di tanto in tanto il maestro si voltava verso il suonatore a correggere: "re re", "mi mi", e il ragazzo, sobbalzando, faceva il gesto d'acchiappare in aria la nota sbagliata, per mettere la giusta al posto. Rosina, in un angolo, finiva la maglia d'un bambino dell'asilo, discorrendo con Marta, venuta ad avvertire l'amica, che la contessa Sammartino nello sgomberare gli armadi e i canterani a causa della prossima partenza, aveva ritrovato qualche bella tovaglia ricamata e qualche drappo, da figurare bene con poco lavoro sull'altare; accanto le stava Susetta. L'aria e la libert avevano soffuso d'un bel color roseo il viso della piccina, nel quale splendevano meglio gli occhi azzurri; serbava per sempre quel suo aspetto riflessivo, che un poco stupiva, quasi non fosse naturale a quell'et.
"Non ho mai incontrato uno zuccone simile," mormor il maestro a Cuordileone, indicando il suonatore, ma prosegu: "Poveretto non bisogna scoraggiarlo", e ad alta voce lo lod: "Bravo, bravo. Adesso hai studiato abbastanza; puoi andare". Il ragazzo scroll il testone come se lo liberasse dal giogo, e salutato il marchese, a capo basso usc. La sorella di Jango nascose in seno il quaderno, e, lasciato lo scrittoio, and a sedere di fianco a Rosina e a Marta; Susetta stava fra questa e Barbara.
"Scommetto che indovino perch sei venuto," disse furbescamente il maestro; e il cortese Cuordileone ammicc anche lui. Ogni visita dell'antico scolaro era dovuta, secondo il Parino, al gran desiderio di rivedere il famoso registro dei presagi; e anche quella mattina il maestro, tirata fuori religiosamente la reliquia, inforc gli occhiali, sfogli le pagine con una mano che tremava un pochino, mormorando: "Villalta, Villalta, Vil, V, V," finch rinvenne la pagina cercata. Lesse: "Villalta di Mirabocco, Cuordileone. Giovinetto ottimo sotto tutti i rapporti. Andr lontano. O diplomatico, o poeta.". Vedi? Andr lontano".
"Gira, gira," disse intenerito Cuordileone, fingendo la solita sorpresa, "sono per finito qui."
Con la coda dell'occhio seguiva intanto Barbara, che s'era accostata a Susetta. La mano della piccina posava sulla tavola, e la vecchia, affascinata da quella cosa viva cos bianca e gentile, con prudenza e quasi diffidando, aveva anche lei prima alzato la propria grossa mano nodosa e terrosa sopra la tavola, poi, guardando Susetta negli occhi come ad implorarla, sfiorato l'altra. Cos, per un minuto, se n'era rimasta quieta, epidermide accanto ad epidermide, sempre chiedendo con gli occhi a Susetta di non sfuggire; al sorriso della piccola, che era, per dir la verit, soltanto una maniera di farsi coraggio, la vecchia con infinita delicatezza, aveva messo la propria mano su quella di Susetta; la povera manina era scomparsa.
"Come ti chiami," balbettava la vecchia con una luce negli occhi vizzi. "Da dove vieni. Come hai detto che ti chiami. Non aver paura di me. Sono la nonna. Susetta? Anch'io ho avuto una Susetta, come te. Jole, si chiamava Jole.  un bel nome. Ti piace?
Marta e Rosina, prese dall'argomento, continuavano a chiacchierare tra loro; il maestro raccontava a Cuordileone che alle monache dell'asilo era giunto l'ordine di consegnare agli stabilimenti metallurgici la cancellata di ferro del giardino. E, come il Pinzone, come la sorella del Rissone, come tutti gli Allianesi, le suore speravano che il marchese impedisse il danno; erano povere, non potevano nemmeno comperare una cancellata di legno.
Barbara, intanto, aveva trovato un tema di discorso. Prov due o tre volte a principiarlo, mettendoci dentro il nome di Jole, ma non riusc; domand ansiosa:
"Sai la canzone della bella gurgandina?"
"No," rispose Susetta.
"E quella della molinara? E quella del marinaio? Del marinaio che parte?"
Con voce stridula, ansimando e cercando nello stesso tempo d'essere graziosa, Barbara canticchi:
"Bel marinaio che scendi alla marina..."
Ma concluse scoraggiata:
"Non ne sai proprio nessuna. Jole le sapeva tutte;" e tolse la mano da quella di Susetta.
Cuordileone scriveva intanto la raccomandazione per le monache ad un ignoto signore, che certo gli avrebbe risposto qualche parola gentile e si sarebbe fermato l: ma si sentiva sodisfatto. Vedeva, di sotto in su, il maestro seguire la corsa della penna, aiutando con gli occhi e con la bocca, e spianando il viso di mano in mano che le righe s'accumulavano; quella fiducia, ahim tanto illusoria, gli avrebbe fatto scrivere non una, ma cento lettere. Rilesse il suo capolavoro, trov che diceva e non diceva in giuste proporzioni, tracci il suo nome con un leggero svolazzo, e diede il foglio al maestro. D'ora innanzi, a fine di messa, le monachelle rimaste sole in chiesa, con le braccia aperte in croce per meglio ricevere il Signore, il capo chino sotto il cappellone bianco, avrebbero invocato ogni grazia sul marchese di Villalta.
"Io so questa canzone," disse timidamente Susetta, per non dispiacere a Barbara; ma la vecchia era tornata arcigna e chiusa. Ora guardava Cuordileone, che univa alla lettera di raccomandazione un biglietto di banca, piccolino secondo la sua borsa, da offrire alle suore; quello, almeno, era un aiuto certo. La vecchia mormor: " ricco", e si protese verso di lui, come per toccarlo; poi alzatasi di scatto, salut tutti in una volta, e dritta e ruvida come al solito, usc. Si alz anche Marta, sgomenta del gran tempo passato a discorrere con Rosina, e con Susetta si diresse alla porta: pareva la vecchia del bosco che si tira dietro Cappuccetto bianco. Cuordileone domand alla piccina, mentre gli passava dinanzi, come stesse il suo pap.
"Il mio pap," rispose la bambina, con quella maniera di dire i suoi dispiaceri in modo da non annoiare la gente, n accusare nessuno, "non lo vedo pi come una volta. Ha tanto da fare." Parve rimpiangere il bel tempo in cui era socia d'Alessandro; e Cuordileone not di nuovo una lieve tristezza in quella creatura, che pure avrebbe dovuto essere felice.
Le undici. L'orologio della chiesa, sonoro e lento, suon le undici; ma questa volta l'ora fu causa d'un andirivieni generale. Le massaie rimaste in casa corsero a far l'ultime compere per il desinare, i campanelli delle botteghe squillarono senza tregua. Presso gli olmi secolari che, in fondo alla piazza, separano in due il paese, Cuordileone, uscito dalla casa del maestro, si ferm e sedette.
Un muricciolo basso era stato costruito sotto le piante forse cent'anni innanzi, e la domenica serviva ai contadini pi anziani per attendere la messa. Chi andava da una parte all'altra del villaggio doveva passare da quella specie di strozzatura, sicch il luogo era il miglior osservatorio d'Alliano. Sfilavano infatti dinanzi al marchese le donne del borgo: le giovani, vigorose e ardite, e le vecchie, mucchi di stracci, dai quali uscivano braccia e stinchi senza carne; visi stanchissimi, pieni di rughe, raggrinziti o gonfi, e, negli scarponi scalcagnati, piedi enormi e crostosi. Donne fiorenti di mezza et, poche o nessuna. Si sarebbe detto che un certo giorno, non potendone pi dalla fatica, i corpi ancora saldi si sfasciassero improvvisamente; la decrepitezza succedeva all'et giovanile. Quasi tutte quelle nonne o quelle mamme si trascinavano dietro bambinetti che frignavano; e salutavano rispettose, non servili.
"Stiamo al fresco, signor marchese. Riposiamo, signor marchese."
Due o tre soltanto, noncuranti o spregiudicate, guardarono diritto innanzi a s; e non furono quelle che piacquero meno a Cuordileone. Il quale, ripensando all'ultima visita della mattina, si disse: " ora d'andare dai Chirone".
Ogni giorno, alle dodici, bussava alla loro porta; ma quella volta i due fratelli l'avevano avvertito, che dovevano parlargli di cose gravi.

 CAPITOLO 15.
Il notaio Marco Chirone rileggeva, nella stanza che era stata suo ufficio e adesso gli serviva da biblioteca, il numero IV del Titolo II d'un ingiallito e accartocciato "Regolamento per le amministrazioni delle citt e comunit," emanato con editto del 6 giugno 1775; e la meraviglia gli era dipinta in viso. Il numero IV, infatti, descriveva in modo curioso le doti necessarie ai consiglieri comunali.
Da principio le cose correvano. "Le persone da eleggere," diceva il Regolamento, "dovranno possedere un competente registro;" cio una competente ricchezza. "Opportuno," pensava il notaio, alzando il capo coperto d'una papalina nera, e fissando senza vedere i mobili e gli scaffali massicci a colonnine attorte, di quel mogano che aveva suscitato l'ammirazione dei nonni; "opportuno; i consiglieri avrebbero amministrato con minori tentazioni il denaro comune." Continuava il Regolamento: "Essere di conosciuta probit, e buon giudizio; zelanti del pubblico bene;" e anche questo, giustissimo. Ma qui s'apriva il trabocchetto; che trabocchetto? il precipizio. Il Regolamento, infatti, concludeva: "Non idiote, per quanto  possibile". Tre o quattro volte il notaio, che s'era fermato col naso per aria e la bocca semiaperta, aveva ricominciato a leggere le sei parole, rallentando sempre pi, fino a sillabarle; non c'era verso, era proprio stampato: "Non idiote, per quanto  possibile". Ora, non tanto la prima, quanto la seconda parte della frase gli girava nel cervello, come un topo in una trappola, e ad ogni minuto gli dava una graffiata pi fonda. La curiosa ammissione d'un certo grado d'idiozia (poich questa, in ultima analisi, era ammessa, anzi bonariamente compatita) dipendeva da una sapienza e da un'umanit profonde, che s'acconciavano a quel che di meno peggio potevano dare gli uomini, o da uno stato di cose e di persone che, comune centocinquant'anni fa, oggi, per l'universale progresso, era morto e sepolto?
Nei lunghi anni della professione il notaio, spirito osservatore e critico, aveva scoperto e biasimato l'ignoranza, le storture, le malvagit del suo tempo, che conosceva bene, paragonandolo all'antico, che conosceva male. Adesso, quelle sei parole gli scombussolavano le idee; forse, gli uomini erano stati sempre eguali, anche nei difetti e nei vizi? Non che un dubbio di questo genere non gli fosse mai sorto; ma l, sotto gli occhi, l'eguaglianza della natura umana risultava da una prova stampata, che persuadeva particolarmente l'uomo di legge. Fin da giovane aveva sentito riverenza per la carta stampata; essa reggeva la vita degli uomini e dei popoli. Aveva cominciato appassionandosi agli studi legali, che ricercano e distribuiscono la giustizia, radice del vivere civile; nella qual passione di giustizia si rivelava la razza paesana, che si rassegna alla sua sorte, se non subisce soprusi o violenze troppo chiare. Smessa la professione, s'era dato tutto a quella parte speciale della giurisprudenza, che riguarda l'amministrazione. Amministrazione, parola semplice, come quelle che significano cose grandi: ma regola del costituirsi e del reggersi dei comuni, delle citt, delle nazioni, e scienza delle forze e delle debolezze intime dei popoli, del loro ascendere e del loro rovinare. Sopra tutto, disciplina e arte della fatica e della pena d'ogni giorno, e d'ogni essere vivente; le altre discipline e le altre arti, dai nomi sonanti, servivano pi che altro alla gloria e alla felicit dei posteri.
Cuordileone, lasciato il muricciolo, capit dal notaio mentre questi, con gli occhi fissi nei dicroici del gatto Martino, rimasticava il suo dubbio. Le dodici. L'orologio della chiesa, tranquillo e sonoro, suonava le dodici, e le campane scioglievano la canzone della met del giorno. Ma il notaio, al pari degli altri borghesi d'Alliano, desinava all'una; il richiamo cadde dunque a vuoto e fra un tintinnio di vetri si estinse nell'aria.
"Aspetta un momento," grid il Chirone all'amico che entrava; e balzando dalla poltrona, rincorso dalle code d'una vestaglia ad alamari, s'appollai su una scaletta, frugando in uno scaffale di libricini altrettanto ingialliti e accartocciati di quello che aveva avuto dinanzi. "Eccolo," esclam allegro, e mostr un opuscolo a Cuordileone, senza per affidarglielo. Si leggeva sulla copertina: "L'Adramiteno, dramma anfibio, e le favole di Esofago da Cetego, riscontrati s l'uno che le altre con un ottimo esemplare che trovavasi tra i manoscritti della biblioteca di Torino"; Giacomo Serra, libraio in Contrada nuova, l'aveva ristampato per la quarta volta nel 1840.
"Leggi qui," disse il notaio con voce trionfante a Cuordileone; "anzi no," si corresse, "leggo io;" quasi temendo che l'altro gli facesse sparire qualche parola.
Era "L'Adramiteno," per avviso del sopradetto editore, "dramma unico nel suo genere e d'un carattere originale, che risulta da una onesta e liberale facezia, non d'altra fonte attinta, che dalla stravaganza," il quale formava da presso che un secolo la delizia del Piemonte. "Non v'erano persone distinte o per dottrina, o per gentilezza e spirito di conversazione," a cui quel componimento non fosse noto, non lo sapesse in gran parte a memoria, e non "si recasse a bel diletto di recitarne, all'occasione, i pi bei passi in ogni piacevole adunanza; come (se v'ha paragone fra le cose grandi e le piccole) dai Veneziani facevasi dei versi della Gerusalemme Liberata, e dalle innamorate donzelle si fa di quelli del Metastasio".
Cuordileone guardava un po' il libretto, e un po' lo scaffale da cui era stato tolto, e ripensava a quei cimiteri degli elefanti, che pochissimi o nessuno  riuscito a rintracciare, e dove, dice la leggenda, i vecchi bestioni si raccolgono per morire. Ora sapeva dove finivano i libri centenari, che non avevano goduto fama, o sui quali la gloria era passata di sfuggita, come un raggetto di sole in un angolo di cortile. Nelle scansie tarlate dei preti, dei notai, dei dottori, dei farmacisti, degli agrimensori, dei fittavoli ricchi di paese o di piccola citt provinciale dormivano modesti, anzi dimenticati; sebbene questo o quello, di tanto in tanto, riuscisse a suscitare pensieri e sentimenti in qualche bizzarro lettore, bramoso d'uscire dal presente. Era un focherello di poca fiamma, e buono solamente per chi l'aveva acceso; ma a questo bastava.
"Curioso," disse Cuordileone, quando l'altro ebbe chiuso "L'Adramiteno"; "ma perch mi hai letto tutto questo?"
Il notaio, ripetendogli le sei parole del Regolamento che lo avevano stupito, gli spieg:
"Credo d'aver fatto una scoperta. Oh, una piccola scoperta," chiar con finta modestia; "di quelle, per, che aprono uno spiraglio su tempi mal conosciuti e giudicati. Cuordileone, sai di chi , quasi certamente, quel "non idiote per quanto  possibile", che rivela tanta conoscenza degli uomini, e tanta rassegnazione ai loro difetti? Niente meno che del signor avvocato Stefano Giuseppe Antonio Gavuzzi, Presidente del Reale Senato di Torino."
"Ma," volle dire Cuordileone.
"Niente ma," ribatt trionfante l'altro; e riprese: "Presidente del Reale Senato di Torino, che mor ottuagenario nel maggio del 1783. L'Editto  del 1775. L'illustre uomo  l'autore del dramma anfibio "L'Adramiteno", e delle favole d'Esofago da Cetego."
"Ma," ritent di dire Cuordileone.
"Ti ripeto, niente ma. Leggi l'avviso dello stampatore. Chi era il Gavuzzi? "Era persona grave non meno per impiego che per carattere. Soltanto, grave ma faceto; non pedante, n barbassoro noioso." Di questo legno si facevano una volta i presidenti del senato. Ebbene, Cuordileone, io non ho mai giurato per nessuno, cominciando da me. Ma giuro che il "non idiote per quanto  possibile"; o almeno, il "per quanto  possibile",  roba del presidente del Reale Senato, che ha infuso il suo "spirito vivace, e inclinato alle lepidezze anzich no," nell'editto."
Cuordileone guardava sorridendo il notaio, il quale s'era tolta la papalina: la testa gli fumava. E finalmente disse:
"Fermati, Marco. Le tue supposizioni sono ingegnose, ma false. Ripassa i tuoi etimi: idiota significa non letterato: illiteratus, imperitus. Rammenta, nell'avvertenza del Galateo, "il vecchio idiota ammaestrante il suo giovinetto"."
"Oh," esclam mortificato e irritato il notaio; "e perch non mi hai avvertito subito? Vedi che amico sei?"
"Non mi hai lasciato parlare," rispose Cuordileone, e voleva aggiungere spiegazioni quando il dottor Chirone dalla sua finestra li chiam, avvertendo che c'erano tutti.
"Chi tutti," domand il marchese; ma nello studio del dottore vide intorno alla tavola il colonnello Bertone allegro, e il podest Ponzio cogitabondo.
"Buongiorno, Luigi," disse Cuordileone; "a che punto sei con la marcia d'Annibale?"
L'amore che il notaio aveva per le dottrine amministrative, il dottore lo provava per le storiche, specialmente militari. Sulla tavola in mezzo alla sala stavano infatti spiegate le carte geografiche e topografiche del Piemonte e della Lombardia, dalle Alpi al Ticino; e in esse, a matita rossa, era segnata la marcia d'Annibale, forse altrettanto faticosa sui fogli quanto la vera sul terreno. La storia era sempre piaciuta al dottore; non la grande, illustre, essenziale, alla quale confessava modestamente di non essere preparato; la minuta, bens, il fatterello, il particolare: quella che ravviva i sistemi e i concetti generali e astratti, e trasforma, quando uno ha un po' di genio, la scienza in arte. Smessa la condotta, la tendenza era diventata passione, per quel carattere del borghese di trovar bello e importante ci che non ha mai fatto. Ogni mattina, dopo la passeggiata, bevuto un secondo caff per aguzzare l'ingegno, il dottore si rinchiudeva nel suo studio, dove i libri di storia oramai contendevano gli scaffali a quelli di medicina; e ripigliava a leggere e a scrivere, dal punto in cui il giorno prima s'era interrotto, senza mai un dubbio, n un'occhiata indietro. Da quando Livio era aviatore s'era votato alla storia militare; e in quei giorni, col colonnello Bertone, che lo soccorreva della sua sapienza, finiva di limare un libretto, riguardante la tanto discussa battaglia del Ticino fra Annibale e Scipione, della quale egli, dopo le innumerevoli ipotesi errate e fatiche inutili altrui, rivelava irrefutabilmente il luogo. Non una questione storica, per, era in ballo dai Chirone quella mattina, ma una politica; e per discuterla a fondo il dottore aveva chiamato il marchese e il podest.
I borghesi d'Alliano avevano sempre sopportato malvolentieri l'autorit podestarile del Ponzio, buon uomo, avveduto e servizievole, ma insomma non del loro ceto. Siccome, per, nessuno anche borbottando si sentiva di dispiacere all'amico, e sopra tutto di sobbarcarsi all'ufficio, le cose s'erano trascinate; dal canto suo il Ponzio, fiutato il vento, aveva finto di non accorgersi di nulla, per costringere gli altri a scoprirsi; ecco la ragione per cui due ore prima, in piazza, aveva schivato Cuordileone. Ma il soggiorno del marchese ad Alliano aveva offerto ai borghesi il modo di riprendere nel municipio quel posto che loro spettava, senza umiliare il podest, anzi dandogli l'illusione d'onorarlo. Saliti perci qualche giorno prima in corpo e deputazione nella sua stanza, mentre il Segretario era a Chiusano, avevano dimostrato al Ponzio, che bella coppia, per il bene d'Alliano, avrebbero fatto un Giuseppe Ponzio, podest, e un Cuordileone di Villalta consulente e sostituto: "S, s, s", aveva risposto il Ponzio, mangiando la foglia e mandandola gi per traverso. "Gi che il Ponzio stesso fa sua la proposta," aveva detto allora con ardito trapasso il dottore, che dirigeva l'impresa, "battiamo il ferro caldo; parliamone al marchese"; e il Ponzio aveva di nuovo acconsentito, col compiacimento del vitello che sente l'odore dell'ammazzatoio. Condotto ora al colloquio decisivo, stava anche lui seduto alla gran tavola, ma un poco in disparte, quasi a dimostrare con prudente risolutezza che non era in tutto del parere degli amici.
"Tu dunque," cominci il dottor Chirone rivolto a Cuordileone, "non torni a Milano. Giusto; hai lavorato abbastanza. Il mio illustre maestro e amico Golgi mi diceva: "Luigi, tutti noi, che curiamo i corpi, lasciamo che si avvelenino nella citt; la vita sana  in campagna". E l'altro illustre mio maestro e amico Bizzozzero era della stessa opinione; del resto, usciva da una famiglia di agricoltori."
Nella rievocazione degli scomparsi famosi la voce s'era fatta grave, l'occhio intento, il viso un po' triste; quei capiscuola l'avevano tenuto come figlio, e, morti loro, la scienza medica era decaduta.
"Al fatto, Luigi, o fra un'ora saremo ancora in principio del discorso," sugger il notaio. "Di' a Cuordileone perch l'abbiamo pregato di venire qui."
"Ti abbiamo pregato, caro amico," rispose il dottore, alzando gli occhi e girandoli stancamente nell'orbita come per chiamare il cielo e la terra testimoni dell'incongrua esortazione fraterna; "prima di tutto, perch Giorgina ti vuole ancora a colazione dopo domani."
"La signora Giorgina," comment il colonnello Bertone; e il viso gli si compose a riverenza e rimpianto. Anche il colonnello aveva moglie, la signora Marina, telegrafista d'una cittaduzza del Friuli, dove egli da capitano era stato di guarnigione. Terribile donna. Quando il marito tardava un quarto d'ora a rincasare, usciva in vestaglia per il paese, domandando a chiunque incontrasse: "Avete veduto il signor Bertone? Sapete dove sia il signor Bertone?" e in quel "signor Bertone" brontolava la prossima tempesta. Nella bonaccia, invece, la signora Marina chiamava suo marito "il capitano"; unica nella provincia a non riconoscergli grado diverso da quello con cui l'aveva sposata. Forse nostalgia degli anni belli, forse accorgimento ad impedirgli di prendere grandi arie.
"L'altro invito..." continu il dottore, "podest parlo io al posto tuo, ma sia ben chiaro, che io sono soltanto il tuo portavoce."
"S, s, s," rispose il podest; e s'aggiust una faccia mezzo ridente e mezzo immusonita, che non offendesse nessuno, ma nello stesso tempo continuasse a dimostrare l'intimo dissenso. "Parla pure, dottore, sono qui."
"Cuordileone," cominci gravemente il dottore, "il nostro podest ha retto parecchi anni il comune, tra l'unanime sodisfazione. Merito suo se Alliano  uno dei paesi esemplari della provincia. Tutti lo amiamo e gli siamo grati (il podest inarc le ciglia come per dire: "storie"); a causa dei pubblici affari ha trascurato i propri. Ma alcuni giorni fa, essendo per caso noi tre andati a trovarlo e discorrendo del paese, ci ha manifestato un suo desiderio. Conserva ancora la volont e l'energia dei vent'anni,  l saldo come una quercia; ma non gli dispiacerebbe un aiuto intelligente e sicuro. Ho esposto le tue idee, Ponzio?"
La mezza faccia lieta del podest rispose di s, l'altra rest imperscrutabile.
"Quando Ponzio ha parlato, non si smuove pi; lo conosciamo. E si d la combinazione che tu resti ad Alliano. Allora mio fratello, il colonnello, il vicario, io, e prima di tutti, pi di tutti, il podest; con noi, il maestro, le suore, i contadini; il paese intero, insomma, ti chiede per bocca mia d'essere nostro consultore. Per cominciare," borbott fra i denti; e a voce chiara riprese: "il prefetto e il segretario federale sono buoni amici nostri e tuoi, e convalideranno la nomina."
"Oh," esclam il marchese, preso alla sprovvista, e s'alz dalla sedia, cominciando a passeggiare; la voce, in principio un po' tremula, si fece di mano in mano pi sicura e lieta. "Allora nemmeno voi mi giudicate vecchio?"
"Perch? Chi ha mai detto che sei vecchio?"
"Niente, niente," rispose Cuordileone, respirando a pieni polmoni; la ferita finiva di rimarginarsi. "Ebbene, prima di tutto vi ringrazio. Da quanti anni, da quanti secoli, il nome dei miei non  legato con quello di Alliano? Se la strada, la piazza, le case potessero parlare, non ne saprebbero ripetere altro. No, siamo giusti; quello dei Sammartino. E anche dei Del Carretto. E dei Bensa di Missaglia; per bacco, quanti nobili ad Alliano. Ma i Villalta in prima linea."
Al colonnello Bertone le vibrazioni patetiche della voce facevano solletico come quelle del violino, e sent inumidirsi gli occhi. "Ti avevo detto di non tenergli questo discorso, senza prepararlo meglio," mormor a sua volta il notaio al dottore; e il podest, nella sua mortificazione, rivolse a Marco uno sguardo, che si sarebbe detto riconoscente.
"Potete immaginare, che gioia concorrere all'opera del nostro bravo podest, obbedienti ai suoi consigli come soldati (il podest lo guard indeciso); quante cose ci sarebbero da intraprendere insieme, voi con me, io con voi, e tutte piacevoli e necessarie. Pensate, per esempio, Alliano unito a Montechiaro e ad Asti da due corriere al giorno. Il conte Martinetti, presidente della societ degli autobus d'Asti,  mio compagno di scuola; gli parlo, me le accorda."
"Scusatemi," disse il podest; gli altri per gli fecero segno di tacere.
"Sulla strada maestra piantiamo olmi giganteschi..."
"Ippocastani," sugger il dottore.
"Pioppi," controbatt il notaio.
"Scusatemi," riprov a dire il podest; gli amici di nuovo gli ingiunsero: "taci."
"Olmi," decise autorevolmente Cuordileone; "ogni paese il suo carattere. La Toscana ha i suoi cipressi, e noi i nostri olmi. La corriera ci passa sotto; non c' sole, spira una brezzolina carezzevole, la gente canta; e si arriva ad Alliano."
"Scusatemi," insistette per la terza volta il podest che, dinanzi alla riprovazione generale, lasci cadere le braccia, scotendo desolatamente la testa.
"Chiamiamo Marcello Contini, il grande urbanista di Milano; siamo come fratelli, viene subito; in due giorni c'improvvisa un paese modello. Spazzati via polvere e fango; un giardinetto all'entrata; un po' di quel verde, che  tanto abbondante nella campagna, e manca nel paese. La fontana municipale dov' adesso? Non si vede,  tisica, si nasconde, tace. Eccola l, invece, semplice, ma fresca, ma garrula, ma viva, in mezzo alla piazza; lo zampillo canta e risplende dei colori dell'iride, intorno cianciano le donne, i ragazzi si rincorrono. Davanti alla chiesa, un boschetto di tigli; nella piazza, perch la gente possa godersi il gioco della palla, una fila di sedili. Bello? Vi piace? Anche a me. Ma tutte queste cose le far il nostro bravo podest, senza nessuna consulenza. Caro Ponzio," esclam Cuordileone, tendendo le mani al podest, del quale aveva indovinato il lungo tormento.
"Caro signor marchese," rispose con effusione il Ponzio, acchiappando per aria quelle mani e portandole al cuore; "caro signor marchese."
All'udire le ultime parole di Cuordileone i tre amici avevano chinata la testa, mentre il podest si raddrizzava come un cardone al sole di luglio; ora tutto il viso gli rideva.
"S, s, s," ripet; "e lasciate parlare una volta anche me. Signor marchese, qualcuna delle innovazioni saggiamente suggerite da voi l'ho tentata; da ignorante, ma l'ho tentata. Voi, per, non conoscete i contadini. Avevo fatto alberare a platani lo stradale; i contadini me li hanno sbarbati di notte, perch, dicono, dimezzano il passaggio. Mi sono messo alla posta io stesso molte volte con la guardia campestre per sorprenderli; e avevamo ognuno un randello in mano; impossibile pescare quei birbanti. I giardinetti che voi proponete impedirebbero di girare con i carri all'entrata del paese, che  stretta. E se mettessimo sedili fissi in piazza, alla palla non giocheremmo pi: impacciano troppo; i sedili volanti, poi, li porterebbero via. S, s, s," concluse per darsi intera la ragione, che i tre amici non gli davano apertamente; e strinse di nuovo la mano del marchese, facendola dondolare un poco, come i ragazzi che vanno a spasso col padre. Poi concluse: "I contadini... Del resto, avrete avuto anche voi la prova della difficolt di vivere con loro."
"Ponzio," interruppero i Chirone.
"Che c'? Non sapeva niente? Allora mi dispiace..."
Aveva parlato per amicizia, o per rivalersi della paura provata e compiere la vittoria con un'ultima botta al rivale? Dalla faccia senza espressione non si capiva; ma Cuordileone fu incuriosito all'accenno.
"Difficolt di vivere con i contadini? C' un segreto che mi riguarda? E perch non me lo dite?"
"Miserie. Turpitudini. Non vale la pena di parlarne."
"Miserie? Turpitudini? Ma allora..."
Il dottor Chirone interrog con gli occhi il fratello e il Bertone, che con le ciglia annuirono.
"Dopo tutto, forse  meglio conoscere i fatti," rispose. "Non t'arrabbiare, non gridare. Girano nel paese lettere anonime contro di te. Sciocchezze; ne abbiamo ricevute tutti."
"Di che cosa possono accusarmi," domand Cuordileone mortificato. "Sono giunto soltanto da un mese e mezzo. Ad ogni passo un amico mi saluta. Servo un poco da provvidenza a chi mi chiama."
"Tutto ci non significa nulla. I contadini ti vogliono bene, ma sparlano; non sono cos semplici come sembrano, e il loro affetto va benissimo d'accordo con la maldicenza. Quaggi, poi, lo sparlare non ha la gravit che tu credi.
Il dottore segn con la matita, che in casa sostituiva l'ombrello, un puntino nero su un foglietto di carta, e lo chiuse in un circolo: il marchese; fece arrivare al circolo tanti raggi tortuosi: le maldicenze dei contadini. Il disegno rappresent cos una specie di sole irsuto, che il dottore ammir; la figura aveva il pregio di esprimere insieme cose e intenzioni, e pi intenzioni che cose, come certi libri in voga.
"Sei ancora un bell'uomo. Sei, o ti stimano, ricco e potente. La figlia della tua mezzadra ha trent'anni. Abitate tutti e due nella stessa casa. Da questi fatti incontrovertibili, le buone anime traggono la conclusione: tu sei l'amante di Giovanna; e avvertono noi, che ti siamo amici, di affrancarci dalla tua viziosa compagnia."
"Ah," ripet Cuordileone; "l'amante." Si lisci inavvertitamente i baffetti; ma subito aggiunse: "ma hanno guardato Giovanna?" e chiese la lettera. La lesse con attenzione e la rimise sulla tavola, puntando un dito su alcune parole.
"Lo scrittore spera d'offendere meglio con molti errori d'ortografia. "Sporchicione forfante" ha ben altro vigore di "sporcaccione furfante." Ma voi non sospettate chi possa essere?"
"Lo sappiamo benissimo," risposero i quattro. " il Pinzone."
"Il moribondo? Impossibile. Se Dio mi ha mandato apposta per lui ad Alliano. E poi non sta in piedi."
"Scrive seduto; ed  lui di certo. Oh, ti ripeto, sei in buona compagnia," disse il colonnello. "Io sono il giudice conciliatore dei suoi stivali, amministro la giustizia come un cavallo; ammira la finezza verso il vecchio ufficiale di cavalleria. E fosse questo soltanto. Mi ha accusato..."
Si sarebbe detto che i Chirone e il podest scotessero la testa con un sorriso indulgente, per consigliare all'amico di non insistere nelle spiegazioni, quando s'ud un grido:
"Livio! Arriva Livio!"
Il grido si ampli in corale; passi veloci risonarono nelle stanze, persiane batterono, vetrate tintinnarono, cani abbaiarono. E i cinque amici, usciti a precipizio nel cortile, videro la signora Giorgina sbandierare un doppio lenzuolo, guardando in cielo. Un aeroplano, comparso un minuto prima da settentrione come una libellula, era gi diventato un enorme uccellaccio, e rapidissimamente ingrandendo, puntava su Alliano.
Nell'ultima visita, Livio aveva promesso alla zia, che il giorno innanzi alla partenza per l'Oriente, se appena avesse potuto, avrebbe fatto un volo da Cameri a salutare tutti; la zia gli aveva risposto piangendo di guardare nel cortile, che lei avrebbe sventolato il fazzoletto. Sorpresa mentre riponeva la biancheria stirata, era corsa fuori con quel lenzuolo, che manovrava aiutata dalla serva Eufrosina; e gridava dalla gioia, perch Livio era venuto, e grossi lucciconi le rigavano le gote vizze, perch la venuta voleva dire separazione.
L'aeroplano, giunto sul paese, s'era messo a girare in tondo, allungando un muso mostruoso, come quello di certi insetti ingranditi diecimila volte; e incuteva paura. La leggerezza, l'agilit, la bellezza sue, cos evidenti da lontano, non s'avvertivano pi; di sotto, la grossa pancia gonfia dipinta di verde, le tozze ali possenti, la coda immobile davano il senso del peso e il terrore della caduta. Per ostentazione di bravura e desiderio di vedere meglio i suoi cari, Livio volava bassissimo, sfiorando gli alberi del castello, che si curvavano al vento; e girava intorno all'esile campanile di Sant'Antonio, come se ci fosse legato. Costretto in quel breve tratto di cielo, l'aeroplano lo lacerava con enorme fragore, e il sostegno dell'aria dispersa dalle eliche pareva dovesse mancargli: ognuno, quando la macchina gli passava sulla testa, se la sentiva precipitare addosso.
"Mio Dio," grid la zia, "batte nelle campane;" e i quattro amici e gli abitanti di Alliano, che tornavano alle case per il desinare, con gli occhi spalancati e il respiro mozzo, ripeterono forte e piano le parole.
L'una. L'orologio della chiesa, tranquillo e lento, suon intanto l'una. Quasi per festeggiare l'ora della colazione partecipando alla contentezza di tutti, e sbalordire gli amici con un'ultima prodezza, l'aeroplano impazz: si adagi sopra un fianco, squadr un'ala al cielo, poi puntato il muso in gi, cadde nella valle; la gente fece: "oh". Nessun pericolo; risalito il pendio, compiuta una strettissima virata la macchina s'avvent di nuovo su Alliano; la gente ripet il grido. Quattro volte assal il paese, e quattro volte gli uomini e i vecchi sussultarono tenendo il fiato, le giovinette e le donne risero nervosamente; poi l'aeroplano, salito altissimo, lampeggi raccogliendo sulle ali tutto il sole, ridivent uccello e libellula, fu un punto nero, e spar verso Cameri. I contadini ripresero la strada, o entrarono nelle cucine; la zia, piangendo, torn con i lenzuoli presso gli armadi. I quattro amici rimasero un momento a naso in aria, come se volessero ritrovare nel cielo la traccia del volo.
" proprio bravo," disse il padre, con un tremulo sorriso.
"Bravo?" esclam Cuordileone, non ricordando pi che al mondo ci fossero un Pinzone e le sue lettere anonime. "Di' meraviglioso. Ulisse, la poesia... "E, volta nostra poppa nel mattino... dei remi facemmo ali al folle volo"..."
Gli lucevano gli occhi, n riusciva a rimanere fermo, perch il suo animo era grande: le immagini gli sgorgavano a fiotti.
Segnale d'allarmi nella notte: gli Inglesi s'affacciano alle Alpi, e i giovani volatori d'Italia s'alzano nel cielo, cupidi di combattere; altri giovani, gi placati, scendono dal cielo; lo scambio fra cielo e terra  continuo. Sempre nuove macchine lasciano i capannoni, sempre vi balzano sopra nuovi giovani; scambiato ancora un saluto, gli amici che si tenevano per mano si disperdono oltre le nuvole, oltre le tempeste, ognuno con la propria sorte. Nessuna favolosa cavalcata di semidei o di valchirie  cos cara, magnifica e sacra come quel notturno andare fra le stelle.
"Ma stamattina, con questo sole meraviglioso," continu il marchese, "Livio ha detto al suo fedele meccanico: "preparami la macchina, che scappo a trovare mio padre, i miei zii, il mio padrino, il podest e quel brav'uomo di Cuordileone. Tu non conosci Alliano,  il pi bel paese del mondo; l si sta in pace, l  bello vivere. Ci sono due cortili, l'uno vicino all'altro, tranquilli, fioriti, freschi"..."
Il dottor Chirone aveva la vista annebbiata, e con un dito continuava a fregarsi gli occhi.
"Su, Luigi, su col cuore. Ai compagni che lo vengono a salutare ha ripetuto, piano perch il colonnello non senta e non sappia che, andando da Cameri a Mirafiori, sorvoler Alliano: "vado a trovare i miei vecchi prima di partire". Tutti sono contenti e bisbigliano: "beato lui, va a trovare i suoi vecchi"."
Ora, i borghesi di Alliano e il podest, guardavano su, gi, a destra, a sinistra, per nascondere gli occhi; ma erano alteri e felici. Il giorno stava coricato sui campi e sulle vigne come un gigante vigoroso, in gran silenzio e tranquillit. L'una e mezzo, l'una e mezzo, buona gente, avvertiva l'orologio; l'una e mezzo come ieri, come domani, come sempre; l'una e mezzo, andate a colazione.
"Su, Marco, su col cuore, anche tu; su, Cesare, un vecchio soldato," stava dicendo Cuordileone, quando la signora Marina chiam dalla sua corte: "il capitano, dov' il capitano?" e il marito, salutati in fretta gli amici, se ne and. Quasi subito la moglie del notaio e la serva del dottore apparvero anch'esse sulla porta delle stanze da pranzo; un odore molle e caldo di minestra si diffuse intorno.
Cuordileone, salutati gli amici, s'avvi a colazione.

 CAPITOLO 16.
Barbara sedeva sulle gambe ripiegate presso l'uscio di casa, o, se pioveva, sotto il portico del fienile; non si capiva come potesse riposare in quella positura cos scomoda, ma i contadini ci riescono. Moro, il vecchio cane sonnolento, sdraiato su un mucchio di paglia, di tanto in tanto apriva un occhio a guardare la padrona, s'alzava, faceva un giro su se stesso e si riacciambellava dall'altra parte. Nuvole di mosche li avvolgevano.
La vecchia pareva sola; ma sola non era mai. Giorno e notte udiva Jole, la sua nipotina, figlia della figlia morta, l'unico essere che avesse veramente amato, implorarla come un'orrenda mattina: "nonna, nonna." E all'appello improvviso e disperato il dottore accorreva, e, non ostante lui, la morte; le "figlie di Maria", vestite di bianco, a due a due, col cero in mano, accompagnavano la bambina al cimitero. Da allora Barbara non aveva pi avuto la testa a posto; un certo giorno era anche parso che stesse per seguire la piccina; poi, pian piano, il tumulto e il dolore si erano acquietati in una profonda stanchezza e in una fredda indifferenza.
Da molti anni Barbara vedeva in quel modo l'erba spuntare nei prati ai primi solicelli, e le rondini giungere garrendo e strependo; presto tutte ritrovavano il nido, e l'una sostava sullo stesso ferro arrugginito del balcone, dove forse la madre era solita posare l'anno innanzi. La prima erba cresceva; con essa il grano d'un verde tenero, poi giallo; con l'erba e col grano, pi tardi, la vite, che buttava a capriccio cirri e foglie; e l'aspra corteccia della terra spariva sotto un morbido mantello verde. Altro tempo seguiva, e l'usignolo nelle notti di maggio cantava solitario dai ciuffi d'alberi vicini. Barbara, senza udirlo, scendeva in quella stagione anche lei nella campagna, prima a falciare, poi a mietere; pareva che le brigate gareggiassero, ogni volta che la terra si copriva, nello spogliarla presto e tutta. Ma i prati rinverdivano, nei campi inariditi crescevano i fagioli tardivi, il granturco ingialliva tra i filari, e le viti, finalmente, si picchiettavano di roseo e di scuro. Intanto le giornate si raccorciavano, prima lente, poi tutto a un tratto; il vento freddo calato dai monti persuadeva alla vendemmia; allegri fuochi di sarmenti si accendevano in fondo alle valli e nelle cucine, per scacciare la nebbia. Quasi subito, la terra esausta s'addormentava in pace, sotto il mantello di brine e di nevi, ma i contadini l'avevano gi seminata per la nuova primavera. Barbara, di nuovo accoccolata nella casa o sotto il portico, sembrava scolpita nella pietra.
Qualche volta si sarebbe detto che volesse confidarsi al fratello.
"Jango," chiamava.
"Che c'," rispondeva Jango, tra affettuoso e sdegnato, perch il modo di vivere della sorella gli aveva quasi fatto rompere i rapporti con lei; ma sperava che si ravvedesse.
Barbara, spianato il viso, schiudeva le labbra; poi rincupiva dicendo:
"Niente."
L'ingiustizia subta con la morte di Jole l'ossessionava; e la solitudine e l'impossibilit di manifestare i suoi sentimenti, avevano a poco a poco ingigantito la rivolta. Certi giorni, quando la testa era tutto un picchiettio e uno spasimo, in un'immagine che teneva luogo di pensiero, Jole risuscitava. Il sole le coloriva le carni e la vestina; alle prime ombre della sera sfumavano i lineamenti; nell'alba fredda la nebbia saliva dalle valli a nascondere questa o quella parte del corpo: i modi del ritorno erano diversi, ma Jole era l, e la sua vocetta riempiva la campagna e il cielo: "nonna, nonna." Allora la vecchia rivedeva, tal quale li aveva visti nella bara, una faccina grossa come un pugno, un esile collo livido, due braccine e due gambette stecchite intorno a un povero ventre flaccido; qualche cosa come uno di quei gattini, che s'inciampano d'inverno nei prati, morti di stenti e di fame. Gridava di dolore e d'orrore; e ripetendo: "non  giusto," cercava d'ottenere finalmente giustizia. La prima giustizia, poich ella soffriva, era di far soffrire gli altri.
Spesso, al principiare della notte, mentre Jango lavorava nei campi, giungeva alla cascina una donna affannata e guardinga; entrata nella casa di Barbara, tutte e due discorrevano concitatamente; a volte, ma rare, la visitatrice piangeva in silenzio, senza asciugarsi le lagrime. Barbara, impassibile, non si lasciava intenerire dalle preghiere; ripeteva: "no." Allora l'altra, tirando fuori di tasca un anello o un paio d'orecchini, li metteva quasi a forza nelle mani della vecchia, che fingeva di non volere, e intanto li soppesava; se le convenivano, cedeva pian piano, entrava nell'altra stanza, ne usciva con un po' di danaro e faceva scrivere alla visitatrice il nome in fondo ad una cambiale. Le due donne si separavano nemiche; la debitrice correva via col suo gruzzolo, schivando la gente, vergognosa; Barbara riprendeva il suo posto.. Cos, prestando a usura, comprando a strozzo, riscattando per un pezzo di pane gli oggetti impegnati; fra gli stracci, le ingiurie e la fame, la vecchia era giunta, in una quindicina d'anni, a metter da parte pi di duecentomila lire. Scriveva male e con fatica, ma calcolava a memoria, senza uno sbaglio, le addizioni e le sottrazioni.
Un giorno aveva confidato la sua ricchezza al vecchio maestro, sotto il sigillo del segreto; e, in una corsa con lui ad Asti, s'era risolta ad affittare nella banca maggiore una cassetta di sicurezza, presto riempita. Il danaro le aveva ispirato l'orgoglio della potenza, con la quale, da principio, s'era illusa di farsi giustizia; contro chi e in che modo non sapeva, ma la sola speranza l'esaltava. Presto, per, non riuscendo n a proporsi, n a ottener nulla di preciso, la nuova fortuna aveva soltanto rinfocolato il dolore e il risentimento della morte di Jole, ed aggiunto all'offesa la beffa. Il denaro era venuto troppo tardi; prima, s, avrebbe potuto salvare la piccina. A poco a poco, infatti, la vecchia s'era persuasa, che la povert aveva permesso la sventura; non ardiva dire Dio, troppo alto e lontano, rappresentato confusamente dalla chiesa piena di luce e dal vicario severo. Jole era morta a causa delle misere vesti che non l'avevano riparata dal freddo, del dottore ignorante del paese, del tardo ricovero nell'ospedale di Asti; figlia di contadini, quella doveva essere la sua sorte desolata. Con una convinzione cos stramba, nella torbida testa e nel cuore straziato di Barbara s'erano andati a mano a mano chiarendo e rafforzando due informi sentimenti, tanto contrari da sembrare impossibile che tormentassero una stessa persona.
Un odio mostruoso s'era acceso in lei contro i bambini, e specialmente le bambine che vivevano, e contro le loro madri. Non capiva per quale ragione quelle creaturine corressero, ridessero, cantassero, e Jole se ne stesse fredda e muta sotto terra; quelle donne fossero felici, e lei disperata. Le sembravano tutte, se non colpevoli, profittatrici della sua sciagura; lei aveva pagato per tutte. Certi giorni, in un furore di sangue, immaginava di tenere quei corpicini fra le mani, come le bestie del cortile, le galline, i conigli; e si guardava le palme e le dita, quasi per spiarci tracce di rosso.
Ma, con l'odio, palpitava in lei una tenerezza, quasi uno struggimento, se quei bambini li immaginava malati o morenti. Alle volte riusciva a prendere tra le braccia una femminuccia, che si dibatteva piangendo e, con gli occhi pieni di terrore, cercava di svincolarsi; subito quel piccolo volto si mutava nel volto di Jole moribonda, Jole rimoriva, e Barbara nell'angoscia mugolava le parole pi dolci: "cara, cara, non aver paura, sono la tua nonna; ti do le caramelle"; quando la piccina s'era liberata, rimaneva con gli occhi imbambolati, domandando: "perch scappi? ti voglio tanto bene." Avrebbe speso qualunque somma, giurato qualunque promessa, per sentire quelle labbrucce sulle gote vizze, quelle manine intorno al collo rugoso; le sarebbe parso di riavere con s la sua piccina. Poi tornava senza piet.
Quella mattina, a Barbara il mal di testa e l'inquietudine avevano dato tormento pi del consueto. Improvvisamente s'alz, strinse il fazzoletto sui cernecchi, prese il bastoncino, chiuse l'uscio, e s'avvi alla cascina di Cuordileone. Con il duro viso proteso innanzi, la bocca sottile, i denti lunghi e radi, camminava cauta e svelta sulla proda delle strade e per le vigne come se volesse confondersi con l'erbe; pareva una faina inseguita.
Dall'incontro in casa del maestro col marchese, l'immagine di questo le era rimasta nella memoria con un alone di potenza. Aveva udito il maestro esaltarlo, veduto il signore scrivere da pari a pari ad un personaggio di quelli che comandano, poi far la carit alle monache. Quell'uomo nobile, tanto differente dai contadini, poteva ottenere ci che chiedeva; e l'avrebbe sicuramente aiutata a ristabilire la giustizia, vendicando prima di tutto la morte di Jole, "Vedrai", mormor Barbara alla piccina, mettendosi in cammino; n seppe dire che cosa la piccina avrebbe veduto.
Giunse nell'aia di Cuordileone, che Tonina litigava a voce bassa ma concitata con la Gatta e con Giovanna.
"Hai slegato Floc," le diceva questa. " la terza volta; ti abbiamo visto. Le padrone siamo noi."
"Si  sciolto da s. Ha fame."
"Gli diamo da mangiare fin troppo. Tu lo sciogli, e lui beve le nostre uova. Hai fatto di questa corte il ritrovo delle bestie lebbrose. La notte non si dorme pi; vengono i gatti e i cani zoppi di tutto Alliano a pulire le tue scodelle."
"So io perch non dormi, Giovanna: non mi far parlare. So io perch; e qualcun altro, che tu conosci bene, lo sa con me. Che fastidio vi dnno le povere bestie, se mangiano i resti della cucina? Chi siamo noi pi di loro? Loro bestie; noi servi."
Stuzzicata dalle mezzadre, Tonina, non ostante che Cuordileone fosse apparso alla finestra, difendeva ad alta voce la sua carit. A lei non importava niente perdere mezz'ora di sonno, fare un po' pi di fatica per gli animali infelici; se il padrone non le avesse permesso quel poco bene, se ne sarebbe tornata a casa sua, con dispiacere, ma senza pensarci su, e anche subito. E faceva l'atto di levarsi il grembiale.
"Tonina," disse Cuordileone a quell'affannosa manifestazione di sentimenti, "rientra in casa, nessuno ti mander via. E voi due," continu rivolto alla Gatta e a Giovanna, "tornate anche voi alle vostre faccende. Barbara, aspettatemi nella saletta; scendo subito. Che cos', per," concluse ripensando alle lettere anonime del giorno innanzi, "quest'accenno di Tonina alla causa dell'insonnia di Giovanna? Bisogner che me lo spieghi; mi pare che qui m'imbroglino tutti, anche chi mi vuol bene; e io, caso mai, voglio imbrogliarmi soltanto da me. Ebbene, ragazza, che c' ancora da piangere?"
Tonina piangeva, per l'abitudine di finire in lagrime tutte le discussioni in cui s'impigliava; con quel pianterello le pareva di dire la sua ragione pi convincente. Ma erano le ultime gocciole del piovasco, e, intanto, sbriciolava nel cortile un po' di mollica di pane. A poco a poco il sussultare del seno si calmava; improvvisamente ella sorrise con dolcezza.
Dall'aria, come se fosse sbocciato, era disceso nella corte un verdone, e con il gracile petto in fuori, il capino ritto, gli occhietti arguti, saltellava verso le briciole. Correva rapidissimo sulle zampette, lieto, spavaldo; beccava una briciola, scuoteva energicamente la testa per sminuzzarla, riprendeva a volo i minuzzoli, li mandava gi golosamente. Di fianco gli si pos un altro verdone, ripetendo le mossette e il gioco; per un momento le due bestioline spadroneggiarono nel cortile. Ma un passero sopravvenne, pi riflessivo e grave dei compagni; scopr una piccola fossa piena di polvere, ci si adagi dentro, e frullando velocissimo le ali, ci fece un bel bagno. Nella gran luce del sole i tre uccelli parvero di fuoco; Tonina, scomparsa ogni pena, godeva con le bestie del buon Dio.
"Signor marchese," disse Barbara a Cuordileone, quando fu in casa con lui, "scusatemi tanto della libert," e tacque guardandosi attorno confusa. Ma la soccorse il ricordo della banca d'Asti, dove aveva la cassetta colma di danaro, e si rinfranc: aveva diritto di parlare.
"Mi potete dire," domand senza preamboli, "quanto costa un ospedale?"
"Un ospedale? Mah. Parecchi milioni."
"O povera me. E un ospedale di bambini?"
"Se fa parte del grande coster meno; ma anche quello..."
"O povera me," ripet Barbara, e, le spalle spiovendole a un tratto gi, divent vecchia e sfatta. Poi, come una bestia sotterranea, che urtando contro un ostacolo impreveduto, scava la galleria da un'altra parte, domand:
"Duecentomila lire sono molte? Duecentomila lire pronte, alla mano, nella cassetta della banca, che non ci sia se non da prenderle?"
"Per me," rispose con un sorriso Cuordileone pensando a s, "pi che molte, sono tutte."
"Ah. E si potrebbe... Scusatemi ancora se disturbo una persona come voi... Con duecentomila lire si potrebbe costruire un piccolo ospedale per bambini? Parlo d'un piccolo, m'intendete, per i piccini... come Jole... Sapete," prosegu la vecchia abbassando la voce, e accostandosi al marchese, in modo che udisse lui solo il segreto, "Jole  morta perch era povera, e non si poteva difendere."
Nel ricordo, il viso e la voce di Barbara diventarono spaventosamente infantili; la viva imitava senza accorgersene la morta.
"Non vi tormentate con quest'idea," disse Cuordileone impietosito. "Jango m'ha detto che  morta d'un embolo al cervello; nessuno l'avrebbe salvata. Ma voi volete fare qualcosa per i bambini?"
"No, no," rispose subito la vecchia, che di fronte ad una promessa precisa indietreggiava; "non ho detto questo. Non so nemmeno io perch ho parlato cos. Quelle son cose da signora... Sebbene," continu con improvviso orgoglio, "povera del tutto non sono. Voi mi vedete stracciata, pensate: "quella Barbara, o pazza, o bugiarda". Leggete qui."
Mise una mano sul petto, e tir fuori un gran foglio sporco, nel quale a matita aveva pi disegnato che scritto alcuni grossi numeri.
"Tutti titoli di prima qualit, sicuri, in cassetta. Non me ne intendo, ma me li hanno consigliati il maestro Parino e quei signori della banca; loro sanno. Roba del governo; non compro se non roba del governo, voglio dormire tranquilla. Pare giusto anche a voi? Duecentotremila lire. Se volessi fare l'ospizio; dico se volessi, mi spiego chiaro,  soltanto un'idea; qui ci sono duecentotremila lire in contanti. Non c' da contrattare, non c' da far liti; vendere e riscuotere."
Si avvicin ancor pi a Cuordileone.
"Scusatemi tanto della libert. Di quel che vi dir, non ho parlato mai nemmeno col maestro; ma voi non siete come gli altri; siete il signor marchese. Voi serbate il segreto, non tradite una povera donna. Se volessi fare l'ospizio, i danari non mancherebbero nemmeno se ci fosse da spendere pi di duecentomila lire. Conoscete il Garoccia?"
"Il padrone della fabbrica di mobili e del molino di Valversa."
"No, non quello," bisbigli la vecchia, sorridendo furbescamente. "Quello delle casse da morto."
"Ma  il medesimo."
" e non . Io ho da fare con quello delle casse da morto. Aveva bisogno di danaro perch gli affari gli andavano male, e nessuno voleva prestarglielo; capirete, casse da morto. Stupidi. Io glielo ho dato, e siamo soci."
La fabbrica di mobili e il molino, che una volta provvedevano cos lietamente di mobili e di pane i contadini, fornivano infatti adesso tutto l'Astigiano di casse da morto e di pane; mobili, per la scarsezza del danaro, se ne compravan pochi, ma bare ne occorrevano sempre. Le ampie porte del vasto casamento stavano spalancate giorno e notte; da alcune, nel giorno, uscivano i sacchi di farina, turgidi e pesanti; da altre, particolarmente a notte, le bare rifinite, foderate di raso come letti di sposi, o messe insieme con quattro assi e quattro chiodi; queste ultime, dei poveretti, davano il guadagno maggiore. In certi stanzoni si allineavano cos i sacchi del grano e della farina: quella parte dell'edificio era gaia di sole, rumorosa, affaccendata; in certi altri le bare s'ammucchiavano sino al soffitto: e quella parte se ne stava melanconica, silenziosa, simile a una navata di cattedrale: la luce moriva sulle casse, gli operai discorrevano con voce sommessa, veniva voglia di segnarsi. Dappertutto, per, un lavoro ben ordinato e assiduo; i cilindri del molino macinavano il grano per i vivi, le seghe delle segherie squadravano le assi per i morti; un incessante ronzio rintronava nelle orecchie, e il polverone giallo del legno si fondeva col polverone bianco del grano. Carri e camion arrivavano e partivano; sembrava d'essere a volte in vicinanza d'un mercato, a volte sul piazzale d'un cimitero.
Nella tenera serenit della campagna, nel semplice scenario degli animali e delle piante, nell'uniforme fatica del lavoro, Cuordileone ricord i contadini. Come, nell'apparente idillio, molti d'essi erano strani, tormentati, dolorosi, anche se non riuscivano ad esprimere la loro pena, e se la loro stranezza non si manifestava palese. Le magagne erano coperte, ma profonde. Il Rissone lavorava da disperato, e si avvelenava i giorni col perenne sospetto d'immaginarie ingiustizie. Lucia settimina convocava gli spiriti, guariva e inoculava le malattie, e i creduli paesani la temevano. Se avessero potuto, i Mussa e i Gallia si sarebbero ammazzati; come riuscivano a vivere insieme i calzolai? Ecco il Pinzone, costretto fra zotici che disprezza e odia, tornare finalmente a casa e chiudere la porta. Si guarda attorno, tira fuori dal cassetto un foglio diverso dai soliti, principia a scrivere. Non adopera la carta asciugante che tradir, scrive con la mano sinistra, cerca le parole pi ingiuriose e le sbaglia avvedutamente. Che fatica, ma che gioia; per la sua lettera, i nemici e gli amici (quel Cuordileone, per esempio, che ha dovuto pregare in ginocchio, e al quale  bastato di nascere, per essere felice) saranno abbandonati da tutti, reietti nel paese. Fissa superbo la mano, che compie tanti mali; gode come l'avaro del potere non sospettato da nessuno;  il portatore di microbi che dice: "se voglio, uccido." E ora Barbara gli sta di faccia; la vecchia  campata di stenti e di livori, odiando e facendosi odiare, rasentando la pazzia, per raggruzzolare ad uno ad uno i soldi sui morti e, diventata ricca, vendicare Jole. Una profonda piet di tutti, e specialmente di quella povera donna, alla quale era pur stata tolta la creatura pi cara, commosse Cuordileone.
"Barbara," disse, dando la cosa come fatta, "sar bello il vostro ospizio. Ma, sopra tutto, godo nel pensare a quello che diranno in paese. Ecco dunque chi era Barbara, ecco perch risparmiava e voleva il suo danaro. Che cervello, che donna. Bisogner chiederle scusa."
La vecchia lo guardava con gli occhi scintillanti; e la fame patita, la spietatezza usata, le ingiurie ricevute sparivano in un gran caldo, che le saliva alla testa.
"Qual elogio far di voi il vicario in chiesa, la domenica dopo messa. Come vi chieder perdono Jango, che vi vuole tanto bene, anche se non sembra. Non vi conosceva; ma chi vi conosceva? Sentite, ho un'idea e ve la dico; non mi pare cattiva."
Di nuovo a Barbara le tempie martellavano, e non capiva pi nulla; con un povero sorriso sulle labbra si sentiva portar via dal discorso di Cuordileone. Non aveva mai parlato cos a lungo da tanti anni, era sfinita. "Jole, Jole," ripeteva fra s, senz'andare pi innanzi.
"Con duecentomila lire," cominci il marchese, "e con i guadagni della vostra societ, un piccolo ospedale si pu fare anche ad Asti. Quando la gente sa che si tratta di beneficenza, non imbroglia troppo nei prezzi; ci sono ancora anime buone. Un pezzetto di terra non tanto distante dalla citt, dove il vento non dia troppa noia, un grande giardino..."
"Oh Signore," diceva incantata Barbara.
"Ma non vi piacerebbe di pi costruire l'ospizio ad Alliano? Qui ogni cosa costa meno, e resta sott'occhio. Voi potrete sorvegliare quel che succede e che si fa. L'ospizio porta il vostro nome..."
"Il mio nome," mormor la vecchia.
"Si capisce. Una casa bella bianca, sul cocuzzolo di Voltasera; meglio, sulla collina del forno; c' pi sole, ed  nel mezzo del paese.  importante scegliere bene il luogo, poi non si pu cambiare. Ha tante stanze candide, e in ogni stanza due lettini; in tutto dieci o dodici. Le suore li rifanno, scopano i pavimenti, parlano sottovoce, ma sono allegre; brave donne, la carit  la loro professione..."
"Oh Signore, Signore."
"Arriva un bambino, no, una bambina. Sembra Jole, che a casa sua era povera, aveva freddo, mangiava poco e male; poverina, anche questa ha un corpicino dove si contano le costole,  tutta livida; se non la portavano subito all'ospedale era perduta. Ecco in automobile da Asti il medico curante, uno dei pi bravi, che ha salvato tanti piccini; venti minuti di strada,  gi qui; prende la malatina in braccio, la guarda, sa quello che deve fare, d gli ordini. La piccina sorride, vogliono il suo bene, non ha paura..."
"Oh buon Signore," continuava a dire la vecchia, e a poco a poco il viso e la voce le si contraevano di nuovo nell'imitazione di Jole, e di nuovo suscitavano raccapriccio. "Anche a Jole piaceva tanto di stare a letto; "nonna," mi diceva, "nonna, lasciami rimanere al caldo ancora un minuto."
Con la voce e i gesti infantili, Barbara tornava pazza. Ma, nell'andarsene, fu ancora cauta.
"Non ho detto di s," borbott; "non ho promesso nulla."

 CAPITOLO 17.
Nei due mesi e mezzo trascorsi dall'acquisto, il castello di Villalta s'era rinnovato. Salvo le tre stanze della Sammartino, dove l'architetto Strada, sempre in viaggio tra Milano e Villalta, aveva raccolto i resti dei mobili antichi, formando un cantuccio del pi puro settecento e del primo ottocento, tutto interiormente era stato rifatto, sebbene di fuori non apparisse. Dalle ampie vetrate entrava libera la luce, che le pareti, i cortinaggi, i tappeti chiari argentati assorbivano e diffondevano; la semplicit voluta e la rarit dei mobili allargava i corridoi e le camere; i pavimenti di marmo, rispecchiando mura e volte, ne facevano ammirare l'altezza e la sveltezza. Dove aveva potuto, lo Strada aveva aperto terrazzini fioriti; e le vivaci aiuole legavano l'edificio al parco, in cui gi si disegnava il bacino d'acqua. Il contrasto fra l'antico e il moderno, tra le solide parti che non s'erano potute buttar gi e le fragili nuove, era imprevisto e gradevole. Da un'ampia sala un po' fredda si sboccava improvvisamente in un'altana leggera, o in un balconcino vetrato quasi sospeso nell'aria; fra le massicce mura maestre si slanciava una snella scalinata dai gradini e dal parapetto di vetro, che alla contessa e a Marta facevano girar la testa. In quei luoghi bizzarri e sfarzosi stavano bene il maggiordomo e i domestici levigati e freddi come le porcellane e i cristalli dei mobili e delle credenze, e le cameriere, spulezzanti con le braccia cariche di biancheria fine e di coperte di seta; un negro le seguiva, con la gran bocca rossa sempre ridente. Ma l'ammirazione dei contadini era per le cucine. Nelle ampie stanze interrate, berrettoni sbilenchi sulla testa e larghi fazzoletti al collo, lavoravano il cuoco, gli aiutanti, il pasticciere e il fornaio, compagnoni allegri e alla mano; e i macellai dai grembiuli sporchi di sangue, gli infangati cacciatori di lepri e di pernici, i cercatori dei primi tartufi con i cani rabbiosi dalla fame, gli erbivendoli che si lasciavano dietro un afrore di verdura risciacquata raccontavano nei paesi la meraviglia di quel mondo sotterraneo. Quando, al cader della sera, le luci e i fuochi vi s'accendevano all'improvviso, per appiccarsi in pochi minuti a tutto l'edificio, prima che le imposte fossero serrate in obbedienza alla legge dell'oscuramento, la ricchezza dei nuovi padroni appariva evidente. Per molti anni ad una finestra del povero castello aveva brillato soltanto la lampada solitaria della contessa.
Gli abitanti di quel regno d'Aladino, per, non erano felici. La Sammartino, concluso il patto con la "Casa delle nobili donzelle", stava per lasciare i luoghi dove aveva vissuto, e l'abbandono le doleva. La signora Teresa s'era interessata da principio alla trasformazione del castello, nel quale molte innovazioni erano dipese da consigli suoi; lo Strada la teneva in gran conto. Ma la sorte di Gloria l'angosciava di nuovo, come angosciava Corrado, che, dopo le prime settimane di riposo, per divagarsi dai pensieri dolorosi, era tornato agli affari. Fioriva a Casale la industria dei cementi, e i padroni della societ pi importante gli avevano chiesto di parteciparvi; egli aveva accettato, e dalla mattina alla sera, in quei giorni, viaggiava fra Torino, Casale e Ozzano, dove erano gli stabilimenti, per impratichirsi; Alessandro gli teneva compagnia. Ma Gloria passava da eccitamenti a collassi, che spesso finivano nel lettuccio di una casa di cura; e il tragico stato d'animo del padre e della madre derivava non tanto da quelle alternative della salute, quanto dalle cause determinanti, che essi conoscevano, e dovevano fingere di ignorare. La passione della musica e della danza era infatti per la giovane lo sfogo e il rimedio d'un'altra, profonda e disperata; ma Gloria non aveva mai confidato il suo segreto ai genitori, e questi erano costretti a tenere in s l'intimo dolore, e anche le poche consolazioni che avrebbero potuto largirle. Nel fondo, quella gente divenuta ricca e forte serbava il pudore dei poveri, si direbbe meglio la ripugnanza, di scoprire le proprie ferite.
Il segreto, per, Titn doveva averlo intuito; e quando Gloria, sospinta dal desiderio, fuggiva per l'Italia, il cane la guardava partire, muto, gli occhi bui e fermi, il pelo irto; mordeva chiunque tentasse d'avvicinarsi, ed era necessario mettergli una museruola d'acciaio. Restava immobile i primi giorni scrutando l'orizzonte; poi, a poco a poco, riprendeva le abitudini solite, sempre pi selvaggio, per, e pi feroce. Corrado solo lo teneva a freno, e non con le parole, con gli sguardi, carichi nell'uomo e nella bestia d'uno stesso dolore e d'una stessa violenza. Al ritorno della padrona, diventava spaventoso. Presentiva l'arrivo, al richiamo dell'automobile faceva a balzi la scala, latrava e sembrava piangere; sommesso e ribelle, certo gi dalla prima occhiata della piaga nuova, gridava alla giovane la gioia di vederla, e lo sdegno di vederla in quello stato; sempre pi alto, e affannato saltava e latrava il cane Titn finch Gloria non riprendeva la scala delle sue stanze; e, mentre i genitori e le cameriere la rimettevano a letto, la bestia s'allungava sulla porta, stanca, non quieta. "Titn," diceva la donna, "Titn;" e le due creature s'erano capite.
Finalmente, nemmeno Alessandro e sua figlia erano contenti al castello. Quella mattina, Susetta finiva di vestirsi davanti allo specchio, aspettando il padre, tornato la sera innanzi da Genova, col signor Gonzllai e con Gloria; al solito, dopo il viaggio la giovane nella notte s'era sentita male. Accoccolata accanto alla fanciulla, Briciola, la gattina d'Angora della Sammartino, seguiva impassibile, con il musetto di corallo e gli occhi di giada, il gioco della persona vera e della riflessa. Da quando aveva rappresentato la Madonna nella "Passione di Cristo" succedeva a Susetta di ripetere specchiandosi qualche atteggiamento della Vergine; e nel ricomporre la figura divina, con le guancine pallide, il collo esile e tremulo, le mani esangui levate in alto, ella scopriva se stessa. Piano piano, al ridestarsi dell'anima, il corpicino le si formava sotto gli occhi; la Susetta reale, meravigliata e contenta della riflessa, accarezzava Briciola, che per si sottraeva alla carezza, per sdraiarsi, quasi annoiata, un poco pi in l. L'univa all'amica principalmente l'antipatia per Titn.
"Briciola, siamo in ritardo stamani," disse la piccina. "Tra poco pap sar qui, e non mi trover pronta. E se volesse fare una passeggiata con me? Ma non potr. Una volta poteva. Adesso  sempre in giro, ma non con me. Tu capisci, non si pu condurre in automobile una bambina, quando ci sono insieme il signor Corrado e la signora Gloria."
Un raggio del sole che inondava la campagna, entrato di sbieco nella stanza, tagli diagonalmente il pavimento e, riempiendo d'oro l'occhio verde di Briciola, fece un salto sulla parete, dove svan; il suo passaggio squill come una risata. Sotto il cielo spazioso, tra gli azzurri e i bianchi delle nuvole e dei cirri, nel vivido tepore dell'aria, veniva voglia di cantare. Eppure, si sarebbe detto che Susetta sospirasse.
"Briciola, che cosa far la zia ad Asti? E Malvina? (era una delle sue amichette; prima le vedeva di rado, ma adesso le sentiva anche pi care). Chi sa che cosa dir il signor Giuseppe (il pizzicagnolo) e la signora Francesca (l'erbivendola) a non vedermi pi far la spesa. Non mi dispiaceva mica, sai, d'andare alla spesa. Qui la fanno i domestici; ma io discutevo sul prezzo e sceglievo le parti migliori. Anche Marta e la signora contessa fanno come me. O pap caro."
Susetta salt al collo del suo pap, comparso a questo punto; un Alessandro ben vestito, forse un po' pi magro d'una volta, che la figlia strinse in un abbraccio quasi convulso.
"Che c', Susetta, non ti senti bene?"
"Sono tanto contenta di vederti, e sto proprio bene. Guardami pure da tutte le parti: sto bene dappertutto."
Ma il pap non poteva vederla, perch Susetta non scioglieva le braccia; quando allent la stretta, le disse:
"Che forza, mi hai soffocato. Ma la mia Susetta  sempre stata minutina e forte. Ti ricordi i nostri viaggi?"
"Oh s, pap, bei tempi."
"Perch? Non sei contenta di questi?"
"S, pap, anche di questi. Sono sempre contenta, io. Dicevo per dire. Chi ti ha regalato questa cravatta?"
"Regalata?" rispose ridendo Alessandro; ma subito soggiunse: "o Susetta, dov' la gente che ti regala le cravatte? L'ho comprata".
"Allora mi piace.  di buon gusto; tu hai sempre avuto buon gusto. Per, per... di' alla cameriera che ti spazzoli meglio la giacchetta."
Non era forse proprio vero che la giacchetta avesse bisogno d'una spazzolata; ma Susetta felice voleva servire in qualche modo il suo pap. Sulla punta dei piedi, appoggiando una manina al petto di lui per conservar l'equilibrio, guardandolo bene negli occhi e godendoselo tutto, la bambina, che odorava come un fiore, cominci seria a spazzolare, continu un pezzetto sorridendo, poi disse: "adesso s, sei a posto".
"Sai chi viene a colazione questa mattina?" disse Alessandro. "Monsignor vescovo d'Asti e il marchese di Villalta."
"Che piacere," esclam Susetta. "Il signor Cuordileone sa tante belle storie, sebbene non conosca i nomi degli uccelli e dei fiori; ma questi me li insegna Marta. Che brava donna, Marta."
"Tutti sono buoni al castello. Anche il signor Gonzllai, la signora Teresa, la signora Gloria. La signora Gloria, specialmente, ti vuole tanto bene. Mi parla tante volte di te."
Susetta guard il padre senza rispondere.
"Volevo dirti," cominci Alessandro; ma tacque, e s'affacci alla finestra.
Era caduta nella notte una di quelle piogge odorose della met di settembre, che impregnano la terra. Le vigne, i boschi, i prati, roridi ancora, parevano cosparsi di diamanti; s'udiva dappertutto un batter di martelletti, ogni ramo ed ogni foglia aveva la sua voce. Susetta raggiunse il padre, come per riprenderlo, e sussurr appassionatamente:
"Pap mio."
Le labbra e il mento tremarono, la gola palpit, qualche cosa simile a un dolore, ma che dolore non voleva sembrare, la scosse; continu a sussurrare, tenendogli la mano nella mano:
"Ritorniamo per un giorno a casa. Da tanto tempo non l'ho riveduta. La zia la tiene in ordine, sono certa; ma un'occhiata nostra... E poi... vorrei portare qualche fiore alla mamma..."
"S," disse Alessandro. "Hai ragione."
Anche la sua voce tremava; e il padre e la figlia rimasero vicini, in silenzio. Sul profondo affetto aleggi una lievissima amarezza; per la prima volta non erano stretti intimamente assieme.
La campana della colazione rintocc; e quasi nello stesso tempo giunse dal parco il saluto di Cuordileone, che s'incontrava con monsignor vescovo. La colazione fu sontuosa, ma un po' malinconica, perch la malattia di Gloria pesava sui genitori. Per una curiosa disposizione della tavola, il posto d'onore, a capo d'essa, era vuoto, bench una sedia a braccioli vi fosse preparata dinanzi, e un mazzo di rose vi fiorisse, in un prezioso vaso di cristallo. Quel posto, spieg la signora Teresa, mentre il marito la guardava gravemente, era della madre di Corrado. Dalla partenza in cerca di fortuna, il rude uomo aveva sempre tenuto vicino a s, nel pensiero, la madre; e in particolar modo aveva voluto che ella prendesse parte al riposo della mensa, quando  pi cara la benedizione dell'assente. Monsignor vescovo ascolt con benevolenza il racconto di quell'amor filiale, e manifest a Corrado, che rispose con un inchino, la sua calda approvazione. Il vestito paonazzo, con la larga collana e la greve croce scendente sul petto, gli conferiva grandezza; discorreva lento, con voce sonora ma pacata, guardando dirittamente in viso; le sue parole non erano singolari, ma dicevano a punto giusto le cose necessarie e nel modo pi naturale. La colazione stava per finire, quando il maggiordomo venne a mormorare una parola alla padrona, che chiese il permesso d'allontanarsi: Gloria aveva bisogno di lei. Preg la Sammartino di tener compagnia agli ospiti, ma questi rimasero ancora poco tempo a chiacchierare. S'indovinava, pi che non si sentisse, la gente correre al piano di sopra, o chiamarsi; nella sala da pranzo i camerieri e il maggiordomo affrettavano il servizio; una volta o due parve anche d'udire un grido, subito soffocato. Susetta ebbe quel caratteristico tremore del mento, che pareva muto pianto della carne; la Sammartino la prese per mano, e la condusse con s. Il signor Gonzllai dopo aver tentato inutilmente di rimanere calmo, chiese anche lui permesso di salire dalla figlia. Non c'era nessun pericolo; salutata Gloria, sarebbe ripartito con Alessandro per Asti; pareva, al solito, corrucciato di provar dolore e di dare noia.
"Poveri signori Gonzllai," disse il vescovo a Cuordileone nel lasciare il castello; "buoni, ricchi e tanto disgraziati. Dio li protegga. Gi che siete qui, fatemi l'onore d'una vostra visita; me l'avete promessa da tanto," continu cerimoniosamente, e il marchese s'inchin con eguale cerimonia. "Non credo che troveremo pi un'occasione cos propizia per stare un poco insieme."
La villetta del vescovo dava su una gran valle, che, ripetendosi in altre sempre pi piccole e sfumate, conduceva a Torino; a mezza strada, la basilica di Superga spiccava sulla collina pi alta, come una corona di re sulla testa del guerriero pi forte. Ai piedi della facciata principale correva un terrapieno, orlato di grandi vasi d'oleandri; era il luogo in cui, dal castello, si vedevano passeggiare il vescovo e monsignor di Villalta. La villetta, con le mura candide, le persiane verdi spalancate, un'altana a svelte colonnine in cima, si scorgeva da ogni parte; pareva che ognuno potesse entrarci.
Nel cielo sterminatamente azzurro, il sole, che oramai cominciava a discendere, sfavillava incendiando i monti. La magnificenza degli ori, dei cobalti, dei gialletti, dei grigetti; i verdi che variegavano gli azzurri, i rosa che attutivano i rossi; e la levit indicibile della materia, la purezza miracolosa dei toni erano incantevoli. Ma il giardino tutto fresco, colorito, profumato, che dalla casa digradava in fondo alla valle, piaceva particolarmente al visitatore. Era proprio un giardino sacerdotale, discreto e riposato; nel placido silenzio si sarebbe atteso, da un momento all'altro, l'apparizione in fondo a un viale d'una brigatella di chierichetti, che bisbigliando o pregando lentamente poi svanisse. Siepi centenarie di mortella, compatte come mura, custodivano quei fiori, che si comprano da ogni modesto giardiniere, e che ognuno pu coltivare da s; gli alberi dei viali erano anch'essi paesani: ciliegi, peschi; meli, peri, fichi. Soltanto una pianta di giuggiole s'era sperduta, chi sa come, l in mezzo, col suo tronco esotico e le densissime fogliette ricamate, e, in un angolo, verdeggiava un opulento melograno; presso all'altana, anche, un alloro s'alzava trionfante. Alla sua ombra, come per mitigarne la superbia, stava abbandonata una sedia a braccioli, dove il vescovo dopo il riposo aveva lasciato lo zucchetto e il breviario; e sui braccioli, a somiglianza d'un quadro famoso, due piccioni si becchettavano, gorgogliando amorosamente.
In quella pace maestosa, monsignor vescovo e Cuordileone presero a parlare dell'argomento di quei giorni, che era la guerra. Non per fare politica; tutti e due sapevano che nelle loro condizioni e a quel punto degli avvenimenti, giudizi e consigli non avrebbero avuto n fondamento, n utilit; ma per approfondire quella conoscenza degli uomini e dei fatti, fonte, per quanto  possibile, di propositi e di provvedimenti saggi. I bombardieri continuavano a intervalli le incursioni su Torino, e forse, sarebbero comparsi anche la notte che stava per calare. Sembrava impossibile che quel cielo cos puro, quella campagna cos stanca potessero fra poco tanto soffrire.
"Forse a quest'ora," disse monsignor vescovo, "in un aerodromo dell'Inghilterra cento giovani si preparano alla partenza. Sono nel fiore degli anni, guardano ancora la madre e la sorella con gli occhi fanciulli, e verranno qui, arrischiando la vita, ad uccidere altre madri e altre sorelle. Compiuta l'impresa sanguinosa, ritorneranno alle case, superbi, quasi felici. Questa volont e questa potenza di distruzione, eroiche e giovinette, sono spaventose. Che animo avr, che cosa far pi tardi, diventato uomo e nella pace, il giovane che port con s, e diede per tanto tempo, la morte?"
Passava per la strada, tornando alla cascina, il Rissone; e rabbuffato e irsuto, stanco della dura giornata, sembrava dicesse ancora: "Io e la mia famiglia abbiamo lavorato come bestie e soffriamo la fame." Saliva dalle stradette incassate il grido iroso dei bovari: "ta l! da r!" che faceva appoggiare qua e l i bovi; e le bestie inarcavano la schiena e pontavano le larghe zampe per liberare il carro dall'argilla tenace. Qualche contadino zappava tra i filari, rivoltando al sole le zolle secche; pareva che avesse sempre zappato, n mai dovesse cessare. Sulla collinetta, dinanzi al grosso edificio un po' casa civile e un po' cascina, stava immobile, con le braccia incrociate, il giovine Bensa di Missaglia; come alcuni giorni innanzi, sembrava una statua, strana lass, sperduta. Anche il castello, visto di sotto in sopra mostrava le ossa enormi, simili allo scheletro di un animale antidiluviano, arenato sulla roccia. Germinava dagli uomini e dalle cose una desolata, antica, immutabile tristezza.
"La patria prima di tutto," disse Cuordileone. "Bisogna difenderla, o farla grande. Con lei, che ci ha dato la vita; con lei, oltre la vita. E poi, eccellenza, nessuno s'adatta tanto alle circostanze, dimentica tanto facilmente, quanto gli uomini. Dalla morte e dalla distruzione d'oggi, la vita e la risurrezione di domani; non sono parole,  realt generata dalla necessit. Permettetemi un'altra considerazione. Voi auspicate la pace; capisco, il suo nome ispira il saluto augurale del cristiano. Ma quali tempi sono stati mai di pace? E in che paese s' rifugiata oggi?
"C' un tempo ed un paese," cominci monsignor vescovo a bassa voce, "dove tutto  pace. In quel paese, per sempre, ogni cosa  semplice e pura; la mattina che sorge e l'uomo che parla. Le fontane mormorano in fondo alle valli, i monti rosseggiano al limite del deserto, il breve mare tremola sotto la luna, la citt chiama il viandante a riposare. I bambini si rincorrono sulle strade e sulle piazzette polverose con ingenuit di cuore; la donna peccatrice esce ad attingere acqua al pozzo del reprobo villaggio; e a lei Cristo misericordioso dice: "Iddio  spirito, e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in ispirito e verit." Marta, la dolce, cara, diligente custode del focolare, chiamata dal maestro, ode prima di tutti nell'umile villaggio la sublime promessa: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivr..."
"S," disse Cuordileone, " il paese del Vangelo. Lo conosco.  il paese del povero Samaritano ferito dai predoni, che insegna agli uomini chi veramente  nostro prossimo.  il paese dove Jairo, capo della Sinagoga, chiede salvezza per la figlia moribonda; e il Cristo, distruttore della morte, prende per mano la fanciulla, sussurra "talita qum," "giovinetta, levati," e subito la giovinetta si alza e cammina, perch "ha dodici anni," e a quella et, al principiare della vita, si deve correre, ridere, cantare, non si pu morire."
Sembrava che i due, come i bambini d'una cantoria del Donatello o dei Della Robbia, gareggiassero a rimandarsi le strofe d'un mirabile canto, variandole secondo il cuore. Il vescovo continu:
"Non  il paese dei ricchi e dei potenti, bens dei ciechi, degli zoppi, dei lunatici, dei paralitici, dei miserabili, degli indemoniati, dei moribondi e dei morti; eppure, palpita ad una speranza infinita. Ma in esso rison un giorno il Sermone della Montagna. "Beati i poveri di spirito, perch di loro  il regno dei cieli. Beati quelli che fanno cordoglio, perch essi saranno consolati. Beati i mansueti, perch essi erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati della giustizia, perch essi saranno saziati"."
"Che bel paese," disse Cuordileone, cercando di vincere la commozione, "sebbene io l'abbia visitato molti anni fa, in un viaggio d'amici, e la fontana di Siloe, alla quale vostra eccellenza allude, non sia pi se non un fossatello fangoso, i monti di Gerico diano rifugio agli uccelli di rapina anzich ai profeti, Tiberiade, che fu capitale d'Erode, serbi appena apparenza di villaggio, e Gerusalemme stessa accumuli molte rovine, intorno al Sepolcro di Nostro Signore. Direi anzi che, oggi, l'edificio pi bello della citt santa sia la moschea d'Omar. Guai a dare nome e lineamenti alle memorie e ai sogni. Ma Ges ha vissuto l, e l  stato il liberatore dello spirito dal corpo; da quella liberazione comincia per l'uomo l'eternit."
"S," rispose fermamente monsignor vescovo, e guard attorno quasi cercando un testimonio alla sua fede.
Il sole, giunto sulle Alpi, saettava fasci di raggi nel cielo: tutta l'aria trasaliva. Alla vivida luce, le mura della villetta, del castello e delle cascine s'eran fatte rossastre; nel giardino, gli alberi gettavano lunghe ombre sulle aiuole, ma i fiori, rammorbiditi dalla prima umidit del crepuscolo, avevano pi intenso splendore. Nuvoli di moscerini salivano e scendevano infaticabilmente nello stesso posto, come colonne di fumo; all'improvviso ondeggiavano, si scompigliavano, ricominciando pi in l a salire e a scendere. Ora i contadini uscivano dai campi; il Bensa restava solo sulla sua collinetta.
"Vorrei dirvi un mio pensiero," ricominci incerto Cuordileone, "ma forse sar eretico. Ogni volta che io penso al Cristo, provo una specie d'ebrezza, la sua luce m'infiamma, sono nella gloria con lui. Forse, dovrei sentire pi acuto il rimorso del suo dolore, umiliarmi, mortificarmi. Non riesco. Mi pare che in noi, creature della terra, il transito di Ges sia troppo dominato e rattristato dalla sua crocifissione. Il Calvario non  soltanto un monte presso Gerusalemme;  un monte anche sul nostro cuore, che lo schiaccia. Secondo me, invece, non la morte, ma la risurrezione  l'essenza della storia di Ges, il fatto che conta, la prova divina. Le pie donne, che hanno trovato il sepolcro vuoto, sono le annunziatrici dei tempi mutati; dalle parole dell'Angelo che celebra la risurrezione si rinnova il mondo. Quando a Pasqua le campane cantano sulle torri, non si sciolgono soltanto le nevi, cadono le catene che legano gli uomini alla terra. Si riapre nel cielo il porto sicuro; la vita di quaggi  il lungo viaggio per arrivarci. Oltre, sopra di noi  la meta; e anch'io, Cuordileone di Villalta, pesante peccatore, ho le ali. Da Ges risorto abbiamo dimenticato l'Ade e le sue gelide ombre; da lui, fidenti nello spirito, ripetiamo come bambini la bellissima favola della felicit, smarrita in terra, ma sicura in quel luogo, che noi chiamiamo cielo."
"Siete naturalmente cristiano," interruppe sorridendo monsignor vescovo, "e siccome la misericordia di Dio  infinita, sarete salvato. C', per, un poco di confusione nel vostro cervello, anzi, dovrei dirvi, proprio un rametto d'eresia; come del resto avete confessato voi stesso. Per cominciare a intenderci, il Vangelo, signor marchese, non  libro di favole;  la stessa verit."
Il marchese s'accingeva a rispondere annuendo, perch nella discussione era sempre un po' del parere dell'oppositore, quando il maggiordomo di casa Gonzllai compar a pregarlo di tornare al castello, dove la signora Gloria peggiorava. Nell'attesa del ritorno di Corrado e d'Alessandro, la signora Teresa e la Sammartino desideravano sentirsi accanto un amico. Il vescovo domand se c'era bisogno anche di lui, protestando ad ogni modo d'essere pronto ad accorrere; ma il maggiordomo non credette di scomodarlo. Cuordileone dunque and solo.
Se al primo piano del castello, per la furia che gli avevano fatta, l'architetto Strada non era riuscito a dimostrare interamente chi fosse, nelle stanze di Gloria, al secondo, aveva potuto sciogliere le briglie all'estro. Denudati e ridipinti di bianco argenteo i pilastri, le mura e le volte; aperte nelle pareti larghe nicchie, di cui soltanto vasi giganteschi, simili ad urne, formavano l'ornamento; lastricati di marmi lucidi i pavimenti, lass l'edificio era diventato sonoro, austero e grande; aveva del convento e della fortezza feudale. Ma l, anche, si rivelava il genio lieto dell'artista. In cima alla scala interna, nell'anticamera dell'appartamento di Gloria, una statua dorata di danzatrice balzava a dare il benvenuto, dinanzi ai molli cortinaggi azzurri, come sullo sfondo d'un sipario di teatro. E tutto era chiaro, intimo, accogliente, sia nel piccolo salotto, per il grigio e rosa del divano, delle poltrone e dei cuscini, sia nella camera da letto, per il color tortora del letto, delle poltrone e dei tavoli bassi sul tappeto azzurro. Un tono appena un po' pi caldo avevano i paraventi imbottiti di marocchino vecchio, messi a smorzar le voci e a nascondere i corpi. Non un quadro alle pareti, quasi che ogni dipinto rompesse e squilibrasse l'armonia delle linee; le stanze erano pura architettura, come la facciata.
Nel letto, smaniando, giaceva Gloria. La madre le carezzava una mano, con i begli occhi azzurri indicibilmente tristi; una lagrima tra le ciglia, che non ingrossava n cadeva, sembrava di perla. Le due infermiere tenevano con un vigore delicato la testa e il corpo inquieti dell'inferma; il caldo, nauseante odore dell'etere usciva dalle lenzuola.
"Appena ha un po' di febbre, delira," sussurr la signora Gonzllai a Cuordileone.
Gloria infatti diceva:
"Una donna non dovrebbe essere mai ammalata. Ma io non sono ammalata. Ho solamente tanta sete. Vorrei bere una bottiglia di sciampagna, col mio Federico. L'abbiamo bevuta tante volte, a Miami. Che belle sere, che incanto."
Le parole fluivano come l'acqua d'un cheto ruscello; il viso era appena un po' teso, ma arguto, quasi felice; la donna doveva godere nel delirio. E il segreto, che l'amor proprio e la volont avevano fino allora nascosto, anche ai genitori, traboccava irresistibile, nella debolezza del corpo, dinanzi ad un estraneo. Alle parole della figlia, la signora Teresa, come si liberasse d'un peso troppo a lungo portato, si volse al marchese.
"Federico  suo marito, figlio anche lui d'Italiani," mormor: "si sono separati, ma lei gli vuole sempre bene.
"Che cosa ti ho fatto?" mormorava l'ammalata; "perch te ne sei andato? Tanti anni della nostra vita perduti. Non sai quanto soffro. C' stata una sera, venendo qui, in mare, che volevo morire.  cos facile; si scivola gi dal portellino,  una disgrazia..."
Con gli occhi dilatati dal terrore, la madre ascoltava, per la prima volta anche lei, la spaventosa confessione, mentre Gloria si ricomponeva sorridente, nel ricordo della morte offerta all'uomo che amava.
"Dio, Dio," mormor la signora; e raccont al marchese la storia dei due amori e dei due orgogli, che Corrado aveva appena accennata il giorno in cui aveva preso Alessandro per segretario. Federico giovanissimo, uno dei pi promettenti ingegneri di Nuova York, scolaro e principale collaboratore di Corrado, aveva sposato Gloria adorandola; parevano uniti per sempre. Ma l'uomo non capiva come la giovane potesse vivere tanto fuori di casa, nei teatri e fra gli artisti; rimasto Abruzzese nell'anima, avvinto alle tradizioni familiari, la gente intorno a Gloria gli dava noia; peggio, la disprezzava, giudicando i suoi discorsi e le sue avventure sciocchi e viziosi. La fossa tra i due s'era scavata sempre pi fonda, a causa del risentimento e della ribellione di lei, certa di non far male, e dello sdegno di lui, non obbedito; e ognuno accusava l'altro di non amare tanto da sacrificarsi, e l'orgoglio invece traviava tutti e due. Un giorno Gloria era tornata nella casa dei genitori, senza dire una parola della rottura col marito; e Federico aveva chiesto a Corrado, che venerava, se avesse dovuto o no lavorare ancora con lui, dopo quella separazione. Da quel giorno, i giovani non s'erano pi veduti; la signora Teresa non sapeva se Federico amasse ancora la moglie, era un uomo di ferro; ma Gloria lo aveva fitto nel cuore. La recente confessione riempiva di spavento la madre: che cosa sarebbe avvenuto, col prolungarsi della separazione? Povera sua figliuola, povero Corrado.
"Non faccio nulla di male," continuava l'ammalata, "se cerco fuori della vita quotidiana, cos brutta, cos cattiva, un poco di gioia e di bellezza. Saresti pi felice anche tu, Federico, se di tanto in tanto dimenticassi i tuoi numeri. Per te, sai, desidero risuscitare quel mondo di sogni; per far godere anche te. In due la felicit raddoppia. Credi forse ch'io sia cambiata dai nostri bei giorni? Non mi conosci. Sono tua moglie, ti voglio tanto bene; tienimi con te, ne ho bisogno: ti ricordi che mi chiamavi la tua bambina? Se mi lasci, muoio."
Le parole uscivano sempre pi faticose e sommesse dalla bocca di Gloria; il respiro s'accorciava affannoso, il bel viso ammagrito si stirava; pareva che l'ammalata pregasse.

 CAPITOLO 18.
Pochi giorni dopo, Alessandro ricevette da un amico una lettera, che due mesi prima gli avrebbe fatto gran piacere, ed ora lo turb.
Quell'amico, Astigiano come lui, e combattente al suo fianco in Africa e nella Spagna, gli era simile d'indole, di et, di bisogni: bravissimo nel menar le mani, meno bravo nel raccontare quel che aveva fatto. Senz'altre ambizioni, salvo quella di guadagnare giorno per giorno il pane e un po' di companatico, le sue ricchezze stavano agevolmente nel portafoglio, che teneva legato con una catenella d'acciaio alla cinghia, come se racchiudesse il tesoro di Golconda. Andava dove lo mandavano, restava dove lo mettevano, disposto sempre a compiere il proprio dovere, e capace di stupire i suoi superiori, di tanto in tanto, con qualche impresa fuori del comune; ma, non sapendo farla valere, passata la prima meraviglia, la bell'impresa diventava naturale, e quasi doverosa. Apparteneva insomma a quella gente, per la quale far bene  obbligo; e vale per l'altra, che un'azione di qualche merito la ostenta come un diamante alla cravatta, e tutti la celebrano. Da tre mesi il brav'uomo, rimasto sempre tenente, era a Roma, al Ministero dell'aeronautica, dove, nell'ufficio d'assegnazione alle squadriglie degli ufficiali richiamati, occupava un posto d'archivista, niente di pi; ma siccome si contentava, e non chiedeva nulla, tutti gli volevano bene.
Un giorno, scartabellando una catasta di vecchie domande d'arruolamento, lesse il nome d'Alessandro Longhi. Guard la data, di quattro mesi indietro, e immagin Alessandro correre su e gi nella citt d'Asti, come tante volte gli aveva raccontato, per far combaciare il primo con l'ultimo del mese. Non aveva protettori Alessandro; e l'amico, che sapeva oramai per esperienza come tante volte la fortuna non fosse altro che un uomo il quale ne spinge avanti un altro, senza pensarci due volte tir fuori dal mucchio la domanda derelitta, e la mise tra quelle che il giorno stesso doveva presentare al capitano preposto agli elenchi dei prescelti. "Un amico?" gli domand il capitano, notando la data e strizzando l'occhio; l'altro rispose: "s, ma con la campagna d'Africa, di Spagna e due medaglie di bronzo," e il capitano, che voleva far piacere al suo dipendente e dimostrare di non commettere ingiustizie, conferm: "bravissimo ufficiale, lo conosco"; ma non era vero. Due o tre giorni dopo, l'elenco torn con tutti i sigilli e tutte le firme, che lo consacravano irrevocabile; allora il compagno di Roma, che non aveva avvertito Alessandro di nulla, sia per prudenza, sia per il gusto di fargli una sorpresa, preso il pi bel foglio di carta dell'ufficio, mand la notizia al conterraneo. "Cos si servono gli amici," si disse, e per la prima volta in vita sua conobbe il piacere della potenza.
L'avviso amichevole precedette solo di poche ore la lettera ufficiale, che ordinava ad Alessandro Longhi di raggiungere nel termine di cinque giorni Siracusa, dov'era la sua squadriglia. Sicch quella stessa mattina in cui tornava da Milano, insieme con Gloria, che aveva voluto conoscere laggi due illustri maestri di musica, il giovane seppe il suo richiamo alle armi, e l'obbligo di partire immediatamente. Il primo pensiero fu: "E Susetta?" Poi, un rimpianto. "Che destino. Proprio adesso che tutto andava bene." Subito, un soprassalto, quasi un dolore fisico, a causa della bella persona che gli stava accanto, oramai perduta. Avrebbe voluto darle la notizia; ma Gloria, balzata dall'automobile con il cane Titn, saliva la breve scalinata, circonfusa di sole, senza notare il turbamento del compagno. Una conclusione pass sui pensieri e sulle immagini diversi d'Alessandro come una spugna sulla lavagna: "forse  meglio cos".
Entr nella sua stanza, e con la calma derivata dall'indole e dall'abitudine, si guard intorno, separando ad occhio quel che avrebbe portato via, da quel che avrebbe lasciato. "Arlecchino finto re," mormor, mentre considerava i mobili costosi, tra i quali aveva vissuto alcuni mesi da gran signore. Sul tavolino di cristallo, Piero, il domestico addetto pi particolarmente al suo servizio, posava ogni mattina la prima colazione. Alessandro rammentava la meraviglia, quasi il rossore della volta, in cui egli, che spesso a casa sua, per furia o per risparmio, non beveva nemmeno una tazzina di caff, s'era visto mettere innanzi i barattoli della marmellata e del miele, con i piccoli piatti del burro e del prosciutto; poi, nel tovagliolino, il pane abbrustolito a fette sottili, con un mucchietto di paste ancora calde. Nell'armadio stavano appesi, ben stirati e puliti, i suoi abiti; opera d'uno fra i migliori sarti di Torino; " un gran piacere," aveva detto il maestro provandoglieli, col metro al collo e gli spilli in bocca, "servire signori cos ben fatti come voi". E nel canterano Ninetta cameriera allineava la biancheria fine, tra sacchetti di lavanda dal delicato profumo; Alessandro aveva imitato Corrado, che portava soltanto roba di seta sul corpo rude. Pure, il giovane, con la diffidenza dei poveri di buon senso, s'era sempre sentito fuori di posto, quasi di passaggio, tra quelle improvvise ricchezze; le aveva godute un poco come in sogno, quando un'intima voce mormora che il castello in aria sta per rovinare. Ora raccoglieva i benefici di quella diffidenza, accettando senza grande rammarico la fine dell'avventura. Gli pareva d'aver preso piede sulla spiaggia, dopo un bagno felice; qualche gocciola fresca discende ancora lungo il corpo, e d un brivido di piacere; ma addio bel mare, la terra ha ripreso il nuotatore.
"Entro, pap?" domand Susetta; e ricondotto indietro di tre mesi dalla cara voce, Alessandro si ritrov nella casa d'Asti, una di quelle mattine in cui riponeva la poca biancheria nella valigia, e si accingeva ad una delle tante partenze. Senza pensarci su, quasi incitato dall'abitudine, rispose a Susetta:
"Entra, Susetta. Sai che parto?"
"E dove vai, pap?"
Alessandro guard Susetta, e cap quello che la piccina voleva dire.
"Vado lontano. Solo."
"Ah," disse Susetta, diventata un po' pallida. "Come quando c'era la mamma."
"Proprio."
"E starai fuori un pezzo?"
"Credo di s. Mi hanno richiamato, torno ufficiale. Ti rammenti quattr'anni fa, quando partii per la Spagna? Suppergi la stessa cosa."
"Allora non sei pi con i signori Gonzllai."
"No, Susetta."
Si sarebbe detto che una timida contentezza facesse palpitare il visuccio della bambina: nel pallore tenero e commosso, che scopr meglio i rametti delle vene e gli occhi azzurri, ci fu come il batter d'ala d'una vittoria. Alessandro, semplice com'era, sent che in quel momento la piccina, per la gran passione, s'era fatta donna. La gioia d'aver ritrovato tutto per s il suo pap vinceva il dolore del distacco, del quale, del resto, non immaginava bene la gravezza; ne aveva visti tanti. Per evitare spiegazioni, Alessandro continu allegramente:
"Perch non mi aiuti a fare la valigia?"
"Vuoi proprio, pap?" rispose Susetta, e anche in lei i tre mesi del castello furono cancellati, e ritorn la socia del padre. Alessandro tir fuori dal fondo d'un armadio la vecchia valigia, sgonfia e aggrinzita; faceva brutta figura tra i lucidi mobili, ma Susetta l'accarezzava, e anche Alessandro la guardava commosso; ne sapeva, quel povero straccio, di speranze e di delusioni! Il battente della porta, che era rimasto accostato, gir intanto piano piano sui cardini, e Briciola mise prima il musetto nella stanza, poi con un allungamento prodigioso entr in silenzio. Alessandro, lasciata la figlia con la bestiola, scese dal signor Gonzllai, ad informare anche lui.
Il dispiacere di Corrado e della signora Teresa, che si trovava nello studio col marito, fu sincero; pure anche in queste due persone, e specialmente nella signora Teresa, un'espressione di tranquillit, quasi di pace, successe al rincrescimento. Alessandro, messo in guardia dal contegno di Susetta e dalla diffidenza di povero diavolo, la not; e arross al dubbio d'aver lasciato trapelare il suo segreto. Tanto pi che il signor Gonzllai, come per ricambiargli notizia con notizia, gli confid che Federico, il marito di Gloria, gli aveva scritto, che sarebbe prestissimo tornato in Italia per fare il suo dovere di cittadino. La notizia non era ancora conosciuta dalla giovane, che doveva essere preparata con molte precauzioni al ritorno, perch non nascessero in lei speranze nuove, causa di nuove delusioni; ma con l'arrivo di Federico un raggio di sole rompeva forse il cielo nuvoloso. Alessandro ascoltava con un aspro piacere quelle parole, che gli parevano significare pi di quanto non dicessero; e la necessit d'andarsene gli appariva sempre pi chiara. Lo consol Teresa manifestandogli il desiderio di tenere Susetta con s, almeno fino a quando ella sarebbe rimasta al castello; nell'inverno, poi, si sarebbe deliberato se riaffidarla alla zia d'Asti, o, col permesso d'Alessandro, condurla a Torino a proseguire le scuole. Forse, il soggiorno a Villalta della piccina amata da tutti avrebbe indotto anche la Sammartino a rimandare la partenza per Torino. Alessandro ringrazi, senza impegnarsi, perch voleva lasciare libera la figliuola nella decisione; la gelosia della bambina che, non possedendo altro bene se non l'amore del padre, non voleva spartirlo con nessuno, l'aveva turbato. Alla fine del colloquio s'avvi verso la cascina di Cuordileone.
Trov il marchese che, come gli antichi re, amministrava la giustizia nell'aia, all'ombra d'un olmo. S'era sempre pi sparsa la fama di due sue virt che non vanno spesso d'accordo, l'imparzialit e la potenza, e i contadini nelle loro innumerevoli beghe ricorrevano volentieri al suo giudizio. Arrivavano alla mattina presto o alla sera tardi, per sfuggire ai curiosi: la gente di campagna non vuol far sapere i fatti suoi, mentre ha piacere di confidarli a bassa voce a chi gode la sua fiducia, o per meglio dire, a chi spera che le dia ragione; e cominciavano disordinatamente i racconti, tra i sogghigni degli avversari. Quel giorno stavano dinanzi al marchese due vecchie, una delle quali, Mariina, appoggiata a due bastoncini, mezzo paralitica, e l'altra, Tiva, che saltellava continuamente su una gamba, esalando ad ogni salterello una tanfata d'acquavite cattiva. La causa del litigio non si poteva dire morale. Nell'inverno era morto improvvisamente Ernesto, marito di Mariina e amante di Tiva; da trent'anni questa spadroneggiava in casa degli sposi, e se Mariina, nei primi tempi, tentava di ribellarsi, Ernesto le rompeva il bastone sulle spalle; Mariina gridava, i vicini sapevano perch, e nessuno si stupiva pi dello scandalo. Certo, Ernesto nella lunga malattia antecedente alla morte aveva dovuto promettere a Tiva, che lo curava, di lasciarle qualche cosa; ma, protratto sempre il testamento per la superstizione dei contadini, e passato senza notaio ad una vita migliore, i beni intestati se li era presi tutti la moglie. Tiva, paziente, per sei o sette mesi aveva fatto domandare da ambasciatrici fidate a Mariina un compenso delle sue fatiche, che dalle mille lire era pian piano disceso alle cento; non riuscendo a riscuotere altro che ingiurie, il giorno prima s'era decisa a chiedere lei stessa il suo denaro, e Mariina, rischiando un capitombolo, le aveva finalmente rotto a sua volta uno dei bastoncini sulla testa. Riluttanti tutte e due di ricorrere alla giustizia pubblica, quasi sentissero la vergogna della contesa, le vecchie, dopo essersi spiate, offese e minacciate per sere e mattine, avevano eletto il marchese arbitro della loro causa. Giorgio, fingendo di mettere ordine fra gli arnesi e i carri, aspettava il momento di dar man forte a Tiva, con cui s'era messo d'accordo; la Gatta, che ripuliva il pollaio, approvava Mariina, per il piacere di smentire Giorgione. Sonava nelle stanze del marchese il canto di Tonina: "vieni con me"; ma l'aria nel cortile era di battaglia. Tra Floc che abbaiava furiosamente, e un gallo protervo dagli occhi sanguigni che inseguiva le galline e, vittorioso, s'ergeva sulle gambe secche allargando le rosse ali al sole e costellandosi di rubini, Cuordileone indeciso un po' girava la testa dalla parte di Tiva, e un po' dalla parte di Mariina.
"Alessandro, mi liberate da un bell'impiccio," disse congedando le due vecchie, con la promessa di partecipare la sua decisione l'indomani. Se la cavava un poco come Ponzio Pilato; ma quale delle due donne contentare? Quella che rifiutava il compenso in nome del buon costume e della famiglia, o quella che lo esigeva, in nome del lavoro prestato? Al commiato del marchese le vecchie se ne andarono mal sodisfatte; la Gatta rimbrott Giorgione: "non avete ancora finito di stare con le mani in mano," e Giorgione le rispose con una spallata; finalmente, Tonina usc tenendo la sporta sotto il braccio. S'era messo un vestito color castagna, pesante, buono per l'inverno, che in quei giorni di settembre la faceva sudare anche stando ferma; una baverina gialla, cingendole stretto il collo, dimostrava all'evidenza quanto la brava ragazza fosse muscolosa e sanguigna; era tuttavia contenta, perch le pareva di esser bella.
"Ho il grande piacere con la mia partenza," disse Alessandro dalle antipatie tenaci al marchese, "di non trovarmi pi a faccia a faccia con questo esoso Giorgione; una volta o l'altra gli avrei rotto il muso." Continu raccontando gli avvenimenti della mattina; e all'amico che aveva guadagnato il suo affetto e la sua fiducia, raccomand in particolar modo Susetta.
"Ricordate il nostro primo incontro, quando vi dissi che mi avreste portato fortuna? E il giorno che feci tanto sperpero di fantasia? Il mercante di sole. Adesso debbo ripartire. Ebbene, le altre volte, forse perch la mia Luisella, Susetta ed io eravamo soli e disgraziati, avevo brutti presentimenti. Oggi mi pare che la sorte sia cambiata; mi pare che tutto debba andare per il meglio. Per, non si sa mai. Nel caso d'una disgrazia, la sorella di mia moglie, ad Asti, prenderebbe certo con s Susetta;  una brava donna e vuol bene alla piccina. Ma io sarei pi tranquillo, se anche voi mi prometteste di starle un pochino accanto; a chi le parla con amore, Susetta glielo ricambia; l'indifferenza la mortifica. Datele la mano, vedrete, cos piccina, come camminer al vostro fianco."
Si ferm, si riscosse.
"Su, ho detto che tutto andr bene. Che figura, un soldato, un aviatore, piagnucoloso come un ragazzino? Ero venuto a chiedervi un piacere. Partir dopodomani; per arrivare a Siracusa occorrono tre giorni. Quest'oggi vorrei fare una scappata ad Asti, sbrigare le cento cosette della partenza. M'accompagnate? L'automobile del signor Gonzllai ci verr a prendere alle dodici; alle dodici e mezzo saremo giunti. Un po' di colazione all'albergo, poi io alle mie visite, voi alle vostre, e ci ritroveremo a casa mia."
"Benissimo," rispose il marchese. "Dovevo appunto, uno di questi giorni, andare dal prefetto, per quel Pinzone delle lettere anonime. Gi, ne scrive ancora," spieg ad una muta domanda di Alessandro; "e qualche cosa di vero ci dev'essere in quel che insinua. Io non c'entro, amico mio, ma strane cose succedono in questa casa, specialmente di notte. Forse per la vicinanza del cimitero, qualche fantasma errabondo, qualcuno che da vivo non riusciva a star quieto continua a girare se non c' luna, e a volte, anche, porta via un salame, o beve una bottiglia del mio vino migliore. Tonina non sogna quando sente muovere, e anche la Gatta deve sapere di che si tratta. Vedremo d'acchiapparlo; altrimenti, io passer da scostumato."
Arriv Marziano, guidando l'automobile con la punta delle dita come gli equilibristi giocano con una penna di pavone; e in pochi minuti li condusse, quasi scherzando, ad Asti. Per via non si cur di nessun'altra automobile, per quanto veloce, n di carrozze o di carretti, di cani o d'oche randagie; ci passava sopra o li radeva, indifferente come un nume; ebbe per tempo e modo di far l'occhietto alle ragazze. Cos di volo giunse al palazzo della prefettura; Cuordileone discese, e Marziano ripart con Alessandro.
Era prefetto d'Asti il conte Ilarione di Murisengo, di nobile famiglia astigiana, compagno all'universit di Cuordileone. Poi i due avevano percorso una diversa strada, ritrovandosi soltanto a qualche festa, e specialmente a qualche banchetto, che  il luogo dove le vecchie amicizie degli uomini d'un certo calibro si rinfrescano, e le nuove si stringono; e molti d'essi potrebbero con i banchetti contare i loro anni, come i Greci con le Olimpiadi. Il Murisengo rivide volentieri il vecchio amico, al quale ramment appunto che erano stati insieme, dieci anni prima, quando, viceprefetto a Milano, aveva presieduto un pranzo offerto ad un nuovo accademico d'Italia; e le sue parole cordiali e pacate rivelarono il calmo e misurato piacere del ritrovamento. Non appena sopiti i ricordi, chiese in che cosa potesse servire l'amico, dimostrando di conoscere bene quanto le visite, in quella sua stanza, fossero interessate; e nell'udire il nome del Pinzone, un lievissimo sorriso, meno ancora, il lampo d'un sorriso gli pass negli occhi. Ma il volto serb la sua placida correttezza; pos il dito sul bottone del campanello, e al segretario che comparve disse: "l'incartamento Pinzone." Poi tacque, guardando amichevolmente Cuordileone, che si sent senza sapere perch quasi colpevole.
"Sei il dodicesimo," cominci il Prefetto quando ebbe un bel mucchio di carte dinanzi, "che viene a perorare la causa di Francesco Pinzone. Questo signore ne ha combinate di tutti i colori. Non ha nessuna voglia di lavorare, e pretende d'essere lodato e ricompensato come se lavorasse; dal giorno in cui il direttore del catasto, che gliene aveva perdonate pi del possibile, invece di promuoverlo lo fece congedare dal Ministero, mette in rivoluzione la provincia. Ho dovuto far portare qui, in Prefettura, l'incartamento, per rispondere ai suoi difensori, che accorrono dai luoghi pi imprevisti, nelle vesti pi disparate. Questo bel foglio, col cappello e la croce, , di monsignor vescovo, che non  venuto di persona, ma ha mandato il vicario. Quest'altro  del podest; questo, d'un consigliere nazionale. Il Pinzone  bravissimo nello scegliere i paladini..."
"Pi ingenui."
"Diciamo pi simpatici, pi onorati; quelli che, come te, come il vescovo, come il consigliere nazionale, vengono, in buona fede, a difendere cause di questo genere; quelli insomma, cui si stringe volentieri la mano. Gente da invitare a casa la domenica, quando gli affari dnno un po' di tregua, e si vuole riposare lo spirito e il corpo."
Il sorriso del prefetto toglieva ogni intenzione pungente alle parole; ma quanti uomini e quanti avvenimenti avevano dovuto confricare quel cervello e quel cuore, come le acque dei torrenti i sassi del fondo, per levigarli in quell'ironia senza lietezza? Cuordileone domand:
"Levami un dubbio. Il Pinzone , o non  ammalato?"
"; e questo  il singolare della sua condizione. Quando gli conviene, finge la malattia pi grave e pericolosa del vero; ma potrebbe rimanere l da un momento all'altro. "Mal di cuore avanzato"; tutti i medici sono concordi nella diagnosi. Che castigo dare, allora, ad uno che non muore mai, ma per dispetto o per vendetta pu caderti stecchito dinanzi, lasciandoti quel po' po' di rimorso? Il furbacchione conosce il suo vantaggio, e ne approfitta."
"Ammalato, dunque. Ebbene, Murisengo, sono contento."
"Contento di che cosa? Ah, ti capisco. Contento d'essere stato caritatevole. Contento d'essere venuto qui. Gli uomini come te, quando hanno fatto il loro dovere, anche per i birbanti, sono sempre contenti."
Il prefetto continuava a fissare amichevolmente Cuordileone; intanto, con la coda dell'occhio sbirciando l'orologio, notava che era tempo di firmare la posta, e piano piano, ma senza farsi scorgere, col ginocchio premeva il bottone d'un campanello avvitato sotto la tavola. Comparve di nuovo il segretario: "Niente, sono con un amico," gli disse il Murisengo, "chiamer io."
"Vado, vado," disse Cuordileone, che, nell'ufficio della Casa Mainoldi manovrava anche lui un campanello avvitato a una gamba della tavola. "Ecco, m'avrebbe bruciato l'inganno e la beffa d'un uomo sano, il quale per giunta mi fa passare da scostumato... No, tu non puoi capirmi. Ma se  davvero ammalato; meglio, se  moribondo..." disse Cuordileone, e tir una gran boccata d'aria, arrossendo come chi sa di dirne una grossa; "Murisengo... non puoi proprio fare nulla per lui?"
"Come? Ti ho spiegato che farabutto ."
"Giusto. Ma col mal di cuore. Non puoi far proprio nulla? Peccato. Del resto, capisco; la giustizia prima di tutto. A rivederci, Ilarione."
"A rivederci, Cuordileone; che nomi strambi per ci affibiavano i nostri padri. Se mi vuoi ritrovare in questo ufficio, torna presto. Tra poco avr gli anni prescritti, e mi congederanno.  vero che potrai venire a Murisengo."
"Gentiluomo agricoltore?"
"Uomo che non far niente. Non ho fatto mai niente altro fuorch il prefetto; l'ufficio mi dava abbastanza lavoro e grattacapi. A casa, sdraiato su una poltrona, non bastava quel poco riposo a ritemprarmi per altre curiosit. Cos, eccomi senz'arte n parte alla pensione; sono di quei funzionari, che muoiono otto giorni dopo il congedo."
Accompagn l'amico alla porta col suo bel viso nobile e pacato, s'inchin, lo segu con lo sguardo fino all'angolo del corridoio, a punto giusto gli fece l'inchino di suggello, poi, rientrato nella stanza, chiam il segretario, questa volta sul serio, e cominci a scorrer la posta. Gli bastava un'occhiata per scoprire la lacuna o l'errore d'una lettera; e nel silenzio della stanza per un pezzetto scricchiol la penna, che ripeteva il nome in calce ad ogni foglio.
Cuordileone attese soltanto pochi minuti sotto il portone, che Alessandro ricompar, condotto dal valente Marziano. Tutti e tre erano stanchi ed avevano fame; entrarono nel vecchio albergo della citt, e quando uscirono per andare a casa d'Alessandro, udirono battere agli orologi le cinque del pomeriggio.
In quell'ora riposata, fine d'un giorno pieno d'avvenimenti, e forse d'un'esistenza, una limpida pace sciolta nell'aria riconduceva Alessandro alle persone che aveva amate o conosciute, e il tempo presente al passato. Nella via che ora percorreva, sua madre, trent'anni prima, lo teneva per mano; egli indossava un vestito a scacchi smesso dal padre, e si lasciava trascinare; avrebbe voluto soffermarsi, giocare con questo o con quel compagno. Riudiva il timbro della voce di lei, gli pareva che come un dito leggero gli vellicasse il cuore: "Sandrino, vieni," ma sapeva bene che quei giorni erano lontani, e che la madre era morta. Il sole del tramonto spennellava la porta della citt e le mura diroccate; Alessandro rivedeva la luna dei ritorni notturni giovanili; il chiarore blando e tiepido della notte si stendeva sulle vie deserte, la chiesa di Santa Caterina pesava come una montagna d'ombra, l'afrore degli orti, che al vecchio tempo arrivavano fin sotto le mura, gli saliva per le narici. E Luisella legava il passato al presente. Era una Luisella con alcuni lineamenti, alcune parole, alcuni sorrisi chiari e vivi; "Alessandro," chiamava, per esempio, diversamente dalla madre, che lo vedeva sempre piccino, e Luisella lo voleva forte e protettore; per altri aspetti, invece, distante, gi un poco smarrita. Ai loro giorni felici, gli alberi del viale, adesso tanto maestosi, svettavano sottili, le case erano rade, la campagna faceva capolino in fondo ad ogni viottola, e tra i ciuffi di salici dei campi serpeggiava il Brbore, orlato di viole. Inganno e incanto palesi, tutto adesso ridiventava come dieci anni prima; era un gioco, Alessandro capiva bene, ma il gioco gli piaceva. Quei ricordi e quelle illusioni formavano del resto il suo bagaglio sentimentale, all'inizio d'un cammino lungo e rischioso; anche nelle guerre d'Africa e di Spagna non ne aveva portato altro.
Presso alla fornace a met del viale, ma un po' in disparte, apparve la casa sua e di Luisella, una povera casa, tra di campagna e di citt. Tre stanze, infilate l'una nell'altra, e di fianco, una cucinetta; le mura d'un mattone solo, che lasciavano entrare l'estate e l'inverno, pi adatte a nascondere dalla vista, che a riparare dalle intemperie. Tutto per in ordine; e, in ogni stanza, ben in vista, un ritrattino di Luisella; la donna vigilava ancora la casa e i cari.
"Tutto come il giorno della morte," disse Alessandro a Cuordileone; "io avrei guastato quel che lei aveva fatto. Aveva molto buon gusto," aggiunse con una lievissima esitazione, indicando alcuni tappetucci e due o tre cuscini ricamati a mano. Tre mesi prima avrebbe affermato senza incertezze il suo convincimento; ora, abbagliato dalle ricchezze di Villalta, non era pi tanto sicuro. Fu per questione d'un secondo; ripet, come per cancellare ogni titubanza: "aveva molto buon gusto," e Cuordileone gravemente annu.
I due uomini tiravano fuori dai due canterani e dall'unico armadio la biancheria e le uniformi di Alessandro; il giovane le prendeva, e il vecchio le posava ordinatamente sul letto, maglie con maglie, camice con camice, giubbe con giubbe. Un odore acuto di naftalina s'era diffuso; dalle tasche, dalle maniche, dai risvolti cascavan gi numerosi involtini della polvere, che Alessandro di mano in mano ammucchiava sorridendo. "Lavoro di Susetta," osserv con affetto; poi, accennando ad un sacco, rimasto ormai solo nell'armadio: "L dentro c' il vestito buono di mia moglie, nei giorni che s'ammal. Anno per anno si consuma anche lui; Luisella si stimava a portarlo, le stava bene, ma era stoffa da buon mercato. Susetta ogni autunno lo ripassa, e gli fa l'involucro nuovo."
S'interruppe, ripreso dalla sua preoccupazione.
"Signor marchese," ripet, "so di darvi un fastidio; ma ancora una volta vi raccomando la mia Susetta."
Guardava fiduciosamente l'amico, con un buon sorriso sulle labbra; e, ad un cenno di consenso di lui, un'intima lietezza gli si stamp nel volto.
"E ora desidero di farvi una confessione. Non mi piace raccontare i fatti miei; ma voi, vorrei che voi sapeste come in fondo un po' di fortuna me la meriti. Parto volentieri, bisogna che parta; ma, dopo tutto, faccio un piccolo sacrificio. Riconosco che  necessario."
Adesso il suo sguardo s'era posato con inesprimibile tenerezza sul ritratto di Luisella; e le parole, rivolte a Cuordileone, erano per lei.
"Voi mi avete capito; tutti hanno capito al castello, cominciando da Susetta. Un povero diavolo come me, buono solamente a trascinare la pelle al sole o alla neve, in quel castello, fra quelle ricchezze, e vicino alla signora Gloria... Doveva per forza succedere quel che  successo. Voi per non conoscete il vero motivo del mio sentimento. Non sapete che la signora Gloria soffre. Io l'ho subito indovinato. La mia devozione per lei  sorta dalla somiglianza che aveva con la mia Luisella, da quel loro comune dolore nascosto. La signora Gloria in grande, Luisella in piccolo; anche mia moglie, poveretta, per quanto cercassi di farla contenta, aveva sempre una ferita dentro, che non guariva. Forse, le donne si somigliano pi che non crediamo in quest'intima desolazione. Ma Luisella non sarebbe stata contenta del mio nuovo affetto."
Il sorriso si disegn indulgente, pi fondo.
"Era molto gelosa, Luisella; non consentiva che la mettessi a pari di nessuno; diceva: "non sono una regina, ma voglio essere unica per te." Soffriva perfino dei parenti e dei vecchi amici, bench cercasse di vincersi; e Susetta, da questo lato, le somiglia molto. Non vi siete mai accorto che anche lei  gelosa?"
"S," disse fra s Cuordileone, "e nel modo pi doloroso, in silenzio"; ma non parl.
"Sono contento d'andarmene. La piccina aveva intuito il mio sentimento, e difendeva con gli occhi s e la madre. Io non facevo nulla di male; ma nemmeno io ero contento, e molte volte la notte non mi riusciva di prender sonno. Sentivo che, continuando, avrei causato dolori a tutti. Tanto pi che, voglio essere proprio sincero a cose finite, la signora Gloria non si  mai accorta di me. Gentile, ma null'altro. Ero troppo povero uomo per lei, non vi pare?"
Alla domanda, forse desiderosa d'una risposta consolatrice, Cuordileone ramment la malattia e il delirio di Gloria, rivelatori d'un altro affetto; ma non cred opportuno di partecipare il segreto ad Alessandro. Forse era bene che il giovane partisse persuaso d'una indifferenza, derivata dall'orgoglio; quella persuasione offende l'amor proprio, e non c' passione che nasca o resista, se l'amor proprio  umiliato. Si content dunque di rispondere all'amico, che approvava i sentimenti con i quali partiva; fors'anche, egli s'era dipinta la simpatia per Gloria, certo meritata, pi forte di quella reale; la lontananza avrebbe operato da medicina e rimesso tutto a posto. Alessandro annu in un silenzio, che tradiva l'ultima delusione; e il piccolo dramma, che sordamente aveva tolto un po' di pace al protagonista, addolorato Susetta, insospettito i signori Gonzllai, risparmiato soltanto la causa involontaria degli affanni, dilegu nell'aria.
"Sei contenta?" domand Alessandro a Luisella, e gli parve che la morta rispondesse: "s." Era venuta a sederglisi vicino, come le sere in cui, al termine della magra cena, s'affacciava al balcone con il lavoro in mano a raccontargli i fatti e i propositi del giorno. Tornata dopo sei anni di separazione, aveva girato in fretta le stanze, aperto e chiuso i cassetti, messo le mani nella biancheria, contato piccoli quadri attaccati al muro; finalmente s'era quietata. "Tutto come prima," aveva mormorato; "povero il mio zuccone, mi vuole sempre bene.
Dalla fabbrica di fiammiferi in fondo al viale gli operai sciamavano alla citt, e dalla citt alle case gli abitanti del sobborgo. Passi, parole, grida; ma dal balcone non s'udiva un suono, e la sfilata silenziosa rammentava il girare muto dei fantocci di legno nelle giostre. Apparivano, giungevano, sparivano; dopo questi, altri, soli, in crocchi, a piedi, in bicicletta; quanta gente c'era ad Asti. Ad un tratto, la campana della Madonna del Portone cominci a suonare; le case, stanche d'aver portato tutto il giorno il mantello pesante del sole, s'avvolsero nell'ombra; la campagna si distese sospirando. Ed il sibilo repentino delle rondini, da tante stagioni annidate sotto il balcone, fece trasalire Alessandro.
Allora Cuordileone, perch il giovane partisse guarito, cominci a discorrere di Luisella e Alessandro sposi, come se avesse partecipato alla loro intimit. Ma gli piacevano quelle famigliuole di gente comune, senza storia, che lavora e pena, contentandosi della poca festa d'una domenica; e, forse, sentiva un segreto rammarico d'aver sempre vissuto solo. Dove sedeva Luisella a pranzo? E sul balcone stava da questa o quella parte? Correva il giorno in gran faccende, rispondeva sempre: "eccomi," qualunque momento la chiamassero? Chi sa, se rivivesse, come sarebbe stupita, con tanti cambiamenti; che esclamazioni di meraviglia: pare impossibile che in quattro o cinque anni una citt cambi cos; avrebbe riso a non raccapezzarcisi pi.
Risorta dall'antico tempo e dall'antica felicit, Alessandro, nel lontano paese e nel pericolo, avrebbe portato con s l'immagine della sua Luisella, riplasmata da Cuordileone in quella notte serena.

 CAPITOLO 19.
Un cane guaiolava in fondo alla valle, doveva essere giovane; forse gli avevano rotto una zampa, o per la prima volta messo la catena. Nell'immensa campagna non si sentiva che il suo lamento, monotono, insistente, insopportabile; e il tanto patire d'una bestia cos piccola suscitava stupore e quasi raccapriccio.
Col permesso di Cuordileone Tonina accorreva a vedere che cosa succedesse. Piantati l i suoi vasi di fiori, divallava a zig zag attraverso vigne e prati, poi, risaliti a fatica i pendii, si fermava appoggiando una mano aperta sul seno a rifiatare; ma il cane guaiva, e la ragazza si rimetteva a correre, contenta d'ogni sacrificio, pur di giungere. A Cuordileone Tonina faceva l'effetto d'una pecora guerriera, sempre in difesa delle pecore disgraziate e pavide.
Le cose non andavano troppo bene nel regno campagnolo al marchese, che quella mattina aveva deciso di regolare i conti col Pinzone e con Giorgio. Prima il Pinzone: un discorsetto cordiale ma serio, che l'incitasse a smettere d'imbrogliare e di scrivere lettere anonime, promettendogli in compenso aiuto nei mali veri, che per non doveva esagerare; si lusingava, cos, di persuaderlo senza offenderlo. Discorso diverso, invece, avrebbe tenuto a Giorgione, convocato mezz'ora dopo, con la Gatta e Giovanna.
Oramai, spiando per parecchie notti, in ciabatte e camicione, dalle stecche delle persiane, aveva veduto Giovanna e Giorgio uscire da un'ombra per entrare nell'altra, come una coppia di volpi. A San Martino, dunque, tutti fuori di casa, mezzadre e bracciante, anche a costo di sborsare qualche soldo per l'improvviso congedo. Con questi provvedimenti avrebbe serbata pura una fama, consacrata dal giudizio nella causa di Mariina moglie e Tiva amante d'Ernesto; il qual giudizio aveva suscitato l'ammirazione dei paesi intorno ad Alliano. Tiva s'era prodigata durante la lunga malattia dell'amante, dunque aveva diritto per la sua fatica alle cento lire chieste. Ma, essendo immorale la ragione prima di quella fatica, non doveva goderle, bens depositarle all'asilo dei bambini, dove il suo nome sarebbe stato inciso sulla lapide di finto marmo dei benefattori. Cos, contenti tutti: Tiva, perch a parole aveva ottenuto il compenso; Mariina perch la rivale non lo godeva; i contadini perch il danaro, tolto all'una e all'altra, finiva all'asilo, vale a dire a loro. Ad essere esatti, l'aureola di Salomone del marchese aveva suscitato un po' di dispetto nel colonnello Bertone, vero giudice conciliatore d'Alliano, che per non s'era tradito.
Il primo a comparire nell'aia fu l'affannato e catarroso Pinzone, con gli occhi scintillanti di curiosit. Entrato rapidamente in casa, questa volta non sbotton nessuna delle maglie; buttatosi a sedere sul divano, tra due larghe sorsate d'aria domand:
"Ebbene?"
Ancora una volta Cuordileone, osservando quel viso violento, quelle grosse vene che saltavan fuori sulle tempie e sul naso come corde di violino, quelle manacce tremolanti; quella sofferenza, insomma, e quell'affanno reali, cerc d'addolcire con un giro di parole la risposta del prefetto. Ma l'altro ripet prepotentemente:
"Ebbene?"
All'"ebbene" villano, che voleva dire "parla, pezzo d'asino," il marchese s'inalber, spifferando quello che aveva visto e udito in prefettura; poi, subito si prepar a ribattere le recriminazioni, e forse le ingiurie, che sarebbero certo uscite dalle labbra del Pinzone. Ma non successe nulla.
"Dunque fiasco," disse l'altro con voce tranquilla.
"Come, fiasco?"
"Eh, se questo non  un fiasco," conferm l'ammalato, scotendo il capo con indulgenza. Parve ripensare i casi suoi, bilanciare il pro e il contro, poi alz sereno gli occhi sul marchese, e riepilog:
"Un errore di valutazione."
"Che cosa?" domand il marchese.
"Un errore di valutazione. Niente di male: succede. Vi credevo amico del prefetto, che, fra parentesi, da quel che mi dite,  un uomo da poco. Se non amico, speravo che una vostra parola contasse."
"Conta quando c' una ragione," ribatt il marchese, punto nell'amor proprio.
"Le parole che valgono contano quando non c' una ragione; altrimenti, bella forza. Ma, ripeto, niente di male. Un errore di valutazione. Per, avreste dovuto dirmi la verit. Mi avete fatto perdere del bel tempo."
Continuava a fissare Cuordileone senza collera, anzi, con un luccicore di compassione nello sguardo. S'era alzato, non aveva pi affanno, o appena un poco; rimase un minuto in mezzo alla stanza, come si fa involontariamente, prima dei viaggi lunghi e pericolosi. Ricalc in testa, nell'uscire, il cappellaccio, e continuando a borbottare: "un errore di valutazione," che giudicava evidentemente una bella frase, se ne and. Questa volta, Cuordileone, sbalordito, vide che cercava di camminare diritto e svelto, quasi per dimostrare a se stesso d'infischiarsi degli aiuti altrui; ma, quasi subito, giunto fuori dell'aia, rallent il passo e barcoll. Era proprio ammalato.
Suonarono le nove, ora dell'appuntamento con Giorgio e le due donne, ma queste uscirono dalla cucina senza guardarsi e senza discorrere, e Giorgio non comparve. Non comparve nemmeno dopo mezz'ora, n dopo un'ora, dimostrando chiaramente di considerarsi libero di s. Invece, spuntarono dalla stradetta i fratelli Chirone, che da qualche giorno il marchese non aveva veduti, con notizie fresche di Livio. Era ad Augusta, a preparare quelle incursioni su Malta, su Alessandria d'Egitto e forse pi in l, sulle coste della Palestina e della Siria, per le quali era stato chiamato anche Alessandro; e certo i due giovani si sarebbero incontrati, e tenuta compagnia. "Qui Augusta, qui Malta," spieg il dottore, dopo un sommario ma nitido disegno, schizzato con la punta dell'ombrello: "duecento chilometri si percorrono in mezz'ora. Qui, invece, Alessandria: millecinquecento, l'impresa  pericolosa, ma da osare. Supponete questa la squadra inglese; i nostri sottomarini possono uscire da questi o questi altri porti." Da quando Livio era partito, la guerra d'Annibale, a petto della moderna, era diventata gioco da ragazzi; il Chirone, perci, s'era dato allo studio dei fatti militari contemporanei. Il fratello notaio lo seguiva, dimenticando questa volta di contradire; non di rado, anzi, alle descrizioni delle fatiche e dei pericoli, che potevano essere anche di suo nipote, gli si gonfiavano gli occhi. Allora il dottore, padre ma guerriero, gli spiegava che gli aeroplani italiani erano perfetti, i comandanti avveduti, Livio bravissimo; sicch la speranza, se non la tranquillit, rinasceva nel notaio, e, per riflesso, nella signora Giorgina e nella servit. Quella mattina, dopo i "certo" e i "proprio cos" rassicuranti del colonnello, Cuordileone appoggi anche lui le ragioni di tutti, con la sua parola ornata.
"Che cos'hai," gli domand il dottore, ad un'improvvisa interruzione.
Senza causa apparente n segno ammonitore, il marchese aveva risentito il cuore battergli in gran disordine. Il Chirone, continuando ad osservare l'amico, gli prese il polso.
"Niente," disse, scambiando un'occhiata col fratello. "Robusto come una quercia. Quando avrai un momento di tempo, oggi, domani, vieni a casa mia. Faremo due chiacchiere, e discorreremo anche della salute. Alla nostra et qualche piccolo "bob" c' sempre."
Lo spasimo era passato. Cuordileone rispose sorridendo:
"Ci sono avvezzo, ma verr. Faremo le due chiacchiere. Gatta," continu dignitosamente dopo aver guardato l'orologio; erano le dieci e Giorgio avrebbe dovuto esser l da pi d'un'ora; "Gatta, dite a quel senza educazione di Giorgio che s' fatto aspettare; ma non ha guadagnato nulla non venendo. Riparleremo; intanto stia alla larga dalla cascina, quando non ci lavora. Intesi, Gatta? Intesi, Giovanna? Di giorno, e di notte."
La giovane gli sgranava in viso un paio d'occhi innocenti.
"Bene," continu il marchese, come se l'altra avesse risposto "s". "E adesso, Tonina. Tonina. Oh Tonina, Dio ti benedica, non potresti prendere l'abitudine, la prima volta che ti chiamo, di considerarla la terza, e rispondere? Esco con gli, amici; la colazione all'ora solita. E non accrescere l'Arca di No nella mia assenza;" ma Tonina, refrattaria all'ironia, continu a masticare il suo torsoletto di cavolo. Mangiava di tutto, come i conigli.
"Il conte Bensa di Missaglia" disse il dottore al marchese, "mi ha pregato di condurti da lui, un giorno che non avessimo niente da fare; vuoi che ci andiamo? Avrai conosciuto certo suo padre, bench non venisse spesso ad Alliano; lui, forse no. Era professore di sanscrito a trent'anni, e tutto gli presagiva la fama; ad un tratto, una grave malattia nervosa; e dopo tre o quattro anni di viaggi in Italia e fuori, nell'inutile ricerca della salute,  tornato a casa sua. Un'intelligenza, una sapienza, una nobilt di carattere rare."
Cuordileone ricord l'uomo solitario, ritto come una statua sulla cima della collinetta, contro al cielo della sera. Non aveva mai avuto occasione di discorrere in particolare di lui; sapeva confusamente che dopo avere molto sofferto d'un male non chiaro, non era ancora ben guarito. Sembrava che tutti, cominciando da Augusta Sammartino, evitassero le spiegazioni sul suo conto, quasi ritenendole o difficili o strane; e anche quella mattina i due fratelli, avviandosi alla visita, continuarono a parlare di Livio, sicch Cuordileone rest col desiderio di conoscer meglio l'ospite, che al limitare dell'aia l'accolse con una cordialit discreta e cordiale.
Era alto e snello, con un bel viso ulivigno tagliente, che usciva come uno smalto antico da una barbetta d'un nero di velluto, pettinata quasi al modo dei Persiani e degli Assiri dei musei; e girava un bizzarro sguardo, un poco trasognato, che, dapprima fisso, si trascinava poi sulle cose, senza penetrarle. La sua casa si sarebbe detta disabitata; ma nell'aia e sui rami di alcuni olmi giganteschi una famiglia sontuosa di pavoni bagnava con indolenza le ali e le code nella luce del sole; ad un tratto uno d'essi le apriva gettando un grido d'orgoglio, e sprizzava in giro i vivacissimi colori del suo ventaglio. Sull'uscio d'una stanza tutta fresca e in ombra, soffusa d'un indefinibile profumo, uno sgangherato grido di ragazzaccio insolente salut i visitatori; "ah ah," rison pi forte quel grido; e un tucano nero dal larghissimo becco arancione, che gli sbilanciava come un naso enorme tutto il capo, saltell incollerito sul bracciolo della gruccia. A quel grido, tre o quattro colibri, poco pi grossi di calabroni, mescolarono i loro barbagli di pietre preziose in una minuscola gabbia; pian piano mobili e oggetti presero forma. Pendevano alle pareti delicatissimi kakemono, quelle lunghe strisce di seta, su cui i Giapponesi dipingono ad acquerello, con la levit che hanno nei sogni, interminati paesi, percorsi da moltitudini di uomini e di bestie, non pi grosse di formiche; e su altre, a contrasto, un filo d'erba e una farfalla, soli ma cos vigorosi e vivi, da ispirare con la perfezione lo stesso senso d'immensit. Libri dalle preziose rilegature, riviste aperte a tavole che avevano il duro splendore degli smalti e dei nielli persiani, stoffe d'un fasto divenuto bellezza erano disseminati sui mobili, dei quali alcuni serbavano la nobile linea antica. "La caverna del giovane stregone", pens il marchese ascoltando il Bensa, che gli diceva come lo conoscesse bene per causa della Sammartino, vigile amica; e come fosse felice d'incontrare finalmente uno dei rari uomini, capaci di trasformare con l'incantesimo della fantasia la scialba vita quotidiana in un'altra meritevole d'essere vissuta. Il discorso ricordava una musica larga e commossa, ma singolare; la voce era bassa e calda; non ostante la breve amicizia, l'abbandono alle confidenze pieno. Quest'abbandono acuiva la curiosit e l'incertezza di Cuordileone, che cercava con gli occhi il dottore e il notaio, per ottenere una spiegazione; ma i fratelli gli ricambiavano l'occhiata senza appagarlo. Il Bensa, intanto, raccontava la sua vita; e nell'ombra, che gli aveva modellato il viso adunco dei re di Firdusi, Cuordileone sentiva aleggiare il tempo delle "Mille e una notti".
"Quand'ero ragazzo, mi pareva che un ostacolo insormontabile e invisibile, qualche cosa come un enorme muro di nebbia, m'isolasse dalla gente. Mia madre era morta; mio padre viaggiava sempre; io solo, da una parte, con la foga, la passione, il desiderio di tutti gli altri messi insieme. Qualche volta, all'improvviso, quel muro si rompeva e intravedevo un po' di cielo, uno scorcio di paese, le persone che mi circondavano; m'accorgevo allora della vita universale; ma presto lo spiraglio si serrava, ed io tornavo a vivere con me stesso. Nei suoi brevi ritorni, mio padre sorpreso e malcontento di ritrovarmi sempre cos selvatico, mi giudicava arido; non credo che avesse amato molto mia madre; e forse io, senza saperlo, vendicavo la povera donna, facendo desiderare al vivo un po' dell'affetto che non aveva concesso alla morta.
"Un giorno, avr avuto quattordici o quindici anni, un cambiamento avvenne in me. Forse, un germe trasmesso da mia madre, nata da un console italiano a Calcutta, ad un tratto fior; forse, invece, furono un libro, un'immagine, un canto, caduti come un seme in un campo, al passo d'un uccello migratore. Certo, sorsero nella mia mente, come se ci fossero stati sempre, i paesi dell'India; d'un'India, si capisce, formata in parte con parole e figure di racconti di viaggi, ma anche con ricordi, avrei detto, e con nostalgie antichi e veri. Avevo, ed ho conservato, l'abitudine di sognare; e molte notti nel sonno andavo per citt e su fiumi, ai quali non sapevo dare un nome, ma che conoscevo bene. Sentivo camminando quella trepidazione profonda del petto, quel mancamento di respiro, quell'ansia del grido soffocato nella bocca chiusa, che d l'attesa d'un avvenimento imminente e decisivo, ma ignoto; ad un crocicchio di strade, dinanzi a una pagoda mi fermavo, come se altra volta fossi passato di l, ed aspettassi qualcuno.
"All'Universit studiai il sanscrito, e l'impararlo non mi fu faticoso. Mi pareva, anche in questo, di riparlare una lingua saputa e dimenticata; detta una parola attendevo quasi che qualcuno, dai larghi anelli e dai pesanti braccialetti, la ripetesse sospirando o ridendo. Allargai il mio studio ad altre lingue orientali; cominciai a tradurre gli stupendi poemi di quei paesi, fui presto conosciuto; un concorso vinto mi diede una cattedra. Avevo ventotto anni; quell'anno stesso mor mio padre, e non ebbi pi nemmeno parenti.
"Non avevo mai amato; di qualche avventura solita degli studenti m'era rimasto piuttosto un ricordo di disgusto che di piacere. Un giorno, tenni un discorso all'Universit sulle eroine dei poemi indiani. Avevo da poco pubblicato un libro dello stesso argomento, con qualche scalpore anche fra le donne; e molte erano venute a udirmi. Quel giorno io la vidi. Un raggio di sole, entrato dalla finestra, me l'indic; era bionda, alta, snella, e in quel momento sorrideva a se stessa. Aveva un collettino da collegiale, e un grazioso tocchetto, semplice, che concorrevano a farla giovane. Graziosissima, minuta; eppure, ogni altra cosa scompar di fronte a lei. Certo, anche voi avrete provato la prodigiosa impressione dell'essere arrivati in un luogo di pace, dopo un viaggio lungo e faticoso. La solitudine e la stanchezza che v'opprimevano repentinamente spariscono: una mano ha palpitato nella vostra, un viso ha raccolto per voi tutta la luce; comincia da allora la vostra vera vita.
"Era la moglie d'uno dei medici pi rinomati della citt; e, dopo il discorso, potei essere presentato a lei e a suo marito, che mi chiesero di voler essere fra i loro amici. Mi sembr che lei ponesse un calore e una grazia particolari nell'invito; la chiamer Amina, sebbene questo bel nome d'oriente non sia il suo. Ora  morta da cinque anni; storia antica, signor marchese, e soltanto per me sempre presente."
Nell'oscurit della stanza i fratelli Chirone continuavano ad ascoltare calmi il racconto, come se lo avessero gi udito; e appena appena a qualche parola pi concitata delle altre, inarcavano le ciglia, come per dire: "ecco, ci siamo". Cullato dalla voce monotona, Cuordileone si domandava, con meraviglia sempre maggiore, perch il Bensa gli confidasse con tanti particolari quella sua storia; ma educato, e avvezzo a prestare l'orecchio, nei suoi begli anni di Casa Mainoldi, agli innumerevoli romanzi scritti dei letterati, si rassegnava a questo, vissuto. Il narratore, evidentemente smarrito nel tempo, continuava a ricordare. Ora, il suo occhio fisso pareva allargarsi e splendere d'una luce giallastra, come quello dei grandi uccelli notturni.
"Diventai presto uno degli intimi della famiglia. Amina aveva tre figliuoli, il pi grande di otto anni; qualche volta si fermavano nel salotto, ma pi spesso lei ed io rimanevamo soli; suo marito era tutto il giorno all'Ospedale maggiore, o in una sua Casa di salute. Niente di romantico in quelle visite; una casa borghese, e la padrona badava esemplarmente a tutto, interrompendo la discussione letteraria con gli ordini alla cuoca e alla cameriera. Ma io avevo indovinato i suoi veri sentimenti e il suo vero carattere, sotto le apparenze borghesi; Amina non era la donna che gli altri conoscevano.
"Certi pomeriggi dorati di settembre non si cancelleranno mai dalla mia memoria. Stava tutta composta nella poltroncina, con un abituccio semplice, che la ringiovaniva; e sorrideva, perch anche il sorriso la ringiovaniva. Dal primo momento il suo viso mi s'era stampato dentro tratto per tratto, con le sue ombre oltre che le sue luci, e quel minuscolo porro presso all'orecchio, e quelle prime impercettibili pieghette all'angolo della bocca e degli occhi, che a lei davano tanta pena, e a me destavano tanta piet, con tanto desiderio di dirle che anzi erano un vezzo. Le sue manine di bimba, con le unghie laccate d'un rosso cupo, stese sui braccioli della poltrona, quasi mi sfioravano; dovevo farmi forza per non chiuderle nelle mie. Di tanto in tanto si metteva al pianoforte. Non so se a voi la voce di questo strumento faccia lo stesso effetto che a me. A me risuscita l'immagine di un tempo antichissimo e felice; c' odore di cipria nell'aria, carrozze dorate passano nella via al trotto dei cavalli impennacchiati, e una giovinetta, con la treccia gi per le spalle, eseguendo gli studi del Clementi o del Cramer, sogna il suo primo ballo.
"Qualche volta Amina era triste e non voleva che si capisse; io fingevo di non accorgermene, n chiedevo nulla. Che vale, del resto, sapere la ragione della tristezza di chi si ama? Perch tu piangi, io, che ti voglio bene, piango; non perch tu hai ragione di piangere. A poco a poco, alle mie parole che non esacerbavano la piaga, Amina si rasserenava, guardandomi come se volesse confidarmi il suo dolore, poi mi diceva soltanto: "amico mio, siete molto buono, e meritereste un'amica migliore di me". Prendeva allora un'espressione d'umilt, tornava la bambina che  in fondo ad ogni donna, sempre incerta di far bene o male, e molte volte buona o cattiva per piacere agli altri.
"Aveva compreso quanto l'amassi? Io continuavo a tacerle il mio affetto: avrei creduto di offenderla, anche soltanto accennandolo. Senza contraccambiarlo, almeno lo sentiva, ne era commossa? A volte speravo di s: avrei detto che sulle labbra le tremasse la risposta alla domanda che non avevo fatta. Un giorno, alla fine di giugno, gli esami dell'universit erano terminati; non avevo ancora deciso dove passare le vacanze; Amina mi propose di andare per una settimana o due a Verbania, dove lei e suo marito possedevano una villa; e m'indic un buon albergo vicino. Sembrava pi pensierosa del solito; certo, nella sua discrezione, giudicava sfacciato invitare con gli intimi un uomo, conosciuto da pochi mesi. Non so come non mi tradissi; osai per la prima volta di prenderle le mani, sfiorandole con un bacio; "no", disse turbata, "non sono quella che credete," e le ritrasse. Certo l'avevo offesa, e per un momento temetti di perderla.
"Non c' luogo dove, come sul lago Maggiore, dal cielo alla rosellina che spunta sul muro, tutto v'inebri di poesia. Amina ed io andavamo al primo sole per la strada costiera; il marito, che come ogni Milanese, tornava il sabato alla villa, per ripartire a mezzogiorno del luned, m'aveva pregato d'accompagnarla. Adesso  certo anche lui un infelice, al pari di coloro che hanno vissuto accanto a quella creatura; non l'ho pi riveduto."
"Ah ah ah," ripet il tucano, facendo sussultare Cuordileone; il Bensa non parve udire.
"C' nelle persone che si amano una facilit e un potere di dare alle parole un significato particolare, per cui il discorso  come un sentiero nella campagna: il bello  intorno, nelle siepi, nei campi, nei boschi; il sentiero serve soltanto per scoprire quelle bellezze. Nella donna, specialmente, il timbro della voce, un silenzio, uno sguardo, un gesto interrotto sono la manifestazione dell'animo; e forse quel modo segreto eppur chiaro di rivelarsi dipende dall'antico attendere il beneplacito d'un essere pi forte, d'un padrone. Povere creature.
"Amina parlava, e a poco a poco, dalla ricerca sempre pi palese della mia compagnia, dall'abbandono sempre pi pieno dei suoi discorsi avrei detto che veramente cominciasse a comprendere i miei sentimenti. Io, mescolato ogni giorno pi intimamente alla sua vita, mutavo l'amore in adorazione; anche perch un'infinita gratitudine s'aggiungeva all'affetto. Emanava da quella donna, cos graziosa e minuta, un indicibile vigor di vita, ed io ero affaticato e stanco; avevo studiato troppo, m'ero esaurito sui libri e nei sogni. Certi giorni soffrivo atroci mali di testa, che in tutti i modi cercavo di nasconderle; quei giorni non uscivo dall'albergo, e Amina, rimasta sola, vagabondava senza meta sui monti vicini. Non riuscivo mai a sapere, quando glielo domandavo, dove fosse andata. "Non bisogna essere curiosi," rispondeva sfiorandomi con un dito le labbra; "non vi basta d'essere con me oggi, domani, quando volete? Mi chiamate, ed io vengo. Ammirate invece lo splendore del lago. Vorrei goderlo tutto." Quest'impeto di desideri, si sarebbe detto questa golosit di godimenti, che all'improvviso si manifestava senza ritegno in lei, mi stupivano e, confesso, mi turbavano un poco; ma nello stesso tempo ero travolto dalla forza segreta della creatura nuova, che mi stava accanto. In quanto a lei, aveva presto conosciuto il mio carattere. Curiosa di avventure sentimentali come tutte le donne, al racconto delle molte delusioni e della solitudine mia, mi diceva sorridendo: "Siete di quelli che in amore hanno bisogno di soffrire, e che certe donne, perci, fanno soffrire senza rimorsi. Vi trovate bene soltanto nella speranza o nel rimpianto; una donna vi  cara finch vi illude o vi addolora; guai se vi concede subito la felicit." Il viso amico scusava le parole scherzose, ma io riconoscevo che m'aveva indovinato. L'amore mi sembra perfetto, quando  preghiera o sogno; conseguito, ha gi in s un po' di cenere.
"In quel tempo m'accaddero due avventure, che voi non crederete, ma che io vi racconto egualmente. Un giorno, andando Amina ed io per i monti sopra Premeno, eravamo giunti a quel Piano del Sole, che domina il lago, e lascia intravedere tanta terra di Lombardia. Le querce, i pini, i faggi, gli abeti dei boschi dormivano fulminati; arse le fontanelle, l'aria in fiamme, non un alito; un'ape solitaria riempiva il cielo del suo ronzio di piombo e un picchio batteva a un albero, come un viandante sperduto a una porta. A un tratto, udii lontano uno scalpicciare pesante, e nell'ombra galopp una bestia selvaggia. Il Liocorno scendeva al lago per dissetarsi; scorsi qualche cosa di bianco, certo la spada d'avorio, splendergli in mezzo alla fronte. Un altro giorno, giungemmo ad un seno deserto del lago. Era il principio della sera, e tutto azzurro: il cielo si saldava con l'acqua. Ricordavo in una villa di amici miei a San Remo, alcuni quadri del Dor, convegni di fate alle fontane dei boschi. Conoscete il Dor, prodigioso disegnatore, non grande pittore; ma quei quadri, dove tutto  azzurro, la notte, la terra, gli alberi, le donne, mi erano rimasti nella memoria. Ebbene, in quel piccolo golfo altrettanto meravigliosamente azzurro; dove, incastonati nella cornice di rupe e di bosco, l'acqua, la breve spiaggia, il fondo parevano di smeraldo; su un letto d'alghe, io vidi dormire la Sirena. Grazie, marchese, di non aver sorriso. Ho tentato molte volte di persuadere qualche amico di questi miei incontri, non ci sono riuscito; non importa. Per assistere a quei miracoli bisogna avere accanto la creatura amata; lei sola ha la virt d'affinare cos la sensibilit dell'innamorato. Io, ancora oggi, chiudo gli occhi e rivedo quelle magiche scene; perfino la striscia di sole, che scendendo dai monti, accendeva un fuoco nel mezzo del lago."
"Povero Bensa," disse una voce roca, uscendo dall'angolo pi oscuro della stanza; e un vecchio pappagallo s'avvolse con il becco e le zampe sul bastone della gruccia; la salita tortuosa sembr quella d'un serpente. Giunto in cima, l bestia ripet: "Povero Bensa;" ma il tucano indignato gli sghignazz contro saltellando.
"S, povero Bensa," consent il narratore. "A poco a poco, infatti, m'accorgevo che la tristezza di Amina diveniva pi continua e profonda. Qualche volta, dopo un lungo cammino silenzioso, ella si fermava volgendo il capo, come per ammirare il paese; io continuavo la strada; avevo sorpreso una lagrima nei suoi occhi. O un gesto principiato era subito interrotto; o, quasi a se stessa, canterellava una canzone, che rammenter sempre: "porto con me un peccato - che non potr mai scontare". E un'altra: "dall'ora che t'ho visto - il mio destino  scritto"; non ne conosco di pi dolorose e rassegnate. In un minuto per si ricomponeva, se appariva sulla strada qualche amico o qualche conoscente (sul lago si conoscono tutti). Io la osservavo meravigliato; non avevo mai visto mascherare cos presto e in un modo tanto pieno gli intimi crucci con l'ostentata lietezza; quando l'amico era scomparso, dicevo il mio stupore, ma Amina protestava, accusandomi di essermi immaginato la sua melanconia, per farla simile a me. Uno dei villeggianti pi spesso incontrati era l'ingegnere Ricci, un bell'uomo, che a Milano contava fra i pi facoltosi costruttori di palazzi e d'istituti; padrone d'una villa con un parco regale a Stresa, e d'una villetta sui monti presso quella d'Amina, andava dall'una all'altra, un poco in automobile, un poco a piedi. C'era per fra Amina e il Ricci piuttosto scambio di saluti, che amicizia; avrei anzi detto che il Ricci non fosse simpatico alla signora; certo non frequentava la sua casa.
"Di quel mese trascorso sul lago  tutta la mia vita felice, e quella traduzione di Kalidasa, decantata anche dai miei avversari; povera cosa, a confronto della bellezza che l'amore mi faceva intravedere nell'universo, e che avrei voluto celebrare piena con l'arte. E ad un tratto, la partenza m'apparve necessaria. Non avrei potuto contenere pi a lungo i miei affetti. Pure, il giorno innanzi al distacco, restato un momento solo con Amina, osai un'ultima domanda: "Non vi ho mai chiesto, non vi chiedo nulla di quanto una donna come voi non possa fare, o confessare. Consigliatemi soltanto: debbo partire? debbo rimanere?" Gli occhi d'Amina tornarono quelli tristi che spesso le avevo veduti. Mi rispose con dolcezza, ma fermamente: "partite, amico mio. Vi mentirei offendendovi, se v'incoraggiassi a restare." Ripeto le sue parole, perch anche voi ricordiate di che sacrificio era capace quella donna, e con quanta delicatezza e semplicit lo compiva.
"Il mese seguente ero a Santa Margherita Ligure, un altro di quei luoghi in cui dovrebbero vivere solamente i felici; ma quel mese, all'opposto del precedente, fu angoscioso per me. Le vicende della cara intimit, la fatica della traduzione m'avevano prostrato; i mali di testa si succedevano, cos aspri, da buttarmi per ore e ore in una poltrona. A lenirli un poco dovevo mandar gi quattro, cinque cialdine di aspirina, che, come sapete, indeboliscono il cuore; non riuscivo pi a mangiare, m'ero inselvatichito, tutto il giorno studiavo, o rivivevo il passato. Certe volte, mi pareva d'aver conosciuto Amina in un tempo lontanissimo, di modo che di lei non mi rimaneva se non un nome, e un desiderio di luce e di calore; rammentate le stelle cadenti nel cielo d'agosto? Certe altre, invece, riscoprivo i segreti dell'animo suo, o rivedevo netti i particolari della persona, che io solo, fra gli amici, avevo notati amandoli: il bizzarro e gentile significato che spesso dava alle parole pi comuni, i silenzi arguti da quanto i discorsi, la malinconia perenne, sulla quale fioriva una gioia fugace; e quell'ombra improvvisa sulla fronte, quel minuscolo porro presso l'orecchio, quelle impercettibili pieghette della bocca e dell'occhio, che mi destavano tanta piet. Specialmente il ricordo della sua voce mi faceva volgere a un tratto la testa, come se ancora mi parlasse; e le parole finte avevano il timbro e la cadenza delle vere, lo stesso suono dolce e molle che conferiva tanta graziosa originalit al suo discorso. Nel tumulto dell'animo, mi sfogavo a scriverle, rispettosamente ma in modo che sentisse quanto le ero vicino; Amina non rispondeva subito, n a lungo; pure io indovinavo nelle poche righe e nelle costrette parole l'amicizia e l'abbandono sempre crescenti.
"Una volta venne a trovarmi una sua amica, scrittrice d'un certo nome, molto graziosa, che cominci col lodare i miei libri; era, mi fece sapere, sola, ricca, libera. Mi parl con fervore d'Amina, pi fortunata in apparenza che nella realt: ci sono consolazioni e gioie che un marito, anche buono, anche stimato eccellente nella sua professione, non pu dare, se l'amore non  ricambiato; e mi lasci capire che l'amica lontana, non felice, voleva esserlo. La rivelazione mi turb; immaginai che Amina mi mandasse l'ambasciatrice per rivelarmi indirettamente i suoi sentimenti; i miei traboccarono. La signora m'interruppe con poche parole: "che cosa avete capito?" Mi guard socchiudendo gli occhi come per vedermi meglio, parve rinunciare a una spiegazione pi lunga, e soltanto aggiunse che la sua amica bastava da s ai fatti suoi; io non la conoscevo, come del resto non conoscevo lei che parlava, se la giudicavo ambasciatrice d'altri. Continu pochi minuti a discorrere con quel compatimento che offende, ma contro cui non ci si pu ribellare, perch non  espresso n con parole n con atti; poi, salutandomi appena, se ne and. Scrissi subito della bizzarra visita ad Amina, che mi rispose in modo confuso: s'era lusingata di farmi un piacere, col mettermi a fianco un'amica intelligente e buona, per il tempo in cui lei ed io saremmo stati separati, e che temeva lungo. Oramai sapeva quanto bisogno avessi di una guida fedele; rammentassi sempre l'intenzione, di darmi un po' d'aiuto e di gioia. Queste parole che mi sembrarono le solite, buone e affettuose, io lessi senza nessun presagio di sventura.
"Due o tre mattine dopo stavo sulla terrazza a mare dell'albergo; il cielo sereno m'aveva calmato e speravo pace, quando gli occhi furono attratti da un grosso titolo del giornale; Amina, in una passeggiata solitaria in barca, era caduta nel lago, e soltanto dopo lunghe ricerche il suo corpo era stato ritrovato. Ricordo questo, e non altro; mi raccontarono poi che caddi col giornale in mano, e che per un pezzetto restai tra la vita e la morte. Invece, dopo sei mesi di cure, in Italia e fuori, mi rimisi. Non avendo per pi n forza n voglia d'insegnare, chiesi ed ottenni il congedo, e mi ritirai qui, dove possedevo ancora questi pochi beni. Guarito del tutto, scrissi al marito d'Amina, scusandomi di rinnovare il suo dolore, ma chiedendogli qualche particolare della disgrazia. Non mi rispose; e neppure mi rispose la scrittrice, che mi s'era profferta amica.
"Meglio, del resto, questa piena separazione dal passato, questo gran silenzio attorno alla mia morta. Non avevo di lei nemmeno un ritratto; scarse le lettere, e di poche righe; potei cos serbarla in me come io solo, fra tutti, l'avevo indovinata, e come era veramente. Qui, con me, vive la mia Amina. La mia fortuna, l'unica, m'aveva fatto incontrare una donna meravigliosa, che, non ostante le prepotenti lusinghe della bellezza e della giovent, riusciva ad essere buona madre e buona moglie, indulgente con chi l'amava, onesta nella simpatia e nell'affetto, savia, discreta, gentile. Io sono opera sua; e a tutti gli uomini degni d'apprezzarla la rammento venerandola. Una sola cosa rimpiango, e mi rimorde. Il giorno intero penso a lei, ma di notte non riesco a sognarla. A poco a poco, cos, il suo viso svanisce; l'amore  sempre eguale, ma i lineamenti si alterano, e a volte si confondono."
Il dottor Chirone s'alz per primo, ringraziando il Bensa del racconto. "Oh," disse il narratore, "voi siete molto gentile, e lo avete udito almeno trenta volte, con vostro fratello; per questa vostra cortesia vi conto, se mi permettete, fra i pochi amici cari. Spero che il marchese di Villalta sar un altro, e torner a trovarmi. Esco poco, mi sperdo e m'annoio per la strada, e la gente m'infastidisce con i discorsi ispirati soltanto da interessi o curiosit. Ma gli amici mi trovano sempre in casa."
I colibri della gabbietta sprizzarono nuovi bagliori di pietre preziose; "ah ah," s'ud ancora sghignazzare dal fondo della stanza. Sulla strada maestra, Cuordileone alz gli occhi in viso al dottore; ma oramai aveva capito chi fosse il suo ospite.
"Una forma di pazzia tranquilla, per eredit e strapazzo mentale," conferm il Chirone. "Credevo d'averti gi detto qualche cosa io, o che qualcuno t'avesse informato; ma di ci che si ha sottocchio nessuno parla, o s'accorge che ci sia. Ti ho condotto qui, perch desideravo che tu conoscessi il Bensa; e, anche, un poco perch io sono il suo medico. Dopo lo sfogo d'oggi, il nostro amico passer cinque o sei giorni quieti. Che cosa dici della sua favola?"
"Perch la chiami favola," domand Cuordileone soffermandosi.
"Perch c' poco di vero in tutto il racconto. O, per meglio dire, di vero c' la signora chiamata Amina, che il Bensa am senza confessarglielo, e mor nel lago Maggiore, presso Pallanza; non sembra per disgrazia."
"Come?"
" difficile conoscere la verit, con un segreto ben custodito; noi, per di pi, viviamo lontano dai luoghi, e non abbiamo chiesto particolari. Sembra che la signora amasse quell'ingegnere Ricci, incontrato qualche volta da lei e dal Bensa nelle loro passeggiate; e che, quando poteva, col pretesto di escursioni solitarie, salisse a quella sua villetta alpina. Bada, che tutti la dipingono ottima madre di famiglia; qui l'amico nostro ha veduto giusto. Ma la passione era forte, e la signora s'era sposata senz'amore."
"Sicch, l'affetto per il Bensa, l'invito all'albergo del paese?"
"Forse avvedimenti femminili per stornare l'attenzione del marito, che cominciava a insospettirsi, dall'amante vero al corteggiatore illuso; forse anche, chi pu mai discernere la verit nella condotta d'una donna, desiderio di consolare un uomo valente, o speranza, nel concedere ad altri la felicit, di propiziarne un poco a s. Non doveva essere cattiva, la signora Amina; chi gusta la vita come lei, vorrebbe anche che gli altri la godessero."
"Ma almeno quell'intelligenza, quella singolarit dell'animo e del corpo, quel potere d'incantamento, per cui l'innamorato vede il Liocorno e la Sirena?"
"Niente. Una donna come cento altre, che perde la testa quando il marito scopre il tradimento, o l'amante, stanco, la lascia, protestando che  un gentiluomo e non pu pi esporla al pericolo e alla vergogna, di cui non teneva conto quando l'amava. L'anno dopo, infatti, il Ricci prese moglie."
Cuordileone sentiva la malinconia diventare pi fonda. Dopo tutto, quell'uomo era un compagno di sogni; uno che s'era inventata una sua vita amorosa, fuori dalla reale, per viverla piena.  vero che, trascorso il segno, la fantasia senza freno, dopo essersi nutrita di s, gli aveva roso il cervello. Ma Cuordileone, per la prima volta, si trovava scopertamente di fronte alla rovina causata da una virt, sempre ritenuta creatrice e liberatrice; e provava un po' di rimpianto, quasi un'umiliazione. Sent che doveva difendere ad ogni costo il Bensa, per difendere se stesso.
"No," disse riscotendosi.
"Che cosa, no," domand il dottore.
"No. Quel che il Bensa ha raccontato  vero."
"Sapevi i fatti? Conoscevi lei?"
"Come se l'avessi conosciuta. Una povera donna, non cattiva, che ingannando  stata ingannata, e soffrendo ha fatto soffrire. Ce ne sono molte di queste donne, nemmeno proprio belle; d'abitudini comuni, di discorso poco pi che comune, con le astuzie cucite a filo bianco d'una passione tormentosa e tormentatrice; eppure uniche per chi le ama. Povera signora Amina, con quel candore del viso, quella dolcezza della voce, quella tenerezza dello sguardo menzogneri; e, insieme, con la sua vera malinconia, cos pronta a diventare disperazione, che le toglieva un po' del suo peccato e un po' della sua scialbezza. Chi dice di lei la dolorosa verit  un profanatore. Il bene che la disgraziata ha fatto al Bensa  incalcolabile. Vi pare che il nostro amico soffra? Che sia infelice? Domandategli se vorrebbe cambiare quelle sue immaginarie avventure, quegli ardimenti, quelle delusioni, quelle vittorie, quelle sconfitte pi care delle vittorie; vivere senz'ansie, senza ricordi, senza fatiche; e sentirete la sua risposta. Egli possiede un tesoro, che n voi n io immaginiamo. O primo sorriso non sperato, passeggiate lunari in riva al lago, colloqui nella quieta casa ospitale, parole cos soavi che le ginocchia si piegherebbero, se l'et e i costumi mutati non vietassero. Non sono veri? Dovrebbero essere. Per conto mio, credo al Liocorno e alla Sirena."
"Pazzerelli ce n' di molte specie," disse il dottore, posando affettuosamente la mano sulla spalla di Cuordileone, "e non tutti sono all'ospedale."

 CAPITOLO 20.
Sulla lunga dorsale della collina, Alliano stava fra i villaggi della regione astigiana come un bastimento tra una flotta che veleggi; e il tempo gli fluiva intorno.
L'estate era finita, cominciava l'ottobre. I giorni, stanchi d'esser troppo lunghi, si raggomitolavano, e le notti si stendevano a loro bell'agio. Ma la luce non moriva con un lungo placido crepuscolo; quasi improvvisamente, scomparso il sole, l'oscurit, balzando da un colle all'altro, a gran passi s'avviava alle Alpi. In un momento il cielo e la terra restavano vuoti e muti. Da un pezzo erano partite le rondini e i rondoni delle gazzarre serali; gli altri uccelli, fra i tetti o sui rami nudi, tentato a malincuore un breve canto, tacevano. Non appena accesi i lumi delle case, le porte e le finestre si chiudevano, e sulle aie vagavano soltanto il cane alla catena e i gatti magri. Una indefinibile stanchezza emanava dalle cose.
Molte notti quietamente pioveva. I buoi nelle stalle avevano presentito la pioggia, volgendo il largo muso dalla parte di Montechiaro; ruminavano e guardavano, come se udissero l'acqua arrivare di lontano, con la cautela e l'astuzia d'un esercito che predispone un agguato. La pioggia scendeva piana e lieve la notte intera, scivolava sulle vecchie tegole e, gorgogliando nelle grondaie e nei tubi intasati, riempiva i pozzi; ogni cosa diventava viscida, saponacea, molliccia; le case, le strade, le aie s'impastavano insieme, sopra e sotto tutto era fango. All'alba, quasi sempre smetteva, e dalla campagna germinava la nebbia. I contadini, che avevano gi indossato i giubboni dell'inverno e calzato gli zoccoli guarniti di fieno, ci sparivano dentro; rapidamente, il rumore dei loro passi s'affievoliva, e le voci e le tossi dopo un poco parevano uscire dalla bambagia.
Altre volte erano giornate di gran vento. Di dove venisse non si capiva; cielo senza una nuvola, aria immobile, e improvvisamente giungeva, urlando e fischiando. Radeva le colline e mulinava nelle valli: gli alberi si curvavano, le case rabbrividivano, l'ultima polvere rotolava sulle strade. Gli uomini e le bestie affrettavano il passo, in cerca d'un rifugio; di colle in colle echeggiavano le voci delle donne a radunare i piccini e le galline, o sollecitare il ritorno dei mariti o dei padri dai campi. Intanto il vento spargeva tutt'intorno il freddo e la tristezza; era violento e traditore; a momenti fingeva di non aver pi fiato, poi scoppiava in un urlo feroce; ogni cosa tremando si lagnava. Quando, improvvisamente com'era venuto, fuggiva, sotto il cielo ancor pi vasto e netto di prima, la campagna era coperta di foglie gialle.
Finita l'estate, trascorsa parte dell'autunno, Cuordileone s'andava sempre pi abituando al paese. Da principio aveva temuto di non potere dimenticare il tempo e gli amici di Milano, ora li ricordava pi con malinconia che con rimpianto. La profonda anima paesana dei suoi vecchi, che avevano vissuto tanti mesi dell'anno in campagna, riaffiorava in lui. Costretto a starsene fra i contadini, se non riusciva a diventare uno d'essi, li comprendeva meglio; ed il loro modo di sentire, di discorrere, d'operare, dopo averlo incuriosito, l'appassionava. Oramai, del resto, la loro storia era, almeno di fuori, la sua: alcune condizioni e alcuni bisogni comuni con quella gente lo obbligavano ad usi e costumi comuni. La sua fantasia l'incitava ad osservare quel che gli succedeva intorno, la sua ragione ad adattarvisi; ogni giorno meglio egli diventava il testimonio, a volte il regolatore, della vita d'Alliano.
Le stagioni determinavano propositi e fatti dei contadini. Sparpagliati a primavera e in estate tra i campi e le vigne, il pacato autunno li raccoglieva nel paese. L'Avemaria della mattina suonava alle cinque e mezzo, ancora a buio; Aventino, il sagrestano, non avendo pi da mietere o da falciare, era spesso in ritardo, e si sbrigava in fretta, per tornarsene a dormire. Le ragazze e le spose giovani, rimaste un pezzo a veglia, avrebbero desiderato di godere ancora un poco il letto; ma le mamme e le nonne le spronavano. Sempre, alle sette, le donne s'erano alzate, messo il velo nero e, con il libro delle preghiere, avviate alla chiesa a sentir messa; quel che era stato doveva continuare; gli uomini, intanto, ripulite le stalle, riempivano le greppie di fieno e di paglia freschi. In piazza, dall'ufficio di posta trapelava una lucettina fioca, e uscivano i colpi sordi e rapidi della timbratura; alle sei e tre quarti l'uscio si socchiudeva, alle sette precise la Lombarda, strascicando nella guazza gli zoccoli, partiva. Qualche bottega gi aperta scavava un'oscurit pi fonda nel crepuscolo freddo; i due calzolai e la calzolaia cominciavano a litigare. Poi, la giornata continuava con le abitudini esteriori dell'estate; soltanto, spostate nel tempo.
Le nove invece delle otto; e da Asti giungeva sulla piazza l'ortolano col suo carretto della verdura, chiamando le donne alla spesa. Le dieci invece delle nove; ed ecco il podest Ponzio avviarsi all'ufficio, ascoltando benevolmente i postulanti e rispondendo di s a tutte le richieste, salvo pi tardi a fare come gli paresse. Le undici invece delle dieci, e il vecchio Collino, pi cencioso e sudicio che mai, appoggiando la zappa sempre pi bassa sul filo della schiena, si trascinava alla vigna; dove c'era ancora un po' di polvere rimaneva la sua traccia lumacosa. Alla stess'ora dalla casa del maestro usciva Barbara, con un'aria affaccendata e segreta; una Barbara, per, diversa dall'antica, meno selvatica, meno dura. Da quando aveva veduto Susetta, Jole le pareva risuscitata; e nell'affetto delle due bambine l'animo s'era ammollito. Prestava ancora ad usura, ma per accrescere il gruzzolo dell'ospedale; e, ogni giorno rifaceva, col maestro, divenuto suo collaboratore, i conti e i disegni dell'edificio sognato. Non appena uscita, s'udiva ricominciare il lamento stridulo e sommesso dell'harmonium, e il maestro Parino correggere pazientemente: "re, re, mi, mi;" segno che il suonatore di clarinetto era l dentro a prendere lezione. Alle undici e mezzo, per, le donne, che nell'estate sciamavano alle ultime provviste, non invadevano cos numerose e con tanta fretta le botteghe.
D'autunno, i contadini mangiavano meno che durante le grandi fatiche. La polenta, con un po' di formaggio piccante, o un'insalata tutt'aceto alle nove, una grossa merenda di pane e vino alle quattordici, e, a notte, sempre la stessa minestra di tagliatelle e di fagioli, compatta e appiccicosa. Sedevano in silenzio, masticando lentamente; non appena finito scendevano nelle cantine, dove le vecchie botti e le nuove tinozze di cemento cominciavano a bollire. Quell'anno la vendemmia era stata buona ma non lieta, a causa dell'assenza dei giovani; e il lavoro nelle cantine aveva un po' di quello sotterraneo e senza gioia delle formiche. Ma tutto ad Alliano, nell'ottobre, rammentava il formicaio. Nei crepuscoli nebbiosi e ventosi, gli uomini, se non erano all'aratro o alla zappa, rimanevano in casa o nella stalla, ad accomodare i mobili e gli arnesi da lavoro; ogni famiglia custodiva gli strumenti essenziali del falegname o del fabbro, e i figli, dopo i padri, li adoperavano industriosamente. Il battito dei martelli e lo stridio delle seghe indugiavano nelle aie e nei cortili, mentre le donne rattoppavano la biancheria e i vestiti nelle cucine, al magro focherello; i discorsi erano radi e pigri, i canti monotoni, le ore faticose.
L'orologio della chiesa teneva in tutti il posto del cervello. Dopo il lavoro della giornata, ai suoi rintocchi, le donne d'ogni corte, con il lavoro in mano, s'adunavano nelle stalle, dove il tepore pesante delle bestie cominciava a far piacere. Le spose e le vecchie si raccoglievano in un crocchio, le giovani in un altro; di tanto in tanto l'uscio s'apriva cigolando, e un vicino s'aggiungeva alla veglia. Anche gli uomini formavano due crocchi; gli anziani e i vecchi, a parlare della guerra e del tempo, i giovani accanto alle ragazze, a raccontare avventure e storie, che alludevano quasi sempre a sentimenti e desideri, non saputi o voluti manifestare. Non brillava una vivida immaginazione in quei discorsi, perch la fantasia degli Allianesi  torpida; qualche volta un accenno ad una lepre indiavolata, o a fantasmi vaganti attorno al cimitero doveva avere un senso nascosto, perch i giovanotti si guardavano sottocchio ridendo e le ragazze arrossivano. Altre volte, improvvisamente, nessuno aveva pi nulla da dire. Allora, una ragazza, a voce bassa cominciava un canto, qualche altra rispondeva, poi anche i giovani seguivano; pian piano la canzone s'avviava, lenta, per, stanca; faceva il giro della stanza, e cascava. Ma a quella melodia le ragazze, con un'ansia dolce e una felicit dolorosa, affinavano il viso e gli occhi; commosse dal suono della propria voce si ascoltavano, industriandosi di prolungare il godimento; e i giovani sentivano di amarle, perch erano diverse da quelle di tutti i giorni. Anche le vecchie, i vecchi e gli uomini fatti, che da principio avevano finto d'annoiarsi, rivivevano i loro begli anni, e involontariamente movevano a tempo la testa, socchiudendo la bocca sdentata; di tanto in tanto univano qualche parola risorta dalla memoria a quelle dei giovani. Se poi c'era fra i veglianti un suonatore di fisarmonica, dopo molti inviti s'accomodava bene a sedere, infilava sulle spalle la correggia e, le gambe accavallate, lo strumento al petto come se volesse abbracciarlo, alzava gli occhi al soffitto, facendo correre le dita sulle due tastiere con arpeggi improvvisati; tutti sussurravano: " molto bravo." Ancora, usciti all'aperto, il suonatore continuava; la notte era diventata fonda, il paese pareva vuoto, a qualche stella pi brillante delle altre si fissavano tutti gli occhi; la fisarmonica, allontanandosi, lasciava dietro di s una striscia di canto, sulla quale camminavano per un momento i contadini.
Novit poche, e Cuordileone le veniva a conoscere tutte nella passeggiata della mattina. Quel Giuseppe Mussa dei processi per la scala di cantina, una sera, zappando, s'era sentito sfuggire di mano la zappa. Stupito, ma tranquillo, aveva cercato di riprenderla: impossibile; le dita della mano destra non si piegavano pi. Se n'era tornato a casa senza dir niente a nessuno, tenendo la zappa con la sinistra, e per otto o dieci giorni, diffidente, umiliato, ma certo della guarigione, aveva atteso; invece era venuto un nuovo colpo a inchiodarlo in un letto. "Questo  il castigo di Dio" disse il suo nemico Michele Gallia alla moglie, rosso di consolazione; "sconta il male che ci ha fatto;" e la vecchia, che credeva in un Dio vendicatore suo e dei suoi, si segn annuendo; gi quel Dio aveva punito un altro, che aveva tanto rubato al suo povero padre. Rinsecchiti, tossicolosi, ora il marito e la moglie, sicuri della giustizia divina, architettavano nelle lunghe notti il modo di rovinare con la giustizia terrena una volta per tutte l'avversario impotente.
Gran clientela a Lucia settimina, per causa d'una profezia diffusa in quei giorni ad Alliano. Un monaco d'un convento tedesco, morto da duecentocinquant'anni, aveva predetto uno spaventevole flagello per un tempo, che suppergi corrispondeva al presente. "Sette regni combatteranno contro un'aquila con una testa e un altro uccello bicipite: seguir la morte d'innumerevoli genti. Carri d'acciaio senza cavalli stritoleranno sotto le ruote i raccolti e le messi; da mostri volanti, che vomitano fiamme e fosforo, saranno annientati citt e villaggi. In bare d'acciaio nel fondo dei mari trascorrer la giovinezza di molti; il pane contato si distribuir a briciole, i muri delle case si tingeranno di sangue. Tre anni e cinque mesi di distruzione e morte; giorni in cui pi nessuno potr vendere o comprare; sino a che, finalmente, il melograno fiorir per la terza volta. Il Natale seguente alla fioritura, sar ancora pace in terra." Un giornale aveva stampato, scherzando, queste righe; ma la sete del mistero e la speranza di tempi sereni avevano lavorato nei contadini. A coloro che, fra la curiosit e il timore venivano a chiedere se l'oroscopo ci fosse, e quanto credibile, Lucia indicava la pagina del giornale, imbullettata sul muro; e Cuordileone, aveva notato che la rassegnazione, difficilmente ispirata con lunghi e savi ragionamenti, s'acconciava facilmente alle parole oscure e meravigliose, ma messe in carta.
Il Rissone preparava le poche suppellettili e i vecchi arnesi per andarsene da Alliano il giorno di San Martino. Ostinato, nonostante gli obblighi, a non dar pi un colpo di zappa nelle terre di Villalta, s'affannava a guadagnar denaro per s e per le figliuole, nei mille modi superfluamente ingegnosi del contadino, che riscopre e rif in embrione le grandi macchine gi inventate. Aveva costruito una sgranatrice di granturco e una scardatrice di canapa rudimentali, e, per un po' di danaro, le andava trascinando lui stesso nelle aie e nei cortili. Con il gran corpo possente e stanco, il viso tutto naso e denti, il lungo e lento passo sonoro, camminava presso la macchina, che al suo confronto sembrava un giocattolo; e, dappertutto, raccontava le vicende della fame sofferta al servizio della contessa, e della paga negata, soggiungeva adesso, per colpa del marchese di Villalta. Il suo maggior nemico era per divenuto il Pinzone, che l'aveva intrappolato. Perduta infatti ogni speranza nel marchese e tolto questo dal numero dei vivi, il Pinzone, lasciando intravedere al Rissone un'alleanza contro la padrona, s'era valso del contadino per scoprire le amicizie della contessa e sfruttarle; poi, assicuratosi dell'intimit di questa con la ricca e potente signora Gonzllai, aveva messo da parte il povero diavolo, per ingraziarsi la contessa. Il modo di persuadere quest'ultima somigliava come un uovo all'altro adoperato col marchese: parecchie lettere anonime piene d'offese, da una parte, e dall'altra, il Pinzone con gli occhi fuor dell'orbita e il respiro nella strozza, che si buttava in ginocchio, invocando aiuto e giustizia. Al Rissone la doppiezza del Pinzone aveva dato nausea, e, incontrandolo, voltava la testa; l'altro, se nessuno udiva, gli diceva sottovoce: "diventa furbo."
Cos passava le sue mattinate Cuordileone, che a mezzogiorno giungeva alle case dei borghesi d'Alliano. Erano accuratamente chiuse; non pi ne usciva l'interrogazione della signora Marina: "dov' il signor Bertone?" oppure; "dov' il capitano? avete visto il capitano?" n il richiamo della vigile signora Giorgina alle serve indolenti. La guerra aveva avvicinato i ricchi e i poveri; esposti i figli agli stessi pericoli, i padri incontrandosi, si salutavano con un affetto e si chiedevano notizie degli assenti con un calore, che fino ad allora non avevano mai sentito, o almeno dimostrato. Ma, con l'innata tendenza di pensare e di sentire doppio, bene e male, bello e brutto, i borghesi si crucciavano molto pi dei contadini. I fratelli Chirone, per esempio (e un po' anche il colonnello Bertone) erano orgogliosi dell'audacia del loro Livio, sempre allo sbaraglio, e sempre, se Dio vuole, vittorioso; cos bisognava essere; ma nello stesso tempo pensavano che un briciolo di prudenza non avrebbe nociuto. "Misura," borbottava il padre, "non bisogna mai oltrepassare la misura." Per star pi accanto al giovane, senza la taccia di pusillanimit, per respirare un'aria simile all'aria che egli respirava, s'erano tutti rimessi allo studio della marcia d'Annibale in Italia, e particolarmente della battaglia fra i Romani e i Cartaginesi al Ticino. Sedevano dunque intorno alla grande tavola nel mezzo della stanza il dottore, il notaio, e, separato, anche per avvertire che egli era il consigliere, e se occorreva il maestro, il colonnello; spesso la signora Giorgina, e qualche volta la signora Marina, accanto a loro, lavoravano a maglia per i soldati. In quel calduccio, in quella prosperit, in quella pace, scendevano dalle Alpi i soldati punici, con gli elefanti che precipitavano barrendo nei crepacci, e, contro l'invasore, la cavalleria romana galoppava dal Po verso i monti, per fermarlo e romperlo. Le schiere si scontravano a Golasecca, nella brughiera di Somma Lombardo, e questa era la grande scoperta del dottor Chirone. Dove nessuno degli illustri storici, o professori d'universit, aveva mai saputo, che fosse avvenuta la battaglia, Luigi Chirone, medico, che s'era fatto storico da s, l'aveva finalmente rivelata. Ma Annibale e Scipione, i Punici e i Romani, le marce e le contromarce antiche avevano tutti preso un bizzarro aspetto, che rammentava la guerra, i generali e i soldati d'Italia, con Livio alla testa. Il quale volava cos nella stanza, simile ad una di quelle Fortune o di quelle Fame, che i pittori dipingono, con una tromba o una fiaccola in mano, appunto sugli eserciti vittoriosi.
Con Livio volava anche Alessandro Longhi. I due non soltanto s'erano ritrovati ad Augusta, ma erano stati addetti alla stessa squadriglia; dopo qualche giorno, allo stesso aeroplano da bombardamento; ed Alessandro era entrato a far parte della famiglia Chirone, che gli voleva bene perch ne voleva moltissimo a Livio. Cuordileone, raccolte dagli amici le notizie del ragioniere, le portava a Villalta, ritrasmettendo dal castello al paese quelle udite da Susetta, che, secondo la promessa fatta al padre la sera della partenza, andava ogni pomeriggio a trovare; cos a sua volta, univa i castellani ai borghesi. Col notaio, il pi disposto dei due fratelli ad apprezzare un'arguzia, Cuordileone si paragonava ad uno di quei sifoncini, che fanno comunicare i liquidi nei vasi; il notaio assentiva, mentre il dottore tracciava nella polvere i vasi ed i sifoncini.
Sempre, nel passar sotto la casa del Bensa, Cuordileone risentiva la lieve mortificazione del giorno in cui aveva conosciuto il giovane; gli sembrava che qualcuno l'ammonisse: "quel signore  pi matto di te, ma della tua stessa specie." Involontariamente chinava la testa, accelerando il passo; poi il pensiero tornava a Susetta, che dava qualche preoccupazione, non solamente a lui, ma alla Sammartino e alla Gonzllai.
La Sammartino aveva ritardato il viaggio di Torino, sia per l'ansioso desiderio con cui la bambina la ricercava, sia per un sentimento che, senza esser nuovo, si manifestava in lei con nuovo vigore, suscitando insieme piacere e confusione. Non era amore per il marchese; Augusta sapeva, con tante vicende dietro di s e i capelli bianchi, d'esser vecchia; ma una calma contentezza di trovarsi, di discorrere, di tacere col compagno della giovinezza. Le sembrava che i suoi primi anni si congiungessero con gli ultimi, e scomparissero le disgrazie, i dolori, la decadenza da cui le due et erano state separate. Certo, un poco scompariva anche Roberto, e la signora provava rimorso dell'abbandono; ma, quel grande amore era stato tutto spirituale, e ci vuole anche l'amore del corpo, il possesso pieno, perch una persona resti in noi, sola e per sempre. Quel rifiorire non d'una passione, ma d'un affetto, non era sfuggito a Cuordileone, nel quale invece il ricordo di Cecilia, per la compiutezza del vincolo, era rimasto incancellabile. Sentiva una certa sodisfazione nel riconoscersi pi fedele d'Augusta; si diceva, appuntando i baffetti: "non temere, Cecilia, non ti tradir;" dopo tutto, per, era lusingato di quel ritorno sentimentale. Sicch da qualche tempo traspariva nei colloqui dei due vecchi amici qualche cosa di candido e d'imbarazzato che, un poco, somigliava al primo pudore della giovinezza, e che faceva arrossire l'una e l'altro, ma con indulgenza; quel bene silenzioso, e liberato da ogni peso della carne, li inteneriva senza offenderli. Augusta, che prima non si allontanava mai dal castello, adesso era in citt ogni momento, a comprare colletti, cravatte o fazzoletti per Cuordileone; e correva di bottega in bottega, instancabile e incontentabile, purch scovasse ninnoli e regalucci, che il vecchio amico commosso pomposamente lodava. Da s, per, avrebbe scelto diversamente.
Ma il personaggio principale del castello era Susetta. Sembrava che su lei, presente e assente, si fosse addensata ogni luce, come in teatro sull'attrice maggiore. Per di pi, in quella stagione fredda e brumosa, la piccina pareva meglio a posto che non nella calda; il biondo dei capelli e della carne, l'esilit del corpo e il trasalire, quasi il tremare ad ogni nuova commozione; quel non so che di lieve, di effimero, che animava la sua bellezza, conveniva al tempo malinconico e volubile. Chi la vedeva, l'immaginava venuta da luoghi lontani, una volta familiari ma adesso dimenticati, dove le bambine crescevano sottili, aggraziate e silenziose. Era spesso sola, bench volesse molto bene alla contessa e alla signora Teresa; e un profondo mutamento era avvenuto in lei.
Quel suo intimo mondo meraviglioso, per la lontananza del padre e l'affanno della solitudine era fiorito con incontenibile rigoglio. Susetta aveva sorrisi improvvisi, carezze interrotte, principii di confidenze seguiti da sbiti silenzi, che facevano trasalire chi le stava vicino. Bastava un nonnulla a rapirla; e il primo incantamento ne suscitava mille. All'apparire del pallido sole, sui sentieri che si perdevano nel parco, sbucavano dalla terra le formiche, affannate a far le ultime provviste, prima di chiudere il formicaio; uno splendido palazzo sotterraneo si scavava per Susetta; chi sa dove finiva, che fresco, che intimit, che pace. Le bestioline affaccendate, annusata la porta, scendevano i lunghi corridoi, posavano il granello o la foglietta nei magazzini; le mamme le incitavano: "presto, presto, correte a prendere tutto quel che c', tra poco geler;" e le figliuole riscappavano fuori a far raccolta. Non di rado due amiche, che non s'erano vedute da qualche tempo, si ritrovavano: "buongiorno, buongiorno;" le testoline s'accostavano, e nel palparsi delle branchiette i corpicini sussultavano; sembrava proprio, con tutte quelle contorsioni, che si salutassero abbracciandosi, poi rammentavano che bisognava lavorare, e, senza cerimonie, addio, addio, l'una di qui, l'altra di l, tra le foglie secche. Anche Susetta, ricordava bene, quando il padre era ad Asti, correva al mercato con la zia a comperare; "buongiorno, madama; buongiorno, Susetta," e leste, altrimenti restavano sui banchi dei venditori soltanto gli scarti. Ai piedi degli alberi, specialmente dopo una pioggia, quanti funghi, d'ogni specie e d'ogni colore: col gambo lungo e con la testa grossa, tondi con un collaretto bianco, spugnosi e verrucosi, gialli, rossi, grigi, scuri; alcuni soli, altri a gruppi, e parevano gli ombrelli aperti d'una folla allegra, che si riunisce in piazza, mentre piove a dirotto. Accanto a loro, senza degnarli d'uno sguardo, passava un bruco con il giubbetto di velluto azzurro, restringendosi e allargandosi a fisarmonica, tutto bagnato; Susetta s'impietosiva. Gli diceva: "fermati, poverino, riparati; aspetta che il sole asciughi la strada;" ma la bestia continuava a gonfiarsi faticosamente, finch non spariva ad un angolo di sentiero; le lumache egoiste, sempre al coperto col freddo e col caldo, tiravan fuori un cornino, per tenerla distante. Al tempo delle cicale, la piccina aveva confidato a Cuordileone, che sugli alberi ci dovevano essere cinquantamila fabbri piccoli, grassi, storti, con le faccette nere e gli occhietti bianchi, ognuno con una lima in mano, che da mattina a sera, cri cri, limavano cinquantamila sbarrette di ferro: cinquantamila rappresentava per lei un numero enorme. Adesso quei fabbri avevano chiuso bottega; s'erano nascosti chi sa dove, da tanto erano brutti; il loro posto l'avevano preso i grilli.
Per ore ed ore, cos, seduta presso la Sammartino o la Gonzllai, Susetta guardava intorno a s, e poi in alto, assorta. Nel cielo le nuvole s'incalzavano sopravanzandosi con le forme pi strane, che, senza rappresentare nulla di preciso, ammaliavano la bambina. Qualche volta, invece, un cavallo con la criniera spiegata e gli occhi di fiamma galoppava nello spazio, o un'aquila apriva le ali sui monti; e il sole li frangiava d'oro. La scoperta riempiva Susetta di stupore e di gioia; erano tronche esclamazioni, domande ansiose, riconoscimenti meravigliati, che coronavano commozioni e ragionamenti intimi. Le due donne l'osservavano turbate; capivano che, vicina col corpo, Susetta camminava in un mondo creato da lei; e ricordando gli anni lontani, in cui vivevano anch'esse con i loro sogni, amavano sempre pi la creatura alle soglie della vita, affidata alla loro custodia.
Raramente la bambina parlava del padre; e il silenzio era singolare, in un essere tanto affettuoso. Quando dalla Sicilia giungeva una lettera, indirizzata alla signorina Susetta Longhi, la piccina fissava la scrittura della busta, come se sopra le parole vedesse le care mani e il caro viso; poi, ma piano e quasi a malincuore, leggeva il foglio alle amiche, tenendolo stretto fra le ditine, per riporlo subito con gli altri del canterano. Fatta donna dalla pi dolente passione, dalla gelosia, sembrava che nell'amore del padre non volesse partecipe nessuno. Avevano camminato tant'anni loro due soli, tenendosi per mano e confidandosi ogni segreto, nulla doveva cambiare; gli abitanti di quel grande castello erano estranei. Voleva bene alla Sammartino e alla Gonzllai, molto a Cuordileone che l'aveva capita, meno, per un resto di diffidenza, a Gloria, che pure le dimostrava gentilezza; ma il suo cuore era tra la gentuccia e nella casetta d'Asti, dove anelava di tornare. Quello le pareva il paradiso; soli, Alessandro e lei, col ricordo di Luisella morta; e l'affetto per il padre diventava ogni giorno pi stranamente materno. Alle tredici, s'univa al crocchio che ascoltava il bollettino della radio; e fino a quando l'annunciatore non aveva smesso, restava immobile, intenta. Non sapeva precisamente dove il padre fosse: all'estremit della Sicilia, ma non aveva idea della Sicilia; presso un gran mare, ma non aveva mai veduto quel mare; sicch col suo aeroplano l'assente volava di continuo per lei in un cielo e sopra un oceano fantastici. Se l'annunciatore informava che l'isola di Malta era stata bombardata dai nostri, o che gli Inglesi erano giunti su una delle citt costiere siciliane, Susetta sentiva che suo padre era in pericolo. Ma non una domanda per ottenere una spiegazione, non una parola per alleviare la sua pena; ascoltati avidamente i discorsi degli altri, li confrontava senza parere, deduceva le sue speranze o i suoi timori; in silenzio, per, quasi ostentando indifferenza. Quella continua costrizione, quel solitario affanno la minavano; Susetta intristiva, bench i segni del deperimento fossero ancora lievi.
Una persona al castello, oltre il marchese, aveva indovinato la passione della bambina, e forse pi acutamente di quello: il signor Gonzllai. Ma, primordiale nell'animo, era adatto a risentire gli affetti e i dolori elementari della piccina, e un selvaggio senso di giustizia l'ispirava. Rimasto in fondo barbaro, il signor Gonzllai, che faceva passare la propria volont sulle altrui come un vento passa sul bosco, provava un'immensa piet per gli esseri deboli. Schiantava chi gli si opponeva; ma risparmiando e soccorrendo i miseri. La stessa indulgenza di cui Gloria godeva, adesso la riportava sopra Susetta; gli pareva grande ingiustizia che quell'innocente dovesse soffrire, perch era delicata e gentile. Nei giorni di riposo al castello la chiamava nel suo studio, le metteva innanzi senza parlare bellissimi regali, e specialmente libri di figure comperati apposta per lei, poi cominciava a scrivere. Ore ed ore rimaneva cos senza aprir bocca; non avrebbe saputo che cosa dirle; di tanto in tanto le gettava una lunga occhiata, come a scrutare le cause e la ragione di quella fragilit. Diceva allora Susetta:
"Signor Gonzllai."
E il gigante rispondeva:
"S."
Dopo un poco, levatosi per sgranchir le gambe, s'accostava alla piccina, accarezzandole i capelli; Susetta gli porgeva la piccola mano, che scompariva nella gran mano di lui.
"S," ripeteva il signor Gonzllai; e i due s'erano detto tutto. Anche il signor Gonzllai non poteva soffrire Titn. Lo sopportava per amore di Gloria; ma la bestia era troppo forte e prepotente, e forte e prepotente il signor Gonzllai voleva esser soltanto lui.
Senz'altre vicende e senz'altre passioni che queste, anche il mese d'ottobre pass per gli abitanti di Alliano Villalta. Il penultimo giorno d'ottobre giunse a Cuordileone una di quelle buste gialle, che da innumerevoli anni l'amministrazione dell'esercito adopera per dare ordini e far sapere notizie. Alessandro, partendo, aveva indicato nel marchese di Villalta l'amico da avvisare nel caso che una disgrazia gli fosse accaduta; e la lettera, infatti, annunciava che, in una incursione notturna su Malta, l'aeroplano da bombardamento pilotato dai tenenti Alessandro Longhi e Livio Chirone era precipitato in fiamme nel mare di Sicilia.

 CAPITOLO 21.
Col suo leggero bagaglio d'affetti e di ricordi, Alessandro Longhi era morto bravamente. Luisella, Susetta, la casa d'Asti, i bizzarri disegni d'affari, le corse per guadagnare il pane, su cui s'era venuta a mettere inaspettatamente la prosperit quasi felice del castello di Villalta; quella sorte mediocre, della quale egli era consapevole, gli avevano formato l'animo grande. Cuordileone, andando al castello a portare la notizia e a preparare Susetta, riudiva il giovane riconoscere spontaneamente l'arida sua fantasia. Ma in Africa, nella Spagna, sul mare di Sicilia, nei luoghi pi lontani e diversi, aveva compiuto le imprese che non sapeva n immaginare n descrivere; e Cuordileone presentiva che da allora avrebbe ammirato la generosa storia di quell'uomo, che non s'era mai accorto d'averne una. Con Alessandro stava Livio Chirone, il bel ragazzo cupido di vivere e ancor curioso di tutto, che tornava dalla citt ridendo e gridando: "ho ribaltato, ma io non mi faccio mai male." I bambinetti sbracati, con le allegre figliuole uscite sulle porte a fingere di guardar l'ora al campanile, se l'indicavano; dietro, il padre, lo zio, il padrino apparivano, tronfi di portare in giro quell'ottava meraviglia. Da quegli uomini e da quelle cose senza splendore, ma radicate nel profondo, era divampata nei due compagni la passione della patria, per la quale, balzati una sera nella carlinga, avevano offerto se stessi.
All'entrata del parco Cuordileone incontr il signor Gonzllai.
"Povera Susetta," disse questi, dopo avere ascoltato la disgrazia. "Ma cos doveva succedere." E siccome l'altro accennava all'audacia d'Alessandro, ribatt:
"No. Le disgrazie colpiscono i deboli. Pagano per tutti, sempre, in un modo o nell'altro, quelli che non sanno difendersi.  il loro destino. Domander a Teresa di tenere Susetta; sono certo che acconsentir. Teresa ha bisogno d'un sorriso di bambina; ha tanto faticato e penato, sar il suo riposo."
Non accett le lodi del marchese.
"Perch mi dite che sono buono? Non mi fate un elogio. Sono uno che non pu soffrire le prepotenze e le vilt della sorte. Ma non ho nessuna generosit. Al mio paese, le donne pi povere, le miserabili, quelle che con la neve se ne stanno dinanzi al focolare spento, ravvolte nella coperta stracciata del letto, al tempo della mietitura seguono i falciatori, e raccolgono le spighe cadute, o dimenticate. Susetta me le rammenta. Avete notato che non ride, n canta mai? A dieci anni la seriet spaventa. Quella piccina, dietro ai felici e ai fortunati, spigoler sempre dolore. Non voglio."
Stette un momento silenzioso, poi aggiunse:
"E non lei sola spigola dolore."
Ad ogni discorso di Susetta il signor Gonzllai sembrava un gigante che, preso in braccio il figliuolino, con la sua voce di tuono cantasse la ninna nanna. Quel giorno per doveva soggiacere ad un intimo travaglio, tradito dall'irrequietezza dello sguardo, e da quel tremolio della pelle, che svela insieme la concitazione dei muscoli e il freno della volont. Quasi si risolvesse improvvisamente, cercando le parole, costringendole a uscire, disse al marchese che gli uomini di una certa et, come loro due, stretti da stima, e senza affari comuni dai quali potessero pi tardi essere separati, o messi di fronte, si dovevano fiducia e aiuto. Gloria preparava da due giorni a Milano una stagione di ballo, che avrebbe dovuto essere memorabile. Un'altra delle sue imprudenze. Non stava bene, aveva la febbre; il castello, durante la permanenza di alcuni signori, musicisti, ballerini, coreografi, venuti a prenderla, era sembrato un manicomio. Ma nulla aveva trattenuto la giovane donna, nemmeno la madre. A un certo punto, il Gonzllai s'interruppe e si rabbuff; aveva visto passare sul viso di Cuordileone l'ombra d'una domanda importuna. Non accettava rimproveri.
"Io sono qui, ve l'ho gi detto," afferm rudemente, "per dar ragione a mia figlia, non per farla piangere. C' un proverbio del mio paese: "con i tuoi, a ragione o a torto."  un proverbio santo; specie quando uno, come me, ha gran parte del torto."
"Credete in Dio?" gli domand semplicemente Cuordileone, con un desiderio improvviso di conoscere meglio quell'uomo singolare.
"Gli uomini soffrono troppo, e le ingiustizie sono troppo evidenti," rispose altrettanto semplicemente l'altro, e l'argomento fu messo da parte: cos due bastimenti s'accostano in alto mare per domandarsi il nome, poi ognuno riprende la sua rotta. Il Gonzllai raccont come Federico, il marito di Gloria, nel prossimo novembre sarebbe sbarcato a Napoli; voleva arruolarsi. Quella era l'occasione di rappaciare i due sposi; se no quei ragazzi, amandosi, si sarebbero tormentati; da giovani, certe volte,  un godimento rimandare la felicit. Non aveva confidato i disegni e le speranze a Teresa, per evitarle l'angoscia delle alternative; n a Gloria: chi l'avrebbe pi tenuta? Se per sua figlia s'ingolfava nell'impresa di Milano, ispirando al marito il dubbio d'essere sempre la stessa, forse lo perdeva. Consentiva il marchese ad aiutarlo, accompagnando Gloria a Napoli, tra una ventina di giorni? La giovane provava rispetto e simpatia per lui; ma sopra tutto, egli non l'avrebbe mortificata, ricordandole, come sarebbe successo alla madre e al padre, i giuramenti di non cedere alle imposizioni del marito. Per puntiglio, Gloria sarebbe stata capace di sacrificare il suo amore.
"Voi sapete persuadere e consolare," concluse, e sembr rimpiangere di non riuscire a fare altrettanto.
"Davvero?" domand il marchese, volgendo la cosa in ischerzo. "Mi lusingate."
"No. Gli uomini, alla nostra et, dovrebbero tutti sapere soltanto persuadere e consolare: allora avrebbero una ragione d'essere. Comandare da giovani, confortare da vecchi; sarebbero felici, e farebbero dei felici. Osservate invece coloro che, stanchi di comandare, non sanno confortare. Perch vivono? Sembrano i padroni, attorniati da una corte. Invece sono soli. Soli... come me. S, io ho Teresa, col suo aiuto e il suo affetto, i due doni dell'amore; ma nessun altro. Tutti, cominciando da Gloria, aspettano quei doni da me: e il piacere d'un amore che dona sempre c' senza dubbio, ma  amaro. Fra voi e me, il felice, colui che conta, credetemi, siete voi; voi siete ricambiato."
Nel viale vicino una specie di palla candida rotol, inseguita da una bestia informe latrante: Briciola pazza fuggiva dinanzi a Titn. Cresceva sulla strada un albero contorto, con un balzo ci fu sopra: la disperazione e il terrore l'incitarono a far fronte al nemico, che, ritto sulle gambe posteriori, le apr contro l'enorme bocca.
"Titn," comand a voce bassa il signor Gonzllai, interrompendo il rimpianto; e minaccioso, calmo, prese a camminare lentamente verso il cane; ad ogni suo passo la bestia s'appiattiva a terra, tutta scossa da un tremito. "Titn alla cuccia; Titn vattene."
La bestia mugolava e indietreggiava quasi strisciando; Briciola in quattro salti attravers il parco e s'infil in casa.
"Un giorno o l'altro Titn finir male," disse il signor Gonzllai; e si ricompose. "Ma addio; andate pure sopra, Susetta deve essere con la contessa e con mia moglie. Scusatemi se vi ho rubato tanto tempo."
Nel salone del castello Susetta scriveva il compito, mentre le due donne discorrevano; monsignor parroco di Villalta le faceva scuola. Dopo i saluti, Cuordileone, con la scusa di chiedere un chiarimento ad Augusta, condusse questa e Teresa sul balcone, e le inform della disgrazia. Una profonda piet commosse le donne, ma Cuordileone s'accorse di non poter contare su nessuna delle due per preparare Susetta: sarebbe bastato uno sguardo spaurito o dubitoso della bambina a farle scoppiare in pianto. Le preg quindi di lasciarlo solo con la piccina, che, dopo aver continuato il suo compito con l'attenzione e la diligenza abituali, alzata la testina dal foglio, fissava un poco inquieta i tre.
"Ti ha scritto pap, signor Cuordileone?" domand, e il vecchio fu preso alla sprovvista.
"No. Anzi, venivo da te a chiedere notizie. So che ti scrive ogni giorno."
"Ah, lo sai anche tu," disse con una punta d'orgoglio Susetta. "S, quando pu, mi scrive ogni giorno. Anche due parole soltanto, saluti a tutti; bastano. Sai quante lettere e cartoline mi ha gi mandato?"
"Quindici. Venti, Venticinque."
"Trenta; le ho tutte numerate.  partito da trentadue giorni; e due, o non ha avuto tempo di mandarmele, o la posta le ha perdute.  molto difficile in guerra il servizio della posta, si capisce. Io le ho messe in ordine, una sopra l'altra, e fanno una bella piletta nel canterano. Vuoi vederle, signor Cuordileone?"
"Volentieri," rispose questi, con la speranza che nella visita nascesse l'occasione di dire quel che voleva; e Susetta lo condusse alla camera del padre, vicina alla sua. Sembrava, da tanto era ben tenuta, che l'abitatore fosse uscito allora. La piccina, non appena entrati, and a chiudere la porta del corridoio, poi sedette di fronte al vecchio amico, e gli sorrise.
"Sai perch ti ho detto di venire qui?" domand strizzando gli occhietti.
"Per farmi vedere le lettere di pap."
"Certo. Ma anche per dirti una cosa che posso dire a te solo. Non credere, signor Cuordileone, che io non voglia bene alla signora Augusta e alla signora Teresa. Ma questa  una cosa particolare; una cosa fra noi due."
"Ah, imbroglioncella, e che cos'?"
"L'altra notte mi sono sognata pap," disse solennemente Susetta al marchese, che, turbato, ramment la lettera dell'Amministrazione militare; due notti prima Alessandro e Livio erano morti.
Spesso la piccina sognava la mamma, con la quale parlava; quella notte s'era appena addormentata, che aveva veduto il padre. Volava in una gran luce rossa; sotto, splendeva un'altra luce profonda, bellissima, ma verde; lontano, un rumore di tuono. Grandi uccelli dalle ali scintillanti s'inseguivano, in mezzo a loro passava il padre, che ad un tratto l'aveva chiamata: "Susetta." Lei aveva riconosciuto benissimo la voce, senza per capire di dove venisse; la voce aveva ancora chiamato, ansiosa: "Susetta, Susetta," finch la piccina non aveva guardato in su. Allora, la voce aveva detto: "Sai che sono con la mamma?" ma la mamma lei non l'aveva vista e anche il padre voltava il viso. Il tuono era scoppiato da vicino, e lei s'era svegliata.
"Signor Cuordileone..."
"Susetta."
"Mi fai un gran piacere? Tu e io vogliamo tanto bene al mio pap. Gli scriviamo che l'ho sognato? Io metter in fondo alla lettera, che tutto quello che hai scritto  vero; e lui sar contento, senza che diamo fastidio a nessuno."
"Certo," disse commosso Cuordileone, alla nuova prova di vigile gelosia; "certo scriver la lettera... Ma ascoltami. Pap  andato in un paese lontano, con Livio Chirone. Te lo ricordi Livio, il figlio del dottore?"
"S," rispose Susetta; "mi ha regalato il cane di pezza rossa."
"Vedi che non racconto bugie.  un bel paese; un paese dove pap star tranquillo con la mamma, pensando alla sua Susetta."
"Tu ci sei stato?"
"Non ancora; ma un giorno o l'altro anch'io ci andr. Soltanto, essendo lontano, la posta di laggi arriva tardi. Perci, Susetta, bisogna che tu abbia pazienza. Ma ne avrai; sei una donnina. Per un po' di tempo, pap non potr scriverti."
"Capisco," disse Susetta; "una settimana o due. Ma io aspetto."
"Una settimana o due... Gi... Forse un po' pi."
Gli occhi della piccina s'incupirono, e il corpo trasal.
"Faccio per dire, faccio per dire," corresse spaventato Cuordileone; "pu darsi che due settimane bastino. Adesso, Susetta, ti voglio raccontare una bella storia; vieni qua."
La bambina gli si mise dinanzi, e gli tese le mani; Cuordileone le prese e stringendole lievemente cominci a parlare. "C'era una volta una mamma, un padre e una figliuolina, che si volevano bene; bisognava vedere come la mamma teneva la casa: uno specchio; e la figliuolina: ben ravviata, pulita, con un vestitino rosa, che era un incanto. La gente diceva: "chi sa come fa la signora L..."" "Luisella," sugger seria Susetta. "Mettiamo Luisella," acconsent Cuordileone; "chi sa come fa la signora Luisella a trovare il tempo di preparare il caff al marito che esce non appena giorno, spazzare la casa, rifare i letti, andare al mercato, rammendare la biancheria, stirare i vestiti della piccina e i suoi, lucidare i mobili, apparecchiare il pranzo e la cena, coltivare i fiori, allevare i canarini..." "E cantare," aggiunse Susetta. "E cantare," continu Cuordileone; "perch Luisella cantava sempre, sicch sembrava che facesse il suo lavoro scherzando. Un giorno Luisella mor; fu uno strazio per i due rimasti; ma erano coraggiosi, si strinsero insieme pi di prima, e, rammentando la morta, ripresero la strada. La gente diceva: "chi sa come far il signor A..."" "Alessandro," sugger ancora Susetta. "Mettiamo Alessandro," riconsent Cuordileone; ""dunque, chi sa come far il signor Alessandro a tenere ancora tanto in ordine la casa e s; cammina giorno e notte, eppure nella stanza non c' un granello di polvere, e lui ha sempre una giacchetta senza una macchia, una bella cravatta stirata, un paio di scarpe che sembrano nuove. Deve essere la piccina..."." "Come la chiameremo la piccina," domand Cuordileone. "Non so," rispose questa volta Susetta, e la comarella strizz di nuovo gli occhietti. "Ebbene chiamiamola Susetta," disse il vecchio; "dunque, continuando, deve essere la piccina che tiene tutto a posto; somiglia proprio alla mamma; guarda, ha il suo fare, la voce ha lo stesso timbro, un giorno parranno tali e quali. Passa oggi, passa domani, il padre e la bambina arrivano ad un castello, su una collina, in un gran parco; ci trovano la signora..." "Augusta," "brava;" la "signora..." "Teresa," "bravissima;" "la signora..." "Gloria," "ma come indovini tutti questi nomi? e anche il signor Gonzllai..." "E il signor Cuordileone dove lo metti?" domand a questo punto Susetta. "Gi; il signor Cuordileone, che anche lui gira il mondo, perch l'hanno congedato dall'ufficio," dice il marchese contento, e riavvia la storia. "La gente osserva: "Come si vogliono bene quell'Alessandro e quella Susetta; sono proprio due soci; il pap  un brav'uomo, e la figlia una brava donnina." Ma un giorno Alessandro deve partire; con la sua uniforme d'aviatore e le sue medaglie se ne va in guerra. "Che bel giovine," osserva ognuno, " coraggioso; ha proprio l'aria di un guerriero." Chi l'avrebbe detto che il ragioniere Alessandro Longhi, cos alla mano, che spesso tornava dal mercato con la sporta sotto braccio e Susetta sgambettante a fianco, fosse quel bel soldato. E quella Susetta, anche lei, come  savia, come  coraggiosa. Adesso che il pap  lontano, e pu tardare a tornare; si sa com' la guerra; continua a serbargli la casa in ordine; l sul canterano il suo ritratto di fronte a quello di Luisella, nei cassettoni la biancheria, negli armadi i vestiti. Sembra proprio che da un momento all'altro debba rientrare e chiamare: "Susetta"."
"Che cos'hai," s'interruppe Cuordileone, notando che ora la piccina lo guardava con gli occhi gonfi di lagrime.
"Niente."
Ma l'affanno cresceva, il corpicino era scosso da brividi; ad un tratto Susetta scoppi in pianto convulso. Seguendo il discorso di Cuordileone, s'era riudita chiamare dal padre, come nel sogno: "Susetta, Susetta;" e una tristezza l'aveva presa, che s'era mutata in sgomento, quasi che il presagio le fosse balenato d'una disgrazia e d'una sofferenza prossime e grandi. Povero Cuordileone, perse la testa; abbracci la bambina mormorando, "non piangere pi, pap non vuole," e continu a ripetere quelle parole, che non avevano senso, finch Susetta, che anche lei piangendo continuava a dire: "non piango pi, non piango pi," non smise davvero di singhiozzare. Allora si presero per mano, e s'avviarono alle scale, tutti e due col fiato grosso e senza guardarsi in faccia.
"Si vede che ho pianto?" domand la piccina prima di rientrare nella sala grande; "non vorrei che la signora Augusta e la signora Teresa se ne accorgessero. Soltanto i bambini piccoli piangono;" e Cuordileone asciugandole gli occhi, le assicur di no. Ma le donne se ne accorsero, sebbene non facessero domande; la conversazione langu, e il marchese, dopo aver promesso di tornare nella serata, salut e usc.
Se ne andava di buon passo ad Alliano il marchese, perch ora doveva far visita ai Chirone; e discorreva tra s, un po' curvo, come il mercante di fiera, che non avendo concluso affari, riesamina il valore delle bagattelle che porta sulle spalle. Il dubbio, nato il giorno della visita al Bensa, s'inaspriva. Le consolazioni della fantasia servivano quando le disgrazie non erano irrimediabili, o si trattava di dar coraggio a chi era disposto ad averne. Ma se bisognava consolare gente che piangeva un morto, o che, come Susetta, sentiva invece di ragionare, che efficacia avevano le parole? Pensandoci, provava una ripugnanza, quasi un rimorso di ci che avrebbe detto fra poco agli amici. Era un giorno di quelli ricordati al signor Gonzllai, pieno di farfalle nere; per la prima volta, da quando abitava Alliano, si sentiva stanco, solo, vecchio; che ore caliginose, in quel paese triste, e come l'avvenire si disegnava sconsolato.
La vecchia Barbara, portando il pane a cuocere al forno, lo raggiunse con la sua carriola, e per qualche passo gli stette a fianco, domandandogli notizie di Susetta. Purch nella giornata l'avesse vista anche di sfuggita, e, nel pensiero di lei e di Jole confuse, si fosse intrattenuta un momento solo col Parino o con Cuordileone del suo bell'ospedale, era contenta. Ma se Susetta non usciva dal castello, la vecchia metteva piet. Andava e veniva inquieta, senza il coraggio di domandare della piccina, ma implorando con gli occhi, nei quali si leggeva lo sgomento d'una nuova sventura; ripercorsa dieci volte la stessa strada, s'avvicinava al castello, gli girava intorno, trasaliva di speranza ad ogni aprirsi del cancello o sbattere delle finestre; pareva uno di quei poveri cani che, smarrito il padrone, perlustrano le vie, entrano nei cortili, frugano anelando negli angoli e nelle siepi, poi ricominciano a testa bassa, come se dicessero: "lo trover. " Quella mattina Barbara aveva impastato una di quelle pupattole e uno di quei galletti dolci, con una mela nel ventre, che deliziano i piccoli contadini; additandoli al marchese, mugol: "Susetta," e con una smorfia di compiacimento prosegu, trascinata dalla carriola.
Le case degli amici apparvero in lutto a Cuordileone. In quella del morto erano sbarrate le finestre e le porte; il padre, seduto dinanzi alla scrivania dello studio con gli occhi bruciati dalle lagrime, si faceva forza per non piangere. Suo fratello di tanto in tanto gli si avvicinava, gli prendeva la mano, gli diceva: "coraggio," poi si voltava rapidamente, per nascondere un singhiozzo. Il Bertone rileggeva la centesima volta la pagina d'un libro, della quale non capiva il senso; il maestro Parino, pi rugoso e rigido del solito, appoggiava le ossa delle mani sulle ossa dei ginocchi; il vicario, ripetute le sue consolazioni e riaperto il breviario, moveva lievemente le labbra, imitato dalle donne di casa, e le preghiere con un calmo fruscio aleggiavano nella stanza. Un acuto aroma d'erbe medicamentose tradiva Lucia: con foglie di pesco, di lauro e di salvia la settimina infatti componeva uno dei suoi cordiali pi efficaci.
"Grazie d'essere venuto," disse il padre al marchese. "Livio ha fatto il suo dovere, e io... io sono altiero che sia morto cos."
Il discorso era stoico, la voce tremula; e Cuordileone rammentava la mattina nella quale il ragazzo era comparso nel cielo col suo aeroplano sfavillante, a salutare i suoi prima di partire. C'era sole; e, chiamati da lui, i giovani eroi d'ogni et volavano lieti nell'azzurro, ispirando anche dopo la morte amore alla vita. Quel giorno, inutile chiamarli: apparivano tutti quel che erano: ombre. Ed ecco, Cuordileone scorse sulla tavola i disegni della battaglia tra i Romani e i Cartaginesi, la grande opera che doveva illustrare il nome dei Chirone. S'arricci i baffetti, e con voce cordiale disse:
"Quest'opera certo, tu, Luigi, la dedicherai a Livio."
La luce balenata negli occhi del padre si spense subito, ma Cuordileone cap d'essere sulla buona via. Non si era mai occupato dell'argomento, sapeva per come vanno quelle polemiche erudite, d'ogni specie: ognuno porta irrefutabili ragioni alla propria tesi, compatendo e deridendo l'avversario, forse onesto, certo ottuso ed ignorante. Con un'audacia non imbrigliata da nessuna vergogna, cominci a parlare di questo e quello storico e professore, dei quali per la prima volta leggeva il nome, sbirciando le copertine dei libri; e di tutti, rimanendo sulle generali, tocc validamente i punti deboli. Agli uomini soggiogati da una passione, qualunque detto o fatto dell'avversario  sempre il peggiore e pi ridicolo: perci Cuordileone, aprendo a caso un'opera e accusando la pagina scoperta d'errore, o almeno d'esagerazione, era certo d'indovinare. Il vicario e il maestro infatti ascoltavano ammirando; i due fratelli e il colonnello a poco a poco prestavano attenzione, e il podest che in quel momento era entrato silenziosamente, accennava con la testa: "s, s, s." La commozione fu piena, quando l'oratore promise che la storia della battaglia avrebbe fatto parte d'una delle esemplari edizioni della Casa Mainoldi. Parve ad ognuno dei borghesi d'Alliano, che un bel giorno la "Gazzetta d'Asti" arrivasse in paese, con la pagina letteraria intera dedicata all'opera monumentale: in mezzo, il ritratto di Livio.
Ma, alle ultime parole, Cuordileone sembr traballare. Il dottor Chirone, che da qualche momento lo guardava con attenzione, gli si avvicin in fretta, gli mise una mano sotto l'ascella, lo sorresse carezzandogli il viso, poi lo fece sedere. Il vecchio, girando intorno lo sguardo un poco attonito, apriva la bocca, con un gran bisogno d'aria. Anche i vestiti gli pesavano addosso, e specialmente il colletto lo soffocava; alz la mano come per sbottonarlo, ma pian piano il respiro torn regolare, il cuore smise di dolergli, le cose ripresero l'aspetto naturale. Rivolse agli amici un sorriso, per scusarsi del fastidio dato senza volerlo.
"Hai avuto un'altra giornata faticosa," disse il dottore, ridiventando, nel contegno cauto e avveduto, l'allievo prediletto del Golgi; "e ti  risuccesso lo scherzo della cascina. Bisogna assolutamente che riposi un poco. Ti ho detto, che sei soltanto stanco; hai lavorato e sofferto, come ognuno della nostra generazione, e il cuore di tanto in tanto si fa sentire. Nulla di grave; avessi io la tua salute. Ma tranquillo, oramai; pensa di pi a te; hai anche la tua et. Ti prescriver un rimedio, che rimetter tutto a posto."
"So di che cosa si tratta," avrebbe voluto rispondere Cuordileone; ma le sue parole gli sembravano inutili, e quelle dell'amico gli giungevano all'orecchio come da lontano. Lusinghe, inganni; che cos'erano di fronte ai fatti, che seguivano l'inesorabile corso, le consolazioni del Chirone? Vento, come quelle che egli largiva agli altri; e gi, nella mattina si era confessato la loro inutilit. Non appena per ripreso fiato, e la mente rifatta lucida, insorse contro una debolezza che gli parve vile. L'animo bisognava giudicare nell'azione, non l'utilit o la fortuna. "Su, Cuordileone, soccorri quanto puoi; sar quel che sar. Avanti i migliori." Salut gli amici, e si accingeva ad uscire, quando il vicario lo chiam in disparte, e con un certo imbarazzo gli chiese un colloquio per la prima mattina libera. L'esitazione e la solennit del prete incuriosirono il marchese, che tent di sapere qualche cosa di preciso; ma l'altro non rispose.
C'era nel suo contegno un po' di tristezza e un po' di severit.
Un insolito tramestio, un brusio di voci riempivano la sera. La notizia della morte di Livio e del suo amico s'era diffusa; e, finiti i lavori, chi poteva andava in chiesa a pregare per i due morti: il giovane conosciuto e amato conduceva per mano il forestiero. Venivano a frotte le donne, le giovinette, i ragazzini, anche dai cascinali sparsi, per vie traverse; e come i fili d'acqua lungo i pendii, si raccoglievano quietamente sulla strada della chiesa. Nella striscia di luce gettata dalle lampade o dai focolari, oltre le porte aperte, si scoprivano per un minuto i vestiti e i veli neri; di qua e di l tutto era ombra, e solo un sordo parlotto indicava il passaggio dei contadini. Poich i morti erano uomini i rintocchi della campana si succedevano a tre a tre, tacevano, per riprendere ancora a tre a tre, monotoni, secchi. Dappertutto, dove quella voce giungeva, le donne si segnavano, guardando dalla parte d'Alliano, come se il morto laggi si levasse a salutarle per l'ultima volta.
Con i contadini Cuordileone entr nella chiesa. Era tiepida, e qua e l, nelle cappelle laterali e all'altar maggiore, abbastanza illuminata; la gente, anche per questo, ci andava volentieri. Le donne e le fanciulle occupavano la navata centrale; non un uomo avrebbe ardito d'inginocchiarsi in mezzo a loro. I maschi stavano invece o seduti nella navata laterale, o in piedi presso la porta grande, immobili e mal squadrati, come i pastori d'un presepe povero; le donne, salvo le vecchie, erano un poco pi sciolte. Nella mezza luce dell'altare comparve il vicario, recitando le orazioni; le donne cantarono a voce spiegata le risposte, qualche uomo le accompagn sommessamente. Una o due voci salirono sopra le altre; ci fu nell'aria un ricordo di campi, al tempo della mietitura, ma il coro prosegu basso e triste. Molti nel cantare tenevano gli occhi chiusi, come per udirsi meglio.
"Kirie eleison, Christe eleison."
Le parole erano dette scorrettamente, ma con ferma fede.
"Kirie eleison; Christe eleison."
Ritto fra i villani, Cuordileone era vinto dalla loro solenne, religiosa certezza d'una bont e d'una giustizia, generatrici della felicit futura. Il fardello che la vita quotidiana aveva caricato sulle spalle di quella gente: le fatiche, le delusioni, le miserie, anche i vizi e le colpe, l, dinanzi a Dio, era buttato gi, perch egli riconoscesse quant'era pesante, e ricordasse. Non dal cervello, ma dall'anima scaturiva il convincimento, immediato e pieno. Anche se la ragione era desolata, la fede resisteva invincibile. Poich in terra non c'erano n giustizia n pace, l'una e l'altra dovevano sicuramente regnare in cielo.

 CAPITOLO 22.
Il vicario non fece subito a Cuordileone la visita annunciata; invece, sette od otto giorni dopo la notizia della disgrazia, la contessa Sammartino arriv sola alla cascina del marchese. Cuordileone ed Augusta si ritrovavano ogni pomeriggio al castello con i signori Gonzllai per parlare di Susetta, e tener compagnia alla piccina. Quella volta, per, Augusta voleva confidare al vecchio amico qualche dubbio e qualche timore, di quelli che a discuterli in molti sembrano irragionevoli o esagerati, e ad accennarli ai pochi intimi si riconoscono evidenti.
Susetta aveva saputo della morte del padre? Certo, non chiaramente; ma le cerimonie della chiesa, qualche accenno incauto dei domestici o dei contadini, l'acuita piet e tenerezza degli amici parevano averla insospettita. Dal giorno in cui Cuordileone le aveva annunciato che per qualche tempo le lettere del padre non sarebbero giunte, quel suo mirabile fiorire s'era improvvisamente interrotto, si sarebbe detto inaridito. Non pi domande del padre, n attese della posta, n corse incontro alla Lombarda, fino al cancello del parco. Nemmeno i misteriosi parlottamenti con le bestie e con le cose: Susetta tutta chiusa in s, sembrava non aver pi niente da ascoltare, o da dire. Qualche volta saliva nella sua stanza, e fissava nel canterano il mucchio di lettere accuratamente riposto, ma presto rabbrividiva, come se una immagine, o un presagio doloroso, si sprigionasse dai foglietti. Un giorno aveva manifestato il desiderio di ritornare ad Asti, in casa sua, con la zia; per un momento gli occhi le avevano brillato, come ai bei tempi; ma non aveva ripetuto la domanda. La rosellina di campo si sfaceva. S'era serbata per affettuosa con tutti, e stava ogni giorno pi volentieri col signor Gonzllai, forse anche perch il rude uomo continuava a parlar poco. Gloria era ancora a sbizzarrirsi a Milano, Federico non aveva scritto n il giorno preciso dell'arrivo, n le intenzioni vere, Teresa soffriva; il signor Gonzllai, dopo una lunga giornata di lavoro, in cui l'aiutava un nuovo segretario, prendeva per mano Susetta e con lei faceva due o tre volte il giro del parco; il vecchio col suo gran passo, la bambina col suo passetto, che ce ne volevano due per stare a pari.
"Signor Gonzllai."
"S."
Da qualche giorno per i segni dell'intimo male di Susetta crescevano rapidamente, non ostante gli sforzi per nasconderli; e Augusta s'era impensierita. Certi momenti, pareva che il sangue si ritirasse tutto nel cuore della bambina; col viso di cera, gli occhi chiusi, ondeggiava come uno stelo troppo sottile; poi, a poco a poco il sangue rifluiva alle guance, e la piccola sorrideva alla contessa, pi sbiancata di lei. Ogni mattina diminuiva la sua voglia di giocare con Briciola, di scendere nei campi, di discorrere con la vecchia Marta o con Barbara, che continuava a cercarla tutta ansiosa, offrendole pupattole e galletti di pane, come a un idolo. Perfino allo studio pareva avesse perduto l'amore. Nel mezzo della lezione, monsignor di Villalta vedeva ad un tratto gli occhietti azzurri fissarsi lontano; era molto paziente monsignore, un po' con l'anima ingenua della scolara, e aspettava che questa tornasse dal paese in cui s'era sperduta; "ricominciamo, Susetta;" ma poi raccontava le sue preoccupazioni alle signore. Diceva di provare la sensazione di quando leggeva, nel Vangelo, che Cristo improvvisamente era sparito dinanzi ai discepoli; gli pareva che Susetta lo lasciasse solo.
"Augusta," disse Cuordileone, quando l'amica gli ebbe raccontato stati d'animo e avvenimenti notati anche da lui, ma non con tanta esattezza, "hai fatto bene a venire. A me pure Susetta d pensiero.  molto pi turbata e indebolita di quanto non sembri; ho paura di qualche brutta sorpresa. Che cosa diresti d'un bel viaggetto tuo, suo e mio? Veramente mi sono mezzo impegnato col signor Gonzllai ad accompagnare la signora Gloria a Napoli, ma chi sa quando; intanto sono libero. Chi vuole dimenticare, o guarire, viaggia; c' in tutti i romanzi: serve ai grandi, servir ai piccoli. Andremo a Santa Margherita."
Cuordileone si vide in viaggio con Susetta ed Augustina; e siccome era malizioso, sbirci l'amica, che si fece rossa come una peonia. La gente avrebbe preso Susetta per nipote loro; ma se Cuordileone era il nonno, lei doveva essere la nonna. In fondo, per, era contenta dell'errore, e involontariamente la bella mano accarezz i candidi capelli, quasi per non sfigurare a fianco dell'amico. Poi, scosse la testa, mormorando: "pazza," e, tornata previdente e quasi materna, domand:
"Il viaggio con una bambina non ti dar noia? E si potr levarti dalle tue abitudini, adesso che hai disposto tutto per vivere tranquillo qui, fra i tuoi sudditi? Sei la gloria del paese; finiranno per dare il tuo nome alla piazza grande, sbancando il mio vero nonno."
"C' del vero nelle tue parole, mi vogliono tutti bene," annu con finta noncuranza Cuordileone; "ma il dovere prima di tutto. Dunque, svelta, Augustina, prepara la roba tua e di Susetta. Via da Alliano per dieci o dodici giorni; avviseremo i signori Gonzllai; vedrai Susetta come rifiorir."
"Signor Cuordileone," annunzi Tonina, "il signor vicario domanda se pu venire avanti."
"Nientemeno," osserv sorridendo Augusta; "e poi nega d'essere il feudatario d'Alliano," e salutando il prete, che la ricambi con una profonda riverenza, lasci soli i due. Tonina cominci a ciabattare sotto il portico, mentre con lo sguardo affettuoso e ammirativo seguiva il padrone e il vicario; altera, povera serva, d'avere in casa due personaggi di quel calibro.
Il vicario era negli impicci. Anche lui, al pari della Sammartino e delle persone dai sentimenti semplici, ma numerosi e fervidi, finiva col non essere tanto semplice. Per esempio, il furibondo, non di rado sboccato battagliare, in chiesa e per istrada, in italiano e in piemontese, contro l'obrobriosa moda delle vesti corte o scollate, avrebbe potuto indurre gli estranei a giudicarlo pugnacemente fanatico. Ma ad ogni arrabbiatura gli peggiorava il mal di cuore, e all'indignazione seguiva la paura; sicch cercava, finch poteva senza offesa al suo ministero, d'evitare le occasioni di scalmanarsi; quando cedeva all'indole, i pentimenti, i rimorsi, gli sdegni contro se stesso non erano n pochi, n lievi. Nemmeno, non ostante la severit, gli piaceva di fare osservazioni, o, peggio, rimproveri alle persone eminenti. Era di razza differente da monsignor di Villalta, uomo di corte; il vicario veniva dai contadini, e qualche volta, se la discussione non camminava per il suo verso, rimboccava le maniche, scoprendo due mani e due braccia nodose che parevano quercioli e spianavano molti ostacoli o molte divergenze; ma, insomma, preferiva di andare d'accordo con la gente in grado d'aiutarlo, per amore della sua povera chiesa. Voleva ricostruire l'abside, e con il suo denaro solo, bench mangiasse molta polenta, non ci arrivava. Quando, in casa del dottor Chirone, s'era sbilanciato a promettere una prossima visita al marchese, aveva fatto come quel generale, che gettava il cappello impennacchiato fra i nemici, per costringersi a riprenderlo avanzando. Ma tutta la settimana era rimasto a deliberare se dovesse o non dovesse andare, studiando intanto il modo meno offensivo di dire il necessario, spoglio del superfluo, specialmente nella protasi del discorso; che, anche nelle prediche,  il punto dove si dimostra la bravura dell'oratore.
"Caro vicario," disse Cuordileone, "che piacere. Venite qui per la prima volta."
"E ci vengo in questa occasione," pens il prete, che prendendo le parole alla lettera, si sent un poco Giuda nell'orto di Getsemani; perci ad impedire nuovi complimenti, lod con gran calore la casa e il luogo. Ma il rimedio fu peggiore del male, perch il marchese, acconsentendo anche per cortesia, ricambi quella lode con un'altra al bel paese e ai suoi bravi abitanti, semplici, rispettosi, affezionati. Ad ogni aggettivo il vicario dissimulava un soprassalto, come se gli arrivasse un pugno nelle coste, ma di sottomano; e apriva e chiudeva nervosamente una enorme tabacchiera di corno, quasi per attingervi forza. Finalmente, non potendone pi, borbott:
"Brava gente, brava gente. Siete proprio sicuro?"
"Che cosa c' di nuovo," domand Cuordileone; "qualche brutta notizia?" e prevedendo nuovi fastidi, tocc un amuleto. Buon cristiano e cattolico; ma ne aveva viste tante.
Allora il vicario, come  scritto nei libri, diede in giro un'occhiata guardinga per accertarsi che nessuno udisse, abbass la voce, e cominci la sua storia. Poco dopo l'arrivo di Cuordileone alla cascina, aveva cominciato a serpeggiare in Alliano la voce di... la diceria che... insomma s'era mormorato di debolezze del marchese per Giovanna. Qualcuno, al passaggio della ragazza, motteggiava: "ecco la marchesa"; Giovanna e la madre, agli accenni beffardi, arrossivano tacendo. Giorgio mezzadro commentava salacemente; lo scandalo era scoppiato, e sopra il putridume erano fiorite le lettere anonime. "Sporchicione forfante", mormor Cuordileone, rammentando il foglio letto dal notaio, nell'agosto; e annu con gravit alle parole severe del vicario. Questi per molto tempo aveva voluto ignorare lo scandalo, sapendo chi fosse il marchese; ma da otto giorni l'ignoranza non gli era pi permessa. Giovanna, in confessione, rivelata la propria colpa e dato in un pianto dirotto, lo mandava a scongiurare il padrone di lasciarla in pace. Non lamenti, non accuse, la colpa era anche di lei; ma, gentiluomo com'era, il marchese doveva riparare per la sua parte il male. Un bravo lavoratore, che voleva bene a Giovanna perdonandola, era pronto a sposarla; e la ragazza, assicurata l'esistenza, non avrebbe mai pi infastidito nessuno.
"Giovanna ha detto cos?" esclam Cuordileone. "E voi... Voi avete creduto?"
"Oh," rispose il vicario; ma sent l'insufficienza di quell'esclamazione pura e semplice, e la rafforz con un "ohib"; comprese per lo stesso, che n l'una n l'altra esprimevano abbastanza lo sdegno. Il fatto , che quell'implacabile censore delle vesti corte, era, al paragone, assai pi indulgente per il peccato carnale. Non lo biasimava meno, ma se lo spiegava di pi. Difficile da far capire questa curiosa maniera di ragionare; ma il primo peccato gli sembrava di volont, e irrefutabilmente riprovevole, l'altro di debolezza, e quindi con una certa scusa in s. Inoltre, il contadino non d eccessiva importanza all'atto carnale, che vede ogni giorno nelle stalle e nei cortili, e fa parte delle manifestazioni della natura; e il vicario, era,  gi stato detto, un contadino. L'accusa invece addolor e offese Cuordileone.
"E tutti hanno creduto."
"Non tutti, non tutti."
"Ma i pi... quasi tutti.
"Eh," ammise il vicario; e per uscirsene con l'unico complimento comportato dall'occasione, soggiunse: "siete ancora un bell'uomo."
"Tonina", ordin Cuordileone alla ragazza che gli girava attorno; "Tonina, chiama Giovanna."
"Io..." cominci Tonina.
"Tu fa quello che ti dico," ripet il padrone.
Dalla cucina della Gatta s'ud prima un tramesto, poi un concitato dialogo, in cui il vocione di Giorgio faceva la parte del basso, infine uno strascicare di passi; ed entrarono nella stanza Tonina, sempre pi rossa, e Giovanna. Sull'uscio rimase la madre; nel corridoio, con i capelli ritti e i baffoni traversi, Giorgio, sempre presente, non ostante l'ordine di Cuordileone di non venire alla cascina n di giorno n di notte. Giovanna, non appena giunta di fronte al marchese, si copr il viso col grembiule, scoppiando in singhiozzi; la madre fece un passo innanzi come per proteggerla, Giorgio sostitu la vecchia sull'uscio.
"Dunque," principi Cuordileone; ma Giovanna singhiozzava pi forte, la Gatta adesso nascondeva anche lei gli occhi con le cocche del grembiule, Giorgio tossiva; "dunque," riprincipi il marchese, ma il pianto diventava sempre pi rumoroso. Cuordileone non riuscendo a parlare si riconosceva giocato; bisognava finire quella storia. La fin, come un valente generale, con un improvviso attacco di fianco.
"Tu," esclam infuriato, camminando a dito teso verso Giorgio; "tu vattene, e di galoppo, e senza voltarti. Chi ti ha chiamato? Che cosa fai qui? Chi sei? Dimmi, chi sei? Chi ti conosce?"
L'aspetto di Cuordileone, l'antica obbedienza, il tu del comando sostituito al voi della discussione, ma sopratutto le incongrue domande scombussolarono l'uomo, che rispose: "non mi conoscete? Sono Giorgio, il mezzadro."
"Ebbene, mezzadro dei miei stivali, quella  la porta. E via. Io non ho altro mezzadro che la Gatta, e mi basta, e ne ho troppo. Via di qui."
L'assalto spropositato scavalc le trincee nemiche; per un istante, Giovanna smise di piangere e guard la madre, la madre lasci cadere il grembiule e guard la figlia, Giorgio si ritir nella cucina, mormorando intontito: "Non sa pi chi sono." In mezzo alla stanza rimasero il marchese e il vicario, che avendo compreso dalla sicurezza di Cuordileone e dal contegno delle donne d'esser caduto in una trappola, sentiva il sangue salirgli alla testa. Prevedeva che la salute ne avrebbe sofferto; ma la sfrontatezza delle donne nell'esporlo ad una figura cos ridicola con un signore del merito di Cuordileone la vinceva sulla prudenza. Tutto a un tratto, Tonina si fece innanzi.
La notte, un po' per l'ammirazione della natura, un po' per il pranzo copioso che le impedivano di dormire, scivolata dal letto senza che il padrone l'udisse, s'affacciava alla finestra, o scendeva nell'aia. Seguiva a bocca aperta il volgere delle stelle, le vedeva piano piano tremare, scolorirsi, sparire; o era la luna che saliva quieta sopra Alliano, e tutto si scioglieva nell'argento; intanto cercava, con quattro passi, di digerire l'ultimo boccone, che nemmeno a forza di singhiozzi le andava gi. Girovagando in quel modo, aveva assistito ai frequenti colloqui di Giovanna e di Giorgio. Poco o niente l'incuriosiva quel che dicevano o facevano, difesa da una naturale purezza, o indifferenza dei sensi; purch i due non turbassero i sonni del padrone, liberi d'accomodarsi a loro piacimento: i pasticci degli altri non la riguardavano. Notava invece le bottiglie di vino, che Giovanna regalava a Giorgio, o i piccoli arnesi che questo si regalava: qui, danneggiati erano il marchese e la casa.
Ma quel giorno, nell'indignazione dell'impudente accusa di Giovanna, svesci ogni segreto. Aveva una voce n bella n brutta, e gliene usc una stridula e acuta, tutta stecche, ingorghi e trabocchi; Cuordileone la guard stupefatto, il vicario intinse a tutto andare le dita nella tabacchiera. Di mano in mano che il racconto dei convegni notturni di Giovanna e di Giorgio si sgomitolava, l'uno e l'altro ammonivano: "oh Tonina; ma, Tonina, come parli?" perch la serva adoperava certe parole, che avrebbero fatto la riputazione di un granatiere; lei, per, tir innanzi: era pura di cuore. Le mezzadre dalle interruzioni: "non  vero, sei una bugiarda," erano passate alle ingiurie: "spia, cerchi di guadagnare due soldi;" finalmente Giovanna trov l'accusa buona: "io so perch parli cos; sei innamorata del signor marchese." Allora Tonina, fissatala un momento con gli occhi bovini, sembr avere scoperto uno spettacolo meraviglioso, e cominci lei pacatamente a piangere. Non era vero, nemmeno in sogno s'era lusingata di quell'amore; ma le pareva bello, che qualcuno la sospettasse di poterlo sentire.
Cuordileone aveva lasciato sfogare Tonina, perch il vicario si convincesse; ma quando alla trovata di Giovanna vide Tonina piangere, cap di dover impedire ogni deviazione e troncare la disputa. Comand: "basta," con un tono cos reciso, che tutti tacquero. Del resto, la madre e la figlia, prevedendo la brutta fine dell'avventura, s'erano staccate l'una dall'altra; e gi ognuna, come succede agli alleati sconfitti, con gli sguardi nemici dava la colpa all'altra dello scacco. Il valente Giorgio, da quando Tonina aveva principiato il suo racconto, era scomparso; chi l'avesse seguito a casa sua, lo avrebbe sorpreso a sotterrare un badile, una zappetta e qualche altro arnese della cascina. Al posto di Giorgio era entrato nell'aia il notaio Chirone, lento e grave; e, sembrava la legge che, a guerra o rivoluzione finita, appacia e regola le passioni e gli interessi degli uomini, perch questi si sono gi appaciati e regolati da s.
"Arrivi a proposito," disse Cuordileone all'amico; e congedate Giovanna e Tonina, trattenne la Gatta. Lo sguardo fedele e umidiccio di Tonina sull'uscio commosse di nuovo il marchese, che le carezz la grossa testa, ma lievemente, perch non ci fossero equivoci sul motivo. Raccomand alla ragazza di dormire la notte; e Tonina ricambi la carezza come poteva e sapeva, ricominciando a piangere. La poveretta manifestava allo stesso modo diversi sentimenti; con lei bisognava sempre tener conto delle intenzioni.
"Adesso state attenta, Gatta", disse il marchese, e gli luceva negli occhi una sottile ilarit, "ricordatevi di fare quel che vi dico."
La Gatta, fra Cuordileone, il vicario e il notaio, se ne stava raccolta e guardinga, seguendo rapidamente i movimenti d'ognuno, come la bestia che le dava il soprannome capitata per mala sorte fra tre cagnacci. Ma Cuordileone non voleva altro, se non che il vicario, dalla prossima domenica annunziasse in chiesa il matrimonio di Giovanna e di Giorgio; e che, dinanzi al notaio, la Gatta rinunciasse alla mezzadria per l'anno che ancora le rimaneva.
"Andar via? E dove vado? Ohim, povera donna. Almeno, datemi la buona uscita."
Il collerico vicario, al quale cuoceva la propria malaccorta credulit, e desiderava farsela perdonare, sbott fuori:
"Anche la buona uscita? Gente depravata che s' presa gioco del suo padrone e del suo vicario, col maligno intento d'inimicarli? Non un soldo, signor marchese, non un soldo."
"Non un soldo, Gatta," conferm Cuordileone. "E fortunati voi che io non sia pi veramente il signore del paese. Vi avrei fatto dare quattro vergate sotto le vesti a voi e a vostra figlia, e otto a Giorgione, senza i calzoni."
"Oh," disse da principio sgomenta la Gatta; poi rise.
Ma il notaio, premesso che, secondo il codice, senza nessun dubbio una delle parti contraenti aveva recato all'altra offesa morale tanto grave, da giustificare l'immediata rescissione del contratto, volle sapere da chi e come fosse nato quel disegno birbante. Anche in quei giorni d'angoscia per la morte di Livio, serbava un cervello indagatore che di tutto desiderava conoscere le cause, bench poi, quando le avesse conosciute, non sapesse che farsene. A forza di domande, e di silenzi pi calcolati e astuti delle domande, riusc a farsi confessare che l'ideatore dell'imbroglio era stato il moribondo Pinzone; molto tempo prima, quando, credendo alla potenza del marchese, stimava opportuno, secondo la sua politica, di spaventarlo e umiliarlo da un lato con la minaccia d'uno scandalo, mentre dall'altro l'incitava a viaggiare e combattere per lui. Da un certo giorno, per, corrispondente con molta probabilit al riconoscimento dell'"errore di valutazione", il Pinzone non s'era pi meschiato nella congiura; e questa, come una nave senza timoniere, s'era sbandata, finch non aveva dato in secca. Ora la Gatta, sicura dalle denunce e dai carabinieri, dimostrava con le parole e pi con i sorrisi, che il loro era stato una specie di scherzo; persone intelligenti non dovevano dargli peso. Tutto finito. Conosceva la discrezione del signor vicario e del signor notaio; guarentiva per Giovanna e Giorgio; nessuno avrebbe mai pi accennato al malinteso. Stretta dalla complicit del silenzio con i giudici, la vecchia era rientrata sodisfatta in cucina; riguardo al licenziamento, aspetta cavallo. L'immaginazione della Gatta era l'opposta di quella del marchese, e non illuminava il terreno da percorrere, ma sbavava sul percorso; per, questa volta, la vecchia non aveva capito chi fosse Cuordileone. Cinquecento anni indietro, e le vergate sarebbero piovute sul serio.
L'avventura del finto don Giovanni era terminata. Il vicario per primo aveva preso la strada, furioso, s, contro le donne, ma anche contro se stesso; con un inchino fino a terra e una stretta di mano da lasciare il segno, aveva espresso al marchese il suo rammarico e la sua devozione. "V'aspetto in confessionale," mormor alla Gatta nel passarle innanzi, e questa gli rispose con un sorriso, che fu un altro colpo di frusta alle arterie del disgraziato. Il notaio Chirone, intanto, pregava l'amico di andare pi spesso a trovare il fratello; l'ultima visita aveva fatto gran bene a tutti. Meraviglia e ammirazione, disse, aveva destato la profonda sapienza storica di Cuordileone; in particolar modo il colonnello, che pur conosceva l'erudizione dell'amico, non l'avrebbe mai supposto quel pozzo d'arte militare che era. Cuordileone ringrazi.
Ma nel suo animo, al dolore dei giorni passati, si era aggiunta un'amarezza: l'ingratitudine, quasi il tradimento dei compaesani lo aveva offeso. Gli era parso che l'amassero; nei loro travagli e nei loro bisogni ricorrevano a lui, l'ascoltavano con rispetto, si rinfrancavano ai suoi incitamenti; eppure tutti avevano creduto senza esitazione alla sua disonest. Altro che i complimenti del signor Gonzllai. Anche il vicario quel giorno, anche il notaio, il dottore, il colonnello, il podest il giorno della lettera anonima, partecipavano all'opinione comune. In fondo, ammettevano che avrebbe potuto impegolarsi in una losca avventura; era uno come tutti gli altri, non il gentiluomo esemplare. Nel suo rammarico, per, il marchese di Villalta non era giusto, e nemmeno logico; perch chiedeva pi di quanto non desse. Egli amava molto gli uomini, ma non li stimava altrettanto; e invece voleva da loro amore e stima. Pretendeva troppo.
Con queste malinconie e questi dubbi passarono altri giorni, in cui Cuordileone fu quasi sempre dai Chirone o al castello. Qui, tutti oramai erano in pensiero per Susetta; il signor Gonzllai aveva chiamato da Torino il pi illustre medico dei bambini, che, fingendosi amico di famiglia, aveva passato un pomeriggio con la piccina. Il suo giudizio era stato inquietante: la debolezza di Susetta era estrema. Nessuna parte del corpo ammalata, ma il corpo stanco; lo spirito chiaro, ma ferito. Alla domanda di come si sentisse, rispondeva: "bene", con quel suo dolce sorriso che voleva dar piacere alle persone care; ma non illudeva nessuno. Farle mutar paese, come proponevano Cuordileone e la contessa? Il signor Gonzllai, d'accordo con Teresa, prepar il viaggio di Santa Margherita. Ancora una volta Federico ritardava l'arrivo in Italia, e Gloria, ignara del disegno del padre, dopo un mese d'imprudenza e di strapazzi, s'era rimessa a letto a Milano in una casa di salute: la madre era corsa a trovarla. La contessa e Cuordileone avrebbero potuto accompagnare la bambina.
Ma un giorno il signor Gonzllai arriv alla cascina col viso sconvolto da un dolore pieno di collera. Mezz'ora prima, Susetta aveva detto alla Sammartino, che sarebbe andata nella sua camera, a scrivere il compito; dopo un poco, Augusta era salita per tenerle compagnia. La piccina appoggiava la bella testina sul quaderno; era morta. Stringeva ancora la penna nella mano; e aveva scritto con la sua esile calligrafia un po' tremula, queste parole: "non posso pi andare avanti." Nel compito? nella vita? ma sembravano piuttosto la confessione pudica e sconsolata dell'impotenza di vivere. Discreta e semplice come la madre e il padre, Susetta dal breve passo alacre aveva compiuto il suo cammino sulla terra.
"Meglio," disse il signor Gonzllai al marchese; e Cuordileone cap quello che sottintendeva; se la piccina fosse vissuta, avrebbe troppo sofferto.
"Forse meglio," conferm; ma sent in bocca un gusto amaro. Era lui, che parlava in quel modo?

 CAPITOLO 23.
Un po' fuori d'Asti, dove la pianura si corruga nelle prime collinette e quasi in riva al Tanaro, fra i grandi orti colorati, sta il cimitero della citt; singolare cimitero. Non l'ombreggiano folti alberi sepolcrali, cipressi o pioppi;  cinto da un muricciolo basso, al quale fu data una mano di gialletto, come al muro d'una fattoria; a passarci dinanzi in treno, non si vedono nemmeno tombe e statue; sembra che, da un momento all'altro, debba uscire di l un belato d'armenti, come da un prospero ovile. In un angolo di quel cimitero i signori Gonzllai, memori amici di Susetta Longhi, avevano fatto erigere una cappellina, di quelle che s'incontrano ai bivi di montagna, di mattoni cotti e aperta da tre lati; chi vuole, pu inginocchiarsi a pregare, o, se piove forte, ripararsi un poco dalle intemperie. L dormiva la fanciulla con la madre messale accanto; e tutte e due aspettavano il padre e il compagno, che chi sa dove dormiva. Il custode del cimitero, provvisto in perpetuo d'una modesta rendita, doveva curare la tomba; il signor Gonzllai sapeva che i vivi, se non hanno un interesse, dimenticano presto i morti.
Augusta Sammartino abitava oramai a Torino, nella Casa delle damigelle nobili. Susetta era stata come uno di quei sottilissimi fili d'oro, che riuniscono in collana molte belle e grosse perle; quei fili non si vedono, ma se si spezzano le perle si sgranano, il monile  distrutto. Mancata con la sua morte ogni ragione ad Augusta di rimanere, il ridestato sentimento per Cuordileone era parso sfacciato alla vecchia signora. Quando Roberto le tornava dinanzi, interrogandola con gli occhi tristi, non poteva pi rispondere: "rimango per la piccina". " tempo d'esser savia," s'era detto la donna, con un sospiro; e un giorno aveva annunciato a Cuordileone la necessaria partenza. Cos, ogni settimana nella casa di Torino era imbucata per Alliano una lunga lettera, in cui Augusta parlava all'amico molto di Cecilia e di Roberto, poco di se stessa; mentre dalla cascina d'Alliano ne partiva un'altra, in cui Cuordileone rammentava ad Augusta i giorni e i fatti di Roberto e di Cecilia.
Gloria finiva la convalescenza a Milano, nella casa di salute del dottor Ferrari; e la madre e il padre, dopo aver ricevuto una buona lettera di Federico, ed essersi consigliati col marchese, le avevano confidato il desiderio del marito di rivederla a Napoli. La commozione della giovane donna aveva compiuto il miracolo. Con la facilit di rifarsi delle persone nervose, in pochi giorni la salute e le forze erano tornate in apparenza gagliarde; soltanto pregando e comandando Teresa e i dottori avevano potuto costringerla ancora qualche giorno a letto. Nella felicit del rappaciamento aveva accettato con gioia la proposta del viaggio con Cuordileone che, le avevano detto, andava anche lui a Napoli; per meritarsi l'amore di Federico era amorevole con tutti, e il marchese le piaceva. Di tanto in tanto rammentava Susetta e Alessandro, e le parevano vivi, come succede alle persone di fervida immaginazione, che sentono pi fortemente quel che ripensano di quel che vedono; non mai, per, assorta com'era nel sogno dell'arte e nella passione del marito, dubitando d'aver destato tanto amore in Alessandro e tanta gelosia in Susetta. Le illusioni e le angosce dei due morti erano state sofferte, in fondo, senza motivo; non per questo avevano scavato piaghe meno profonde.
Dalla casa dei Chirone i due fratelli e la signora Giorgina erano partiti. Il telegramma ufficiale, annunciante la morte di Livio e di Alessandro, era stato seguito dalla lettera d'un compagno di squadriglia, il quale, con molta prudenza, augurandosi di non suscitare speranze vane, accennava la possibilit che i due compagni si fossero salvati, buttandosi dall'aeroplano col paracadute. Nei vecchi s'era accesa la speranza del figlio e dell'amico prigionieri a Malta o in Egitto; e immediatamente avevano deciso d'andare a Catania, per raccogliere notizie sicure. Cos quella gente, che da tanti anni non era arrivata pi in l di Genova, saliva e scendeva da treni disagiati, oltrepassava monti e valli, sostava a prender fiato in alberghi pieni di sorprese, sbalordita, rotta, ma animata da un coraggio sempre sempre pi fermo. In apparenza senza illusioni sull'esito doloroso del viaggio, portava la speranza d'un miracolo negli occhi arrossati; viveva come travolta da una sorte crudele e favolosa. Ad Alliano, ricordando i viaggiatori ed i loro pericoli, le vecchie serve si riunivano la sera a recitare il rosario; e il colonnello Bertone, rimasto a sopraintendere persone e cose, ogni mattina entrava nello studio del dottore, puntuale come in caserma. Calettato nel seggiolone di Luigi, rimetteva a posto le penne, le matite, e le righe, poi coloriva le carte delle marce e degli alloggiamenti: nel disegno eccelleva. La grand'opera storica s'andava di giorno in giorno compiendo, dedicata non pi soltanto al figlio, ma anche all'amico; cos avevano deciso i Chirone con la signora Giorgina, impietosita dalla solitudine d'Alessandro. Ora, che nemmeno la figlia c'era pi, chi non lo avrebbe rammentato, se non loro?
Barbara alla morte di Susetta s'era rifatta di pietra. Seduta come una volta sull'uscio di casa o nella cucina, con le gambe ripiegate, le mani sulle ginocchia, il cane arrotolato accanto, guardava nella strada passare la gente: il viso era tornato cattivo. Sfuggiva Cuordileone, non discorreva pi dell'ospedale col maestro, spaventava di nuovo le bambinette sulle viottole solitarie; se ad una povera donna occorreva un po' di danaro, le suggeva il sangue. Per la seconda volta Dio se l'era presa con lei; ma, questa, aveva passato il segno. Lei aveva perdonato la morte di Jole, nella piet e nell'amore di Susetta; Dio avrebbe dovuto ricambiare la remissione dandole pace; il patto era dalle due parti. Invece, no. Al reiterato oltraggio, la vecchia ripeteva a se stessa, con gli occhi sbarrati: "non  giusto," e scarmigliata, pazza, senza sfidare il nome onnipotente, con la testa eretta e gli occhi bruciati guardava in cielo, quasi per cercarvi il suo nemico.
Alliano Villalta s'apparecchiava all'inverno. La nebbia era padrona della campagna. Anche se il giorno o la sera erano stati sereni, nella notte appariva, principiando subito le sue fantastiche trasfigurazioni. Germinava prima negli angoli delle piccole valli un fumo lieve e ondeggiante, presto diventato compatto e fermo: e sotto la luna, in fondo alle valli, pullulavano laghetti lattiginosi tra collinette nerastre. Pian piano, un laghetto tendeva le braccia all'altro, saldandosi in una distesa candida, dalla quale emergevano alcuni cocuzzoli; la campagna, nella notte tranquilla, somigliava uno sterminato mare seminato d'isole. Alla prima, incerta luce del mattino, quel mare si faceva pi soffice, tutto gonfio, come di bambagia trapassata da un lume; e sommergeva anche i cocuzzoli, con i paesi soprastanti. Ad una folata di vento si squarciava, lasciando scorgere improvvise profondit di valli, poi si richiudeva; qua e l un fumacchio, staccandosi dagli orli e stendendosi e allargandosi di mala voglia nell'aria, dopo aver girato sopra se stesso si dissolveva. Castelli giganteschi e diroccati, bestie apocalittiche occupavano il gelido cielo. S'udiva lo stillicidio delle goccioline sulle foglie secche, la terra era pregna d'umidit; bisognava che di quarto d'ora in quarto d'ora il campanile della chiesa rintoccasse, perch la gente sapesse che il tempo passava.
Nel paese tranquillo, tra i giorni monotoni, Cuordileone medicava lentamente il dolore e le delusioni ultime; la generosa fantasia ricominciava a plasmare i pensieri e i fatti a modo suo. Dalla cascina la Gatta e sua figlia se n'erano andate; Giovanna aveva sposato Giorgio, e il matrimonio faceva sorridere il marchese, come un'allegra vendetta. Il posto delle donne era stato preso da un lontano parente di Tonina, uomo di poche parole, accompagnato da una moglie del tutto silenziosa; la pace era oramai nella casa. E la vita opaca ma possente degli uomini e della terra, con quel suo vigore, quella sua continuit, quella sua certezza, aiutava la guarigione del vecchio uomo. Quando, alla prim'alba, i contadini e gli animali domestici si ridestavano; e presto s'udiva nelle stalle il mugghiar basso dei buoi o il sordo nitrire dei cavalli ai quali era portata la profenda; e sotto il portico il martello cominciava a battere o la sega a stridere, e i focolari splendevano, Cuordileone s'alzava, se non lieto, riposato.
Anche Tonina aveva acceso il fuoco nella cucinetta, e la fiamma dei sarmenti, attorcendosi nel camino, sprizzava vivide luci sugli oggetti vicini, che apparivano bizzarramente nuovi; dagli angoli, invece, ombre dense si slanciavano ballonzolando sul pavimento e sui muri, e qua e l aprivano buche e trabocchetti. "Tonina," chiamava tre volte Cuordileone, e alla terza la serva era sull'uscio, con la bocca piena, il gatto sulle spalle, e i bricchi del caff e del latte in fondo alle braccia tese; era impossibile immaginare quante cose potesse fare quella ragazza, con una bocca e un corpo soli. Un'intima lietezza, una curiosa alterigia animavano il suo volto, da quando Giovanna le aveva fatto intravedere che una serva potesse innamorarsi del padrone; lei non amava il marchese, sarebbe stata audacia troppo grande; ma pensava oramai a lui con la fiducia e la gratitudine che gli umili provano per i grandi, i quali permettono loro di respirare un po' dell'aria che non adoprano. Aveva preso l'abito di raccontargli ogni mattina le peripezie e i sogni della notte, e Dio solo sa quanto fossero copiosi e strambi; e non smetteva d'interrogare, finch non avesse ottenuto le pi minute spiegazioni e le pi sottili interpretazioni. Commentata la cbala, domandava che cosa dovesse preparare a colazione e a pranzo.
Cuordileone da principio l'ascoltava, poi pian piano si distraeva. Gli occhi socchiusi, affilandosi con le dita sottili i baffetti, guardava lontano, un poco abbandonato nella poltrona; in quell'atteggiamento sembrava a Tonina particolarmente bello. Colonnati di faville salivano scoppiettando nel focolare, e formavano peristili di tempi, chioschi cinesi, torri mozze e sbilenche; ad un tratto ondeggiavano, si spezzavano, e cadevano sparpagliandosi in fontane luminose. Alla gaia luce volubile, il vecchio rivedeva la cucina monumentale di Villalta, e lui ragazzo; in mezzo allo stanzone, il capo cuoco, che dava gli ordini agli sguatteri, tenendo in bilico sulla testa il berrettone candido da pasci d'operetta. Rapidamente per l'allegra visione spariva, e nel silenzio e nella nebbia egli si ritrovava solo sulle vie della terra. Monotono ticchettio dei treni in corsa, garrulo tintinnare di diligenze divallanti dai gioghi alpini, sordo scalpiccio di folle costrette fra contrade e piazze, tutti i rumori che accompagnano i lunghi viaggi, e sole e polvere, ombra e fango: che vita faticosa, quanti uomini, quante vicende. Alla fine giungeva ad una citt e ad una casa, dove si fermava. Intorno a lui si facevano e si sfacevano volti di parenti, d'amici, il suo stesso; eccolo, prima giovane, poi uomo, infine vecchio; e tutti, dopo essersi un poco rincorsi e sorrisi, sparivano sparpagliandosi, come le monachine che vanno a letto. Quella fantasmagoria di persone e di cose che uscivano da lui gli dava un gran piacere; ma sopra tutto meravigliosa era la trasformazione delle sensazioni in sentimenti e ricordi. Un raggio di sole improvviso ridestava la limpida voce d'Augustina felice, un brivido di freddo il morto viso di Cecilia, e, del viso, la sola bocca chiusa, esangue, fantasticamente rimpiccolita; col cuore che batteva forte Cuordileone allora mormorava i nomi amati.
Certe volte, specialmente al calare della sera, accendeva la radio: "Beethoven, Quinta sinfonia." Il tempo si fermava, e nell'"Andante," l'uomo parlava a Dio con la voce di Beethoven. "Hndel, Largo dell'Opera Serse." Col suo battere d'ali si moveva il "Largo," e Dio giudicava l'uomo con la voce di Handel. Care voci felici, richiami discreti, risa sommesse, saluti dolenti di gente e di se stesso scomparsi volavano nell'aria intorno a quelle musiche, e Cuordileone riconosceva e capiva tutti, come Sigfrido il canto degli uccelli tra il mormorio della foresta. A bocca aperta lo stavano a guardare il maestro Parino, che perdendo ogni giorno pi la memoria, ridiceva sempre la stessa storiella, il vicario ancora dubitoso che il marchese non gli avesse perdonato la sua credulit, i contadini in cerca di consigli, dove non fossero in ballo i loro interessi; a questi provvedevano senza intermediari; dimenticate le vecchie maldicenze, ne inventavano sempre di nuove, ma bonarie, quasi cordiali. Ai "tremoli" e ai "fortissimi," Tonina piangeva rumorosamente; "taci," doveva ordinarle il padrone, "ascolta e taci." Altre volte, dalla radio uscivano i personaggi dei romanzi, dei poemi, dei melodrammi, delle commedie famosi e prediletti. Con loro Cuordileone scendeva dal loggione dei suoi primi anni alla Scala ai bei palchi di velluto e alle soffici poltrone della virilit, per rifugiarsi finalmente nel cantuccio riposato della sua stanza, sotto la lampada, col libro in mano. Quel cammino rispecchiava l'acquetamento delle sue passioni letterarie, dalle tumultuose del teatro alle tranquille del libro; un'altra parte dell'esistenza era cos rievocata. Ma davvero, che vita lunga, quanti uomini, quante vicende. La civetta intanto si lagnava sugli alberelli spogli; i buoi, dopo un sordo zampettare in cerca della positura comoda, si sdraiavano sullo strame; i contadini che da principio avevano ascoltato curiosamente la radio, annoiati da quei suoni e da quelle grida che non capivano, uscivano cercando di non far rumore; Cuordileone continuava a viaggiare con la fantasia. Il canino di pezza rossa di Susetta, le poche lettere sgualcite di Alessandro si prospettavano sulle carte e sui ritratti antichi, e dalla sovrapposizione veniva fuori un'immagine unica, lievemente sfocata, con i lineamenti e i caratteri nello stesso tempo di tutte le persone e di tutti i fatti cari, e di nessuno. Quando in compagnia del colonnello riapparivano i Chirone, che, ormai senza speranze fondate sulla sorte di Livio e d'Alessandro, persistevano nelle infondate, Cuordileone aveva nei ricordi e nell'arte ritrovata la sua bella virt di liberarsi dal presente doloroso, per vagheggiare un avvenire migliore. E a tutti, cominciando da s, ributtando le delusioni e i dubbi ultimi, risuscitava una speranza, largiva una consolazione; finch, suonate le dieci, gli amici si congedavano, e Tonina cascante dal sonno gli diceva: "andiamo a dormire, signor padrone; domani ho molto da fare." Nella zimarra da notte a pisellini Cuordileone la seguiva, con un libro sotto il braccio; ogni volta col proposito di mettersi al corrente delle opere letterarie recenti, un po' trascurate, e ogni volta, dopo cinque minuti, addormentato.
Una lettera di Michelino Mainoldi concorse a ridargli la mente e l'animo antichi. Con suo fratello, Michelino riconosceva senza ambagi che il licenziamento del vecchio amico era stato un errore. I tre giovani che l'avevano sostituito non li accontentavano, sebbene in compenso costassero molto. Facevano le cose, anzi ne facevano pi di prima; era difficile immaginare quanti nuovi, assoluti bisogni avessero scoperti, subito e ampiamente sodisfatti; soltanto, la qualit dell'opera era scadente, e la spesa salata. Qui Michelino, che avendo finalmente fatto sulla propria pelle un po' d'esperienza, ci teneva a sciorinarla a chi l'aveva da un pezzo, confidava a Cuordileone, che c' molto da ridire sull'et; s'incontrano giovani vecchi e vecchi giovani. "Giovane fra tutti, di mente, di spirito e di corpo, sei tu, Cuordileone," scriveva Michelino in due righe, che il marchese aveva riletto pi e pi volte. "Vuoi dimenticare quello che  successo? vuoi ritornare con noi?" A Cuordileone l'invito aveva ricordato gli avvisi dei giornali: "figlio, ritorna alla tua casa; ti aspettiamo a braccia aperte;" ma non sentiva nessuna voglia di rispondere: "eccomi, tutto  dimenticato." I due fratelli ritrattavano l'accusa di vecchiaia, che tanto l'aveva fatto soffrire, riconoscevano il pregio dei lunghi anni di lavoro; egli trionfava. Va bene, ma meritavano un castigo, e poi, aveva promesso di non tornare con loro. Poveri ragazzi, per. S, ma l'avevano congedato. Una giornata, come quelle volubili di marzo, alla fine della quale respinse l'idea di rispondere con una lettera; se si fosse seduto a tavolino, di riga in riga le parole gli si sarebbero inumidite. Sped invece un telegramma, con il semplice annuncio d'una visita; e non disse nulla della proposta agli amici del paese. Ahim, con una leggerezza e una ingratitudine di cui non si sarebbe creduto capace, la sua mente si mise a viaggiare alla volta di Milano da quel povero Alliano Villalta, dove pure s'era persuaso che avrebbe vissuto felice.
Un giorno, Gloria guarita venne a informarlo che Federico stava alla fine per sbarcare a Napoli, e a domandargli se persistesse ad accompagnarla laggi; il signor Corrado e la signora Teresa s'auguravano di s, a lei il consenso sarebbe stato carissimo. L'attesa della prossima felicit le affinava il volto, illuminandolo; sembrava che ad ogni gesto e ad ogni passo dovesse volar via. Cuordileone capiva come il povero Alessandro si fosse innamorato d'una creatura cos bella. La snellezza delle membra, l'originale lunghezza dei lineamenti, i capelli pettinati a casco intorno al capo, tutto il corpo anelante all'alto, che le davano un'aria di spiritualit, erano pi netti, evidenti, pieni del solito. Titn, custode feroce e sommesso, le girava a grandi falcate intorno; e Cuordileone per contrasto, rivide Susetta e Briciola passare insieme, discrete e silenziose.
"Marchese," disse Gloria, e l'accento leggermente straniero faceva le parole pi musicali, "vogliatemi bene. Ho bisogno di gente che mi voglia bene molto, come mio padre, come mia madre, come Federico d'una volta, come Federico di domani. Non sono cattiva. Ma chi ha i nervi pi raffinati e il cervello pi alacre  pi atto a soffrire, e a far soffrire. Ore di dolore, notti senza sonno, disperazioni per s e per gli altri. Anche gioie, s, gioie ineguagliabili; ma chi le pu raccontare? Sembrerebbero pazzie; e sono cos fugaci."
Il profondo affanno della donna era manifestato con l'abbandono della bambina.
"Sono tanto sola. Mia madre mi vuol bene, ma non mi capisce. Mio padre mi capisce, ma mi perdona. Federico ora non mi capisce e non mi perdona, bench mi ami pi di qualunque cosa al mondo. Due anni fa negli ultimi giorni della nostra vita comune, eravamo nella nostra villa sull'Atlantico. Camminavo lungo la spiaggia, sentivo che di mio non avevo niente, se non me stessa. A volte, quando il mare era tranquillo, e cos docile, limpido, carezzevole, m'illudevo di possederlo: conoscevo il suo segreto e quello del cielo che gli si curvava sopra, ero felice d'avere finalmente una cosa mia. Ma la mattina dopo era tutto cambiato, torvo, subdolo, nemico; io tremavo come una povera bestia caduta nella tagliola, e non avevo altro desiderio che di fuggire. Riesco a farvi intendere la mia tortura? Sempre, io ho il terrore di non essere di nessuno; di me soltanto, che non sono mai contenta; e il desiderio di fuggire."
A Cuordileone, che aveva sentito simile a s, Gloria si rivelava. Da chi fuggiva? Dove? Pi rapido il corso, pi divampante il fuoco. E il vecchio udiva riecheggiare nelle parole della giovane un po' della propria angoscia di liberazione e della propria ansia di felicit, inappagate e rinascenti. Erano della stessa natura fantastica, il Bensa, Gloria e lui; lui, soltanto, forse anche per l'et, meno egoista, pi pietoso agli altri; ma il calore di lei gli si comunicava. Ora Gloria, dopo aver descritto le sue dolorose giornate, e accennato, appena con un brivido di ribrezzo, a quella morte che nel delirio le era sfuggito con tanta dolcezza d'aver chiamata, rappresentava a parole incandescenti il meraviglioso avvenire che sarebbe sorto dal suo dolore e dalla sua perseveranza. Tanto pi profonda la caduta, tanto pi alto il volo. Avrebbe avuto inizio un tempo nuovo, ricompensa dei lunghi affanni comuni, ribellione alla brutta realt presente; Federico, il padre, la madre si sarebbero persuasi alla fine, che la sua irrefrenabile ricerca di bellezza e di gioia era stata affrontata e sopportata anche per loro. Certa, dal godimento proprio, della grandezza del dono, la giovane immaginava gi l'affetto e la gratitudine di quelle persone care. "Povera figliuola, forse prepara la sua nuova pena," pens Cuordileone; ma intanto l'assecondava.
Il sogno era la luce di quella tormentata esistenza; fatta buona dalla speranza, Gloria prometteva ci che fino allora si sarebbe rifiutata soltanto di pensare. Non ostante i patimenti, non ostante l'imbruttimento del corpo, avrebbe dato per ricambio d'amore un bambino al marito e al padre, che perpetuasse il sangue e la forza dei genitori.
"Eccola nella sofferenza rifatta donna," si disse Cuordileone; e le promise d'accompagnarla.

 CAPITOLO 24.
Le quattro stanze della cascina furono chiuse, e lasciate in custodia a Tonina. Anche il castello fu chiuso, e i signori Gonzllai si stabilirono per l'inverno a Torino; il notaio ebbe l'incarico di sorvegliare il giardiniere e la giardiniera, rimasti nella portineria con Titn. Alliano Villalta riprese la solita vita.
Una mattina, Gloria e Cuordileone andando in ferrovia da Torino a Milano, di dove avrebbero cominciato il viaggio per Napoli, videro dalla sinistra del Po il massiccio collinoso del Monferrato, e vi cercarono dentro, a un dipresso, il paese d'Alliano. Le colline erano avvolte da una luce grigia, i borghi si confondevano con la campagna, la lontananza cancellava le tracce degli uomini; il paesaggio aveva del lunare; ai due viaggiatori parve quasi un sogno il tempo passato laggi, sebbene fosse stato cos pieno d'avvenimenti e di passioni; e ognuno, per un momento, lo sent come vissuto da un altro.
A Milano Cuordileone fece la visita promessa ai Mainoldi. La notizia doveva essere corsa, perch tutti, il portinaio all'ingresso, gli uscieri sui pianerottoli, gli impiegati alle porte, di mano in mano che egli passava per andare dai padroni, uscivano a salutarlo, senza sorpresa, con l'aria di chi ritrova un amico lasciato un'ora prima. Dalla sua stanza, Raffaele Vanzi s'alz facendo traballare la scrivania, e con la pancetta sussultante gli corse incontro e l'abbracci stretto; era, secondo il solito, commosso e indifferente. Invisibili, invece, furono due dei tre giovani che avevano sostituito Cuordileone, i quali evidentemente gli serbavano rancore del posto che gli avevano portato via; il terzo appar fumando una sigaretta, s'inchin, gli strinse la mano con l'aria di dire: "e chi se ne preoccupa di questo bravo signore?" poi, sempre fumando, dignitosamente si ritir. Cos, come un ammiraglio che passa in rivista la squadra salutato alla voce, Cuordileone percorse l'edificio, finch giunse nello studio dei Mainoldi, dove Antonio, il maggiore dei fratelli, come se nulla fosse mai successo tra loro, l'abbracci, mentre Michelino gli soffiava all'orecchio: "t'avevo detto che a dicembre ci saremmo rivisti;" non era vero, ma la bugia gentile fece piacere a tutti. Antonio prese una mano, Michelino l'altra di Cuordileone, e i due, tenendolo in mezzo e quasi a passo di danza, s'avviarono a un angolo del salone, aprirono un bell'uscio levigato, e introdussero l'ospite in una stanza ariosa, tutta mobili lucidi e scaffali carichi di libri. Fecero sedere il marchese in una comoda poltrona, ancora odorante di cuoio nuovo, gl'indicarono con un gesto munifico la profusione degli oggetti e oggettini raccolti per lui, e finalmente gli dissero: "questa  la tua stanza, vicino alla nostra." La cerimonia aveva avuto del rito; "figlio ritorna,  tutto perdonato," ramment di nuovo Cuordileone, ma questa volta gli si inumidirono gli occhi e ingarbugli la lingua; tent di resistere, di dir di no, ma non ci riusc; in fondo era contento di ritrovarsi l. "Altro che lo sgabuzzino dove ho vissuto trent'anni," disse forte, e tra s: "ci voleva la paura di perdermi, per farmi sedere in una poltrona come questa." Un ultimo sdegno contro la sua debolezza, un ultimo franco giudizio dei due giovani, e firm il contratto, che gli riapriva la porta di Casa Mainoldi. In poche ore, appigionato un alloggetto vicino all'ufficio, riveduti gli amici pi cari, rigoduto l'asprigno odore di carta e d'inchiostro freschi, che tanti uomini, anche sensati, ma dai gusti di tignola, preferiscono al profumo dei fiori, Cuordileone si trov ad avere ricongiunti i due capi della collana, che s'era improvvisamente spezzata. Ancora qualche rimbrotto della coscienza per il proposito non mantenuto, ancora i pochi giorni del viaggio a Napoli con Gloria, e tutto sarebbe ricominciato come prima.
Sotto l'altissima tettoia della stazione, il treno elettrico in partenza per Napoli stava grigio e inerte con le tre lunghe vetture, in mezzo agli altri a vapore, vibranti e scricchiolanti. Gloria e Cuordileone s'erano seduti, avendo a fianco un alto muro giallo; improvvisamente il muro s'allontan, spar, e il convoglio scivolando senza rumore sulle rotaie, fu all'aperto; prima quasi che i viaggiatori si fossero accorti della partenza, Milano s'allarg a ventaglio dietro a loro, si rapprese in una enorme macchia bianca, poi scomparve. Sorsero e sprofondarono alberi e case, campi e prati inseguirono campi e prati, al pallido sole di dicembre soltanto le alture lontane parvero muoversi con piccoli passi laterali; la valle del Po si distese, e al vento che sibilava tra i fili del telegrafo, tutti ebbero la sensazione di volare imprigionati in gigantesche scatole di metallo.
Gloria non si conteneva pi. La serenit del cielo, il movimento, la rifiorita sanit del corpo, e quel delicato color rosso soffuso nel primo pomeriggio le davano una specie d'ebrezza. Ma, sopratutto, nella sua anima fiduciosa e cupida il riconquistato amore cancellava sempre pi sicuramente i timori e le angosce sofferte. Ogni giorno, passando, l'aveva persuasa del consenso e della partecipazione di Federico al sogno, che prima li aveva separati. Ma era vero? Cuordileone aveva gi notato a Villalta il pietoso e dolente errore della giovane, di chiedere a chi ella amava, non solo la dedizione del sentimento, ma l'obbedienza della ragione. E se invece Federico fosse tornato nella fiducia d'una Gloria dimentica dei desideri e dei disegni, da lui giudicati stranezze ed ubbie? Quale destino, dopo la dolcezza del primo colloquio, avrebbe atteso i due, che scendevano con tanta ansia l'uno verso l'altro, ma per vie diverse e con cuori ancora segreti? Cuordileone pensava che, forse, sarebbe stato saggio raffrenare gl'impeti e attenuare le speranze di quella compagna, che, ancora una volta, si formava il mondo e la propria sorte come li sognava. La vedeva per cos bella, cos lieta; diffondeva una gioia tanto intensa intorno; tutti, uomini e donne, la guardavano con tanta cordialit, che non os turbarla. A un certo momento, si sorprese a guardarla sorridendo anche lui. Il prestigiatore della fantasia aveva trovato la sua maestra; benvenuta, e non le avrebbe guastato il viaggio.
Ora la pianura padana si stringeva alle montagne bolognesi, il paese diventava pastorale. I compagni di carrozza dovevano credere Cuordileone e Gloria padre e figlia, tanto questa stava accanto al vecchio fidente e affettuosa; ma il marchese capiva come la giovane cercasse in lui un compagno, quasi un testimonio, che assicurandola della sua fortuna e partecipando ad essa, gliela facesse godere doppiamente. Ripeteva gli atti di Susetta, quando fervida e felice andava con lui alla scoperta meravigliosa della campagna. Col suo vigile senso della realt Cuordileone savio per gli anni riconosceva la bizzarria di quel viaggio. Ravvicinati dal caso, quasi sconosciuti l'uno all'altra, Gloria e lui andavano per la stessa strada; ma dovevano tacere, serbare in s pensieri e sentimenti, per credersi uniti: se avessero parlato avrebbero scoperto quanto fossero soli e lontani. Perfino la meta pareva la stessa, e non era; perch la donna agognava la felicit che si prova una volta sola, e il vecchio chiedeva la modesta quotidiana, che si potrebbe chiamare pace.
Ognuno con s, solamente con s. Sulla nitida pianura tornavano per Cuordileone gli anni, gli amici e gli entusiasmi della giovinezza, quando, avendo vissuto per qualche tempo a Bologna, quelle rogge, quei paesi gli cantavano dentro con la voce dei poeti nuovi e antichi; tutta la terra dell'Emilia era allora terra di poesia. "Addio, grassa Bologna," mormorava nel ricordo il vecchio, lasciando la citt per entrare nella montagna, oltre la quale era la Toscana; ma di quel ricordo, Gloria non sapeva niente. Per lei, invece, sulla riva dei larghi fiumi senz'acque, che appena graffiano la distesa dei prati, tra i boschetti di pioppi ignudi nel cielo freddo, stavano a salutare il treno pastori d'una Grecia e d'un'Italia imparate nelle conferenze per signore, e nei libri illustrati americani. Il fiume si addentrava nell'Appennino, le groppe delle alture, prima rotonde, spezzandosi, s'aguzzavano, diventavano costoni e creste, il campo mutava in bosco: nel selvaggio paese una voce pura s'alzava, le fanciulle facevano coro, e il vento portava or s or no la lenta melopea, quasi d'invocazione al dio. Il "Metropolitan" sfavillante risorgeva dinanzi alla giovane, e in una sera memorabile del suo amore nascente, tra luci, gioielli e fiori, una rappresentazione dell'Orfeo di Gluck. "Che far senza Euridice, che far senza il mio bene", cantava nel cervello della giovane il lamento immortale; mentre Cuordileone si recitava i suoi versi: "tra le nubi ecco il turchino cupo ed umido prevale..." Ognuno con s, solamente con s.
Alla stazione di Firenze Gloria voleva ad ogni costo baciare la terra di Dante, di Michelangelo, di Galilei; la sua eccitazione persisteva, e ci volle tutta la cortese fermezza di Cuordileone per ricondurla al suo posto, e tenerla poi quieta, nell'ora che il treno impieg a risalire le forre dell'Arno e oltrepassare Arezzo. Ma sboccati dopo Cortona sulla riva del Trasimeno, la donna fu di nuovo in piedi, commossa da una nuova meraviglia.
Dove la ferrovia lambisce il lago, tra ciuffi di alberelle leggere, s'apriva un prato ancora verde. Il crepuscolo cominciava a calare, la sponda era bassa, l'acqua continuava la terra; una falce di luna splendeva abbandonata nel cielo. Era lo scenario d'una danza di ninfe; e Gloria le vide. Fluttuavano candide nell'albore vespertino, radendo appena il suolo e ondeggiando come gigli di carne; la musica delle Silfidi nella Dannazione di Faust e degli Elfi nel Falstaff scandiva sommessa i loro passi. Tutto di diamanti era cosparso il lago, il placido specchio s'appannava appena a una bava di vento, lontano un'isola e un castello fermavano movimento e musica; la giovane guardava Cuordileone, che le ricambiava lo sguardo, preso per da un'altra visione. Sulla sponda settentrionale del lago stava in agguato, tra la nebbia e i cespugli, l'esercito di quell'Annibale che i fratelli Chirone studiavano nel paese d'Alliano; dalle colline i Punici scendevano, ferocemente gridando, a tagliare in pezzi i Romani. La battaglia gli ricord gli amici, e, intorno a loro, il vecchio borgo silenzioso, intirizzito dal freddo. Che cosa accadeva laggi, in quella sera di dicembre? Qualcuno si rammentava ancora di lui? Quando ci sarebbe ritornato? Gloria gli stringeva pi forte la mano, Cuordileone rispondeva, gentilmente; la commedia degli equivoci continuava.
Nella carrozza, intanto, i viaggiatori erano diventati amici. Quel senso di favola che sempre segue un lungo viaggio aveva preso un po' tutti; e quando pi che apparire, si sent Roma, ognuno dovette farsi forza, per ritornare nella realt. Il treno, che s'era fermato un po' fuori della tettoia, poich si cominciava a demolire la vecchia stazione, rapidamente si vuot; quasi tutti scesero, n i viaggiatori sopravvenuti furono numerosi. Di fianco alla carrozza di Gloria si allungava un mozzicone delle antiche mura di Romolo; questa volta il marchese non riusc a trattenere la donna, che scesa anche lei senza preoccuparsi degli spettatori le baci. Ma nessuno la vide, o chi la vide non not la stranezza dell'atto.
Erano rimasti quasi soli nella vettura il vecchio e la giovane al ripartire; e Gloria si sentiva stanca. Il suo vigore nervoso s'era ad un tratto affievolito; aveva sonno. Le parole salivano sempre pi faticose alle labbra, la voce si mutava pian piano in respiro; il volto si adagiava nella calma d'una bambina sodisfatta.
"Si sta bene con voi," sussurr a Cuordileone. "Domani dir al mio Federico quanto vi debbo essere riconoscente."
La giovane, nel ritrovato amore, avrebbe voluto essere grata a tutti.
"Chi sa se gli piacer ancora, come una volta. Una volta non ero brutta, e non temevo nessuno strapazzo. Ma torner ad essere bella e forte."
Con lo sguardo appannato interrogava l'amico, che annuiva scotendo la testa: "certo, certo."
"Questa sera ho sonno. Ho dormito poco le notti passate. E vorrei riposare, prima di ritrovarmi con lui. Avr tante cose da dirgli..."
Le sue labbra si unirono e fecero musetto, come i bambini ad un dolore che non sanno spiegare, ma non possono contenere.
"Bisogna che faccia bella figura..."
Sorrise, appena una luce.
" tanto intelligente."
Ora, un'ombra di dolore.
"Pi di me. Io, per, gli voglio tanto bene."
Tutti i lineamenti si stendevano in gran pace.
"Il mio Federico."
Il nome caro le passava sull'anima, come una mano pietosa sugli occhi.
"Federico," mormor Gloria in un soffio, e la bella testa si appoggi alla spalliera, e sembr un puro cammeo.
Il treno, lasciata la pianura pontina, s'addentrava di nuovo fra alture rotte e boscose, un poco malinconiche. Pian piano, la testa della giovane era scivolata sulla spalla di Cuordileone, che senza muoversi rincorreva ancora una volta un suo ricordo. L'unico viaggio che avesse fatto con Cecilia, vent'anni prima, approfittando d'una lunga assenza del marito, aveva avuto appunto Napoli per meta. Ed ecco, che ad un tratto egli rammentava come anche la sua cara compagna, stanca e non tranquilla, si fosse allora addormentata sulla spalla. Come erano eguali gli uomini, che rifacevano sempre le stesse cose, e piccola la terra, dove ognuno ritrovava quel che vi aveva riposto, o gettato via. Un vecchio signore, testimonio con un sorriso indulgente dell'addormentarsi di Gloria, gli s'era accostato, sussurrandogli: " vostra figlia?" Alla risposta negativa, aveva continuato: "capisco,  vostra nipote," e s'era messo a discorrere d'una sua figliuola morta, del tutto diversa da Gloria e insieme stranamente simile; Cuordileone nei punti pi pietosi lo confortava con qualche buona parola. Uno di pi, si diceva, vicino col corpo, lontano col pensiero; unito a quella sua figliuola, come Gloria a Federico, ed egli a Cecilia. Aleggiava nella carrozza sempre pi densa l'atmosfera di favola; il treno correva con un monotono sussultare, che pareva lo stesso del tempo d'ieri e d'oggi; e tutti, sfiorandosi, se ne stavano soli con i loro cari, in un paese creato dal loro amore.
Improvvisamente le colline si spianarono e il mare di Gaeta e di Formia scintill; sul vastissimo specchio il riverbero della luna fu cos vivido che fer gli occhi di Gloria. La giovane si scosse, come se qualcuno l'avesse toccata, e volgendosi lenta sorrise a Cuordileone.
Era il mollissimo golfo delle Sirene, con la terra tormentata dei campi Flegrei; ma quella notte la campagna odorava nel sonno, e la distesa delle acque respirava tranquilla; qualche nave veleggiava presso la costa, con un lungo strascico d'argento. Lontano apparivano e sparivano rapidi biancori, quasi di morbidi corpi che si cullassero sulla cresta delle onde.
"Che bellezza," mormor Gloria. "E con questo incanto gli uomini non riusciranno mai ad essere felici?"
"Quando s'ameranno," rispose il vecchio, "saranno felici."
"E quando si ameranno?"
"C' un tempo," disse allora Cuordileone, "che non  n il passato, n il presente, n il futuro; un tempo sciolto dalle stelle e dal sole, fatto di tutti i tempi, che ha radici in tutti, l'unico tempo vero; ed  il tempo che sembra vuoto e vano, ed  invece l'essenziale, della fantasia.  il tempo che guida e consola anche quelli che si credono creature di realt; una meta, o un miraggio lontani, ma a cui tutti tendiamo; voi Gloria volando, molti camminando, io, come un vecchio uccello ferito, che un po' vola e un po' si trascina. In quel tempo beato, opera della nostra immaginazione, gli uomini si sono sempre amati e si amano; e quello dobbiamo tutti desiderare e preparare."
"S. Ma  inventato da noi."
"Gloria, se voi l'inventate, ed io con voi, e tutti con noi, esso esiste. Vedete, questa sera mi par d'essere il marchese Cuordileone di Villalta e di Mirabocco dei giorni pi sinceri e pieni. Ci sono di questi momenti in cui sentiamo d'aver conseguito il meglio della nostra esistenza, d'essere giunti alla cima, donde scorgiamo la nostra terra promessa. Voi, coi vostri sogni, m'avete riscaldato. Nulla si comunica con tanto rapida fiamma quanto i sogni di bellezza, di bont, d'amore; essi sono santi, anche se labili. Gloria, promettetemi di rimanere sempre la sognatrice che siete; lasciate che vi compiangano, v'accusino e vi deridano. Voi rendete pi sopportabile la sorte di quelli che vi amano, e chi non vi capisce non  degno di starvi accanto."
"Se Federico fosse qui. Se udisse da una persona pari vostra le stesse idee mie. In bocca a voi non sembrano illusioni; e poi gli uomini credono agli uomini. Ditemi, perch non rimarreste con noi? Ne avremmo tanto piacere."
"E l'et, Gloria?"
"L'et? Siete il pi giovane dei miei amici."
"Grazie," disse con la punterella di vanagloria il marchese, "quasi vi do ragione. Da molto tempo non mi sono sentito cos leggero, libero, vivo come oggi. Questi ultimi mesi soffrivo di qualche malannuccio; a volte il fiato un po' corto, un po' d'affanno; anche qualche settimana fa ho avuto un allarme. Si capisce, dopo i sessant'anni ognuno ha le sue piccole preoccupazioni, se pur non le confessa; ma il dottor Chirone mi ha rassicurato. Infatti, tutto ora va bene.  bravo, il mio amico Chirone. E poi, ho ancora molto da lavorare, per me e per gli altri. Specialmente, debbo riparare le imprudenze di certi miei amici di Milano; voi non sapete; ragazzacci, ma li ho visti nascere."
Senza far pi rumore all'arrivo che alla partenza, il treno si ferm; erano giunti a Napoli. All'albergo i due compagni furono avvisati che il bastimento della Societ americana proveniente da Nuova York, forse l'ultimo per causa della guerra, sarebbe entrato in porto l'indomani mattina; un radiogramma di Federico pregava Gloria di non andargli incontro, ma di aspettarlo. Il pranzo fu il pretesto per la giovane di ridire le sue speranze e la sua gioia; quando sal a riposare diede all'amico l'ultimo affettuoso saluto: "Mi sembra d'aver sempre vissuto con voi."
L'albergo sorgeva sulla riviera di Chiaia, e Cuordileone, socchiuse appena appena le imposte del balconcino, scorgeva innanzi a s la mole enorme di Castel dell'Ovo, spinta come un promontorio nel mare. La citt era buia, perch gli aeroplani nemici non la scorgessero nelle incursioni notturne; e l'oscurit generava il silenzio. Di tanto in tanto, sui marciapiedi, s'accendevano e spegnevano piccole luci rotonde, che s'inseguivano, s'oltrepassavano, sviavano: parevano lucciole che invece di volare strisciassero; ma i portatori delle lampadine o tacevano, o parlavano basso. Dalla parte di levante, a intervalli uniformi, saliva nel cielo ed esplodeva un globetto di fuoco; sotto non si vedeva il Vesuvio, e quel fuoco non sembrava naturale.
La lievissima luna, che sbiancava la facciata delle case, le piazze e l'imboccatura delle strade sul mare, non riusciva a penetrare nella citt, chiusa e malinconica. Un uomo diverso da Cuordileone avrebbe risentito l'effetto di quella tristezza; ma il vecchio, ricondotto pi che mai a s dalla solitudine, riviveva la pi cara avventura dell'antico viaggio d'amore. Sulle prime pendici di quel Vesuvio che s'indovinava all'orizzonte, Cecilia e lui avevano cercato il "casino di campagna," nel quale due volte il Leopardi moribondo s'era illuso di ricuperare la salute, e aveva scritto, fra gli ultimi suoi canti, il pi alto. Il casino era stato trasformato, nessuno pi nel luogo, nemmeno i vecchissimi, ricordava il grande infelice e quelli che lo avevano aiutato a sopportare la vita; le stesse viottole, costeggiate da muretti di pietre vulcaniche, che salivano tra cipressi e pini ai prati dove le ginestre fiorivano a forza dai lapilli, erano irriconoscibili, mutate adesso in stradette. Eppure nulla dei pensieri e degli affetti famosi era distrutto; e ancora quella notte, dietro il solitario poeta passavano tenendosi per mano, piccoli ma egualmente vivi, Cecilia e Cuordileone.
Dolce e chiara saliva la voce del mare dalle piccole grotte, dagli scogli, dalle spiaggette, dalle minuscole foci, e pian piano oscillando e dilatandosi riempiva la terra; lo sciacquio lene sembrava lamento, come se nella fredda notte il mare piangesse. Semplice e casto sull'acqua s'inarcava il cielo; e il silenzio, che in terra appariva malinconico, lass si spiegava solenne. Le ordinatissime stelle cominciavano a volgere all'orizzonte; il Carro affaticato s'accingeva a rincasare, Orione rientrava col Cane dalla lunga caccia, le Gallinelle facendo mucchio scendevano stanche a dormire. Tra quel movimento, tra quel fulgore, in quella perfetta immensit, camminava lenta verso il nero scoglio di Capri una lucida stella; Cuordileone in essa rivide Cecilia, che aveva tanto amato Capri. E una grossa stella sal nel mezzo del cielo, con una stellina che s'affannava a starle dietro; il vecchio ripens Alessandro col suo solido passo di colligiano, Susetta trottolina, che gli correva a fianco, nei prati di Villalta. Tutti vivi, coloro che aveva conosciuti e amati; Cuordileone, credendo in Dio, e sapendo che avrebbe ritrovato i suoi cari secondo un volere e una legge imperscrutabili, non giudicava di peccare ricordandoli nella luce delle stelle.
Serr le imposte, e cominci a spogliarsi. Di mano in mano si levava un indumento, piegandolo con meticolosit per non sciuparne le pieghe, pensava a quel che avrebbe fatto l'indomani, mentre Gloria e Federico si sarebbero raccontato il tempo e la felicit perduti. Il lavoro davvero non gli mancava. Prima di tutto, doveva stendere un minuto diario di viaggio per Augustina, che nel suo ritiro delle "nobili damigelle," n'era certo, dopo la lettura, l'avrebbe sciorinato come esempio di bello scrivere all'amica intima; naturalmente, nessun accenno in esso alle romanticherie del balcone. Un'altra lettera alla signora Gonzllai, anche per il signor Corrado; il quale, da uomo saggio, aveva deciso d'andare incontro agli sposi soltanto a Firenze, quando fossero passati i giorni dei ricordi e dei perdoni, e giunti quelli delle spiegazioni e dei propositi. Una terza toccava ai fratelli Chirone, alla signora Giorgina, agli amici e anche al podest, che dopo la partenza del marchese da Alliano cominciava a dimenticare il brutto scherzo giocatogli; tutti, adesso, davano la caccia nei giornali alle notizie degli scomparsi, che dopo dieci o vent'anni ritornavano a casa; e in ognuno dei reduci pareva tornasse ad Alliano Livio redivivo. L'ultima lettera era indirizzata a Lucia settimina, per Barbara. Impazzita del tutto, la vecchia aveva fatto un solo essere onnipotente del marchese e di Dio, e spergiurava che se quello avesse voluto, questo avrebbe risuscitato Jole e Susetta. L'aberrazione aveva commosso il marchese; qualche cosa della sua opera cordiale era dunque rimasto in quella povera gente, se una di loro, sia pure pazza, gli conferiva tanta forza di bene. "Che tipo," mormor sodisfatto, alla fine del lungo monologo sopra se stesso; "che tipo, quel marchese."
Era giunto cos all'ultimo lavoretto della giornata, al quale dedicava un'attenzione quasi religiosa. Il bisnonno dei Villalta aveva lasciato al nonno, il nonno al padre e il padre a lui un orologio d'oro, di quelli che per la loro grossezza e il loro peso sono chiamati oggi comunemente padelle, o anche cipolle. Due calotte d'oro massiccio, un vetro d'inverosimile spessore e curvatura, certe rotelle che sembravan ruote; sfondava qualunque taschino di panciotti; tutto a rabeschi e svolazzi sul coperchio, la sua cassa interiore s'abbelliva dello stemma di famiglia, col motto illustre: "avanti i migliori." Per quell'orologio Cuordileone quando aveva il sangue bollente s'era accapigliato con gli amici irriverenti, aveva altercato con gli estranei, preso e restituito qualche sciabolata. Con una chiavetta d'oro di delicatissima filigrana appesa all'ultimo anello della catena, adesso, corrugando la fronte e contando mentalmente, diede i dieci giri ordinari della carica; undici avrebbero spezzato qualche cosa, chiavetta o molla. Pos semiritto l'orologio sul comodino, e si coric. Chiusa la lunga giornata, aveva preparato l'indomani.
Ma l'indomani per lui non venne. Ad una certa ora della notte il cuore gli cess di battere. Forse, se il discreto e cortese Cuordileone fosse stato in grado ancora una volta di esprimere un suo parere, si sarebbe doluto di guastare con la sua morte la festa degli sposi appena ricongiunti; ma forse, anche, avrebbe lasciato correre, pensando che i giovani felici dimenticano presto le sventure degli altri, Per tutto il rimanente era in pace. Fino all'ultimo momento s'era serbato fedele al suo cmpito, diffondendo luce e calore intorno a s, un po' anche a beneficio proprio. Ora il tempo, come un immenso fiume fa d'una quercia sradicata, lo portava via, tronco scabro e spoglio. Ma sui suoi rami, nelle belle sere e nelle belle mattine delle dolci stagioni, avevano cantato gli uccelli, e sempre la sua ombra era stata cortese ai viaggiatori affaticati. Qualche cosa, che si chiama bellezza e bont, s'era aggiunta per opera di lui al piccolo tesoro degli uomini. "Perch," avrebbe detto sorridendo e lisciandosi i baffetti l'imparziale marchese Cuordileone di Villalta e di Mirabocco, mercante di sole senza dubbi e senza pentimenti fino all'ultimo (e anche nell'estrema immutabilit diverso, con un po' di compiacimento, da don Chisciotte) "perch, se  vero che tutto resta in terra, e perci anche il male, certo resta anche il bene; e questo conta."
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FINE.